L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 22 gennaio 2022

L'economia italiana non sta bene e chi dice il contrario mente sapendo di mentire

Mentre la politica ha occhi solo per il Quirinale, l’economia italiana rallenta
Dopo un 2021 superiore alle previsioni, la crescita dell'economia italiana quest'anno rischia di deludere le aspettative del governo
di Giuseppe Timpone , pubblicato il 21 Gennaio 2022 alle ore 15:44


L’economia italiana ha perso vigore negli ultimi mesi. E a dirlo è il direttore generale della Banca d’Italia e presidente dell’IVASS, Luigi Federico Signorini. Il banchiere, intervenendo a un evento organizzato da Swiss RE, ha aggiunto che le previsioni di crescita per quest’anno dovrebbero attestarsi in prossimità del 4%. Il dato sconta l’assenza di nuove restrizioni anti-Covid, sia grazie alle vaccinazioni che per effetto della convivenza con il virus. La crescita sarebbe sostenuta a partire dalla prossima primavera dalla domanda interna.

Un PIL a +4% dopo il probabile +6,2% registrato nel 2021 sarebbe teoricamente positivo. Tuttavia, sotto questa soglia rischiamo di non recuperare del tutto le perdite accusate nel corso del 2020 a causa della pandemia. Se l’anno scorso fossimo effettivamente cresciuti del 6,2%, l’economia italiana nel 2022 non dovrebbe espandersi meno del 3,4% per azzerare tali perdite. E, soprattutto, il governo ha previsto nella Nota di aggiornamento al DEF un tasso di crescita del 4,7% per quest’anno.

Ci sarebbe, dunque, una differenza che rasenterebbe il punto percentuale. E stavolta, a differenza dello scorso anno, quando le stime iniziali furono di oltre un punto e mezzo inferiori al tasso di crescita effettivo, rischiamo una cocente delusione. Peraltro, mentre un anno fa l’arrivo di Mario Draghi a Palazzo Chigi migliorò le aspettative di famiglie, imprese e mercati, in queste settimane stiamo assistendo ai primi segnali di fatica del premier. La corsa al Quirinale lo sta privando della capacità di reazione dinnanzi ad eventi come il dilagare della pandemia e il rallentamento dell’economia italiana. Per non scontentare nessuno, Draghi praticamente ha smesso di fare e parlare.
I partiti ignorano l’economia italiana

I partiti sono assorti nella scelta del prossimo presidente della Repubblica.Le votazioni inizieranno lunedì prossimo e si spera che in pochi giorni esiteranno la fumata bianca. Comunque vada, la fase d’oro di “Super Mario” sarebbe alle spalle, sia che il premier sarà eletto presidente, sia che resti al governo. Nel primo caso, perderemmo settimane per riassettare il quadro istituzionale con l’individuazione di un nuovo premier e le reazioni dei partiti. Nel secondo, a meno che al Quirinale vada una figura di compromesso tra tutti i partiti della maggioranza, difficilmente lo stesso Draghi riuscirebbe a garantire stabilità all’esecutivo. La parte politica soccombente non avrebbe motivo per continuare a sostenerlo e le tensioni pre-elettorali monterebbero.

Nei prossimi mesi, l’economia italiana dovrà fronteggiare anche l’onda d’urto del calo degli acquisti dei BTp da parte della BCE. L’impennata dello spread di queste settimane sta già scontando tale scenario, ma eventuali e molto probabili fibrillazioni politiche spingerebbero il differenziale di rendimento fino alla soglia dei 200 punti base. Inevitabile il contraccolpo sulla domanda interna: gli investimenti frenerebbero per il maggiore costo del denaro, così come i consumi ne risentirebbero tra alta inflazione e tassi di mutui e prestiti più alti per comprare casa e beni durevoli come elettrodomestici, mobili e auto. E già a dicembre la fiducia delle imprese scricchiolava, segno che la crescita sostenuta dell’economia italiana non sia scontata anche nei prossimi trimestri.

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