L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

venerdì 28 gennaio 2022

Il Parlamento del passaporto dei vaccini sperimentali sempre più squallido mentre arrivano i licenziamenti a gogo. Si velocizza il cammino, la Grecia ci aspetta. Attenti ai risparmi, non potremo prenderli, saremmo ostaggi delle banche

Mentre giocano a votare Amadeus, Bosch e Marelli licenziano. Copieremo Lisbona?

28 Gennaio 2022 - 11:12

Il gigante tedesco annuncia 700 esuberi, mentre il gruppo lombardo 550 entro giugno. Al MISE «monitorano». La crisi lastrica la strada al MES, fino a sdoganare l’opzione portoghese di voto anticipato


Niente grafici. Cifre. Percentuali. Non servono, almeno oggi. Perché quando da quattro giorni il Parlamento in seduta comune è paralizzato dalle strategie partitiche e i deputati non trovano di meglio da fare che divertirsi a votare per Amadeus, Claudio Baglioni o Terence Hill, il quadro del Paese appare già sconfortante.

Ma quando in contemporanea a questo poco edificante teatrino arrivano notizie come quelle giunte da Bari e Corbetta, allora il rischio è davvero quello di un avvitamento che non lascia più spazio alla reazione. Se non tardiva. Il gruppo Bosch ha annunciato 700 esuberi nello stabilimento del capoluogo pugliese nei prossimi cinque anni, poco meno che un dimezzamento dei suoi attuali 1.700 addetti impiegati. Salendo lungo lo Stivale, Marelli ha reso nota l’intenzione di tagliare 550 posizioni fra i cosiddetti indiretti, ovvero dirigenti, impiegati e operai non addetti alla produzione. E non in cinque anni, entro giugno. A se il gruppo occupa in Italia circa 7.900 persone, gli esuberi andranno a colpire una categoria di 4.661 addetti: il 12% dei quali verrà licenziato da qui a cinque mesi.

Le ragioni? Sempre le stesse. Crisi dei microchip e costi dell’energia fuori controllo, il tutto in un contesto folle di transizione verso l’auto ecologica che ha devastato le dinamiche e gli equilibri di un intero settore con la sua rapidità ingestibile e insostenibile. Al riguardo, i sindacati sono stati molto netti nel condannare quanto sta accadendo. Ma le parole più pesanti, veri e propri macigni depositati sulla coscienza di una classe politica da quattro giorni in gita premio a Montecitorio, le ha utilizzate Sergio Fontana. presidente di Confindustria Bari e Puglia: La transizione verso l’auto elettrica ha avuto un’accelerazione troppo repentina che sta schiacciando tutta l’industria automobilistica. La difficile prospettiva rappresentata da Bosch a Bari è conseguenza di questa veloce trasformazione del mercato e di politiche europee drastiche, che penalizzano l’Italia più di altri Paesi, perché l’Italia è la seconda realtà manifatturiera d’Europa...

E ancora: Questo non significa che dobbiamo arrenderci alla storia ma dobbiamo attrezzarci per cavalcare il cambiamento. La Bosch infatti sta facendo la sua parte. In soli 4 anni ha messo a punto ben 7 nuovi prodotti ed è pronta a intraprendere una coraggiosa riconversione. Per sostenere questa sfida, però, la Bosch deve poter contare su politiche industriali adeguate. Non serve dire altro. L’impotenza, il vero tratto distintivo del Paese del 6% di Pil e delle copertine dell’Economist, del PNRR e dei 209 miliardi dei Recovery Fund. Ma, soprattutto, della totale dipendenza dalla BCE per gestire il proprio stock di debito pubblico.

Uno stigma, una lettera scarlatta che spiega più di mille grafici o cifre quanto sta accadendo: se il tuo spread dipende totalmente da un dito che a Francoforte spinge il tasto buy quando, come accaduto ieri, si sfonda quota 140 e si punta dritti alla soglia psicologica dei 150, non ci si può permettere il lusso di andare a Bruxelles a protestare contro le follie imposte dall’agenda verde della Commissione. E nemmeno di gridare come questa Europa sembri preoccupata unicamente di coprire con una mano di greenwashing l’incapacità totale di sostenere la seconda economia del mondo per controvalori nella competizione contro Usa e Cina.

Occorre sopportare e tacere. Occorre monitorare attivamente, come si sono affrettati a comunicare dal MISE, dopo l’ennesima emorragia di posti di lavoro. Al Sud come al Nord, senza discriminazioni. Di fronte ai costi ingestibili, alla burocrazia paludata e bizantina, alla tassazione iniqua e ai magheggi di corto respiro come l’utilizzo intensivo del SuperBonus in versione doping del Pil, il Paese è per la prima volta davvero unito. Peccato che lo sia nella prospettiva di scivolamento verso una deriva greca sempre più drammatica e incipiente.

Si discute di Quirinale, quando occorrerebbe chiedersi del perché il Parlamento ancora non abbia ratificato la riforma del MES, come chiesto da un’Europa sempre meno conciliante e sempre più infastidita verso il governo guidato dal suo ex golden boy. Ora, poi, addirittura si aprono scenari di possibile caduta del governo. Quindi, rimpasto o addirittura voto anticipato. Ovvero, mesi e mesi di guerra fra bande con l’economia alla sbando. E una società ancora imbrigliata, ormai unica in tutta Europa, da restrizioni e normative anti-Covid che appaiono ogni giorno non solo più immotivate ma ormai palesemente controproducenti. Se non addirittura autolesionistiche.

A meno che la logica non sia propria questa: giocarsi la carta che finora è rimasta scoperta nel gioco del Colle, l’opzione portoghese. Domenica infatti il Paese lusitano tornerà alle urne per elezioni anticipate convocate dal premier dopo il mancato accordo sul Budget. Almeno, questa appare la ragione ufficiale. Quella ufficiosa? La campagna elettorale blocca di default tutte le procedure di infrazione e richiamo dell’Europa, offre una sorta di tregua dal commissariamento strisciante. Ma mette il paziente in osservazione.

Per questo qualcuno pare tentato dal voto anticipato? Per questo ancora non si ratificata la riforma del MES, di fatto la nuova versione edulcorata della Troika? Per questo, soprattutto, si parla già di PNRR da riscrivere e non si vede all’orizzonte nemmeno un centesimo dalla seconda tranche dei 209 miliardi del Recovery Fund? Attenzione, se scatta l’opzione portoghese, significa che la strada verso una soluzione strutturale alla greca per il nostro debito è ormai alle porte. Nel frattempo, si licenzia. Mentre il MISE monitora. Attivamente.

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