L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

domenica 30 gennaio 2022

Grazie al vile affarista l'Italia si è indebitata con Euroimbecilandia che vuole i massacri sociali e basta

Pnrr e riforme: il difficile arriva dopo l’elezione del presidente della Repubblica

Capitolo riforme legate al Pnrr, il Piano nazionale di ripresa e resilienza. Nel 2022 sono in ballo 40 miliardi centrando 102 obiettivi.

di Giuseppe Timpone , pubblicato il 28 Gennaio 2022 alle ore 07:47


Chiunque sarà eletto presidente della Repubblica, la politica italiana avrà il suo bel da farsi da un attimo dopo, perché i problemi che finge di non vedere in queste giornate dedicate alla scheda bianca e al toto-Quirinale sbucheranno fuori subito dopo. Serve un governo che lavori a pieno regime e che, anzi, acceleri il passo sulle riforme da implementare per non perdere i fondi europei del Pnrr (Piano nazionale di ripresa e resilienza). L’Unione Europea sborserà in tutto 191,5 miliardi di euro entro il 2026, sebbene la cifra definitiva possa ridursi per il fatto che la crescita economica italiana nel 2021 sia risultata nettamente sopra le stime, mentre quella di altri paesi come Germania e Spagna decisamente inferiore.

Al di là di questo, con il Pnrr arriveranno quest’anno fino a 40 miliardi di euro in due tranche semestrali rispettivamente di 19 e 21 miliardi. Per ricevere tanto denaro, però, l’Italia dovrà centrare ben 102 obiettivi, di cui 47 nei primi sei mesi. E allo scopo dovrà emanare 23 leggi e 43 atti normativi secondari. Non solo è tanta roba, ma oltretutto si tratta di materie divisive e scottanti, tali per cui sarà molto difficile per la maggioranza composita che sostiene il governo andare avanti senza intoppi nell’anno precedente le elezioni politiche.

Vi basti pensare che uno degli obiettivi da centrare consiste nel legare le retribuzioni degli insegnanti alle carriere dei singoli, a loro volta sottoposte a periodiche verifiche di qualità. Vi immaginate la politica italiana mettersi contro un corpaccione ultra-corporativo composto da 800 mila persone-elettori? Del Pnrr già 25 miliardi ci sono stati erogati nell’agosto scorso come anticipo e altri 24,1 miliardi sono stati richiesti dal governo a Bruxelles a dicembre. Per questa prima tranche effettiva, tuttavia, serviranno verifiche che si protrarranno per tutto il primo trimestre.

Riforme e Pnrr ostacoli per il governo Draghi

L’Italia è la prima beneficiaria dei fondi europei legati al Pnrr in valore assoluto con 191,5 miliardi dei 750 complessivi stanziati. Di questi, 68,9 miliardi saranno erogati in forma di sussidi, cioè a fondo perduto, mentre 122,6 miliardi attraverso prestiti da restituire. Solo la Grecia ci supera in rapporto al PIL per denaro che dovrebbe ricevere al 2026. Ad ogni modo, servirà lavorare tanto e senza grosse discussioni tra i partiti sulle riforme da attuare.

Ma già stanno arrivando i primi intoppi di natura economica. Il ministro delle Infrastrutture, Enrico Giovannini, ha ammesso che molti cantieri pubblici stanno rimanendo fermi, in quanto l’esplosione dei costi delle materie prime impedisce alle ditte aggiudicatrici degli appalti di effettuare i lavori. In altre parole, serviranno più soldi. E poiché da Bruxelles semmai arriverà una sforbiciata e non certo un aumento delle risorse, questo implica il rischio che il Pnrr si riveli meno efficace di quanto stimato dal governo nel corso degli anni (ma l'abbiamo sempre saputo sono i giornali, giornalisti, televisione che ne hanno gonfiato a dismisura la sua portata, osannando il salvatore della patria che salvatore non è anzi deve svenderla alla finanza internazionale).

Ce ne sarebbe per fare tremare i polsi a qualsiasi governo, anche il più monolitico. Figuratevi quello sorretto da una maggioranza che va dalla Lega a Leu e che sembra avere quale unico obiettivo comune il rinvio della data delle prossime elezioni. Nell’estate scorsa, ad esempio, il decreto “Concorrenza” non contenne la liberalizzazione delle gare per gli stabilimenti balneari. Le resistenze interne lo impedirono, malgrado si tratti di uno dei provvedimenti pretesi dall’Europa e neppure tra i più importanti. Fiutando il rischio di una paralisi, il premier Mario Draghi ambisce vistosamente a trasferirsi al Colle, da dove potrebbe continuare ad esercitare i suoi “super” poteri senza metterci un dito. Ma la politica lo starebbe inchiodando alle sue responsabilità. E in astuzia, tra politici e tecnici la vittoria dei secondi non è mai così scontata.

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