L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

domenica 9 gennaio 2022

Fuga dal terrore mediatico, no c'è la si fa più

Telespettatori stanchi della “liturgia del terrore”: calo di ascolti dei Tg

 di Lorenzo Gioli, in Media, Quotidiano, del 8 Gen 2022, 03:57


Dal febbraio 2020, da quando cioè si iniziò a parlare per la prima volta di coronavirus, gli italiani sono oggetto di una vera e propria overdose di informazioni, un cocktail in cui tutto si confonde alimentando dubbi e incertezze. Qual è la situazione epidemiologica della mia regione? Quali precauzioni devo adottare per evitare il contagio? Qual è il rapporto costi-benefici della vaccinazione? A quali regole devo attenermi per non incorrere in multe salatissime? Interrogativi comuni alla maggior parte dei cittadini che cercano risposte attingendo da tre diversi tipi di fonti: le edizioni cartacee e online dei quotidiani, sempre più in declino per numero di vendite e di abbonamenti; i social media, destinati secondo alcuni ad assumere il monopolio dell’informazione; oppure la cosiddetta “televisione generalista”. Quest’ultima è stata per lungo tempo il mezzo più utilizzato poiché si rivolge ad un pubblico molto trasversale per estrazione sociale ed età (difficilmente i nonni di 85 anni navigano sui social). Eppure, nell’anno appena passato, una larga fetta di italiani ha rinunciato a guardare la televisione.

Secondo l’Osservatorio dell’Agcom sulle comunicazioni, nel 2021 gli ascolti televisivi sono calati del 7 per cento. Per non parlare dei telegiornali: fra le 18:30 e le 20:30 la riduzione negli ascolti del Tg1 è pari ad oltre 300 mila unità, mentre è di oltre 400 mila quella del Tg5. Gli ascolti del Tg La7 delle 20:00 si sono ridotti, invece, di 70 mila unità. Percentuali rilevanti che dovrebbero indurre il mondo dell’informazione mainstream a riflettere su come i giornalisti abbiano svolto il loro ruolo durante la pandemia.

Se una parte consistente della popolazione non guarda più la televisione in generale, e i telegiornali in particolare, un motivo dovrà pur esserci. A nostro avviso, le ragioni prevalenti sono due. La prima: al giorno d’oggi, in televisione – e lo stesso vale per i quotidiani – si parla solo di Covid. Al contrario di quanto accade in altri Paesi, dove i giornalisti approfondiscono anche altri temi di interesse del pubblico, qui in Italia l’attenzione è focalizzata a reti unificate sul virus e sui no-vax. Non si parla d’altro. I problemi che gravano sul nostro Paese da decenni sono pressoché scomparsi dalle prime pagine e dai titoli di apertura dei tg, quasi non esistessero più. Ormai, le notizie – anche importanti – che non abbiano a che vedere con il Covid passano sottotraccia. Basti pensare allo scarso interesse con cui i media hanno raccontato la vicenda, drammatica dal punto di vista umano e assai significativa dal punto di vista politico, dell’ex assessore regionale Angelo Burzi, suicidatosi dopo anni di calvario giudiziario.

Seconda ragione: nonostante la “liturgia del terrore” di cui sono stati vittime per circa due anni, lettori e telespettatori hanno preso coscienza della realtà. Nella maggior parte dei casi, il Covid non è una malattia letale, almeno non come un tempo. E milioni di persone la stanno affrontando senza particolari complicazioni, grazie ai vaccini e alle cure. Che senso ha, dunque, ostinarsi a diffondere il panico? Malgrado la situazione sia in larga misura sotto controllo, la quasi totalità dei media ricorre a toni allarmistici con effetti a dir poco devastanti. Come ha spiegato il professor Alberto Zangrillo in una recente intervista a Libero, “la quotidiana produzione giornalistica di angoscia, insicurezza e terrore utilizzando figuranti del settore sanitario in cerca di visibilità sta producendo danni gravissimi e incorreggibili”. Danni che la popolazione ha scontato sulla propria pelle in questi due anni e che ora non è più in grado di tollerare.

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