L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

giovedì 6 gennaio 2022

L'emergenza che non è emergenza serve per giustificare la montagna di soldi che le banche centrali danno ogni giorno al sistema finanziario in maniera che i Casinò alla Wall Street possano continuare a giocare

SPY FINANZA/ Il sospetto su un’Italia che pensa a Quirinale e super green pass
Pubblicazione: 04.01.2022 - Mauro Bottarelli
Ci sono segnali che fanno pensare che le classi politiche globali, dietro a scelte folli, vogliano perpetuare all’infinito l’emergenza che giustifica il Qe

(Pixabay)

Nell’anno che si è appena concluso, la Germania ha generato il 12% delle propria energia elettrica dal nucleare. In ossequio alla panzane verdi, oggi drammaticamente sbarcate al Governo e non a caso piazzate strategicamente al ministero degli Esteri, di fatto garantendone il controllo al Dipartimento di Stato Usa (vedi Nord Stream 2), Berlino ha appena spento 3 delle sue 6 centrali ancora attive. Un programma di smantellamento che si concluderà il prossimo dicembre, quando anche Isar 2, Emsland e Neckarwestheim II abbasseranno le saracinesche e che costerà 10 miliardi di euro. Ma che avviene nel pieno della peggior crisi energetica dal 1973.

Come valutare tutto questo? Miopia? O altro? Forse qualcuno in Germania sta facendo un po’ troppo affidamento sul ruolo salvifico della flotta di tankers statunitensi che starebbe per giungere sulle coste europee, al fine di sopperire al perdurante blocco dei flussi dalla Russia? Cominciamo con un dato di fatto. Inoppugnabile. E contenuto in questo grafico: le scoperte di nuove fonti di gas e petrolio nel 2021 sono state le più basse da 75 anni a questa parte. A livello globale.


Ora, qui entra in gioco un’altra variabile: scarseggiano realmente o, in ossequio alle varie COP26 e atre amenità da radical chic, si è esplorato meno? Tradotto, lo scorso anno si è preferito emettere bond formalmente verdi con il badile, piuttosto che rischiare di mostrare al mondo la lettera scarlatta del proprio coinvolgimento nel business nel combustibile fossile (mantenuto comunque tale con il passive investment in fondi ed Etf, sconosciuti al grande pubblico)? Molto probabile. I controvalori del greenwashing parlano da soli, d'altronde.

Attenzione, però, perché gennaio potrebbe riservare delle sorprese. A partire da questa: il New England sta per essere colpito da un’ondata di gelo. E il suo sistema di approvvigionamento energetico è a dir poco in ginocchio, poiché totalmente dipendente da offerta esterna. A Boston sono attese temperature medie di 15 gradi Fahrenheit entro l’8 gennaio dai 45 della scorsa settimana e che hanno caratterizzato gran parte di dicembre.


Perché il New England è così importante? Semplice. Da qualche giorno, in rada al largo di Boston ci sono due tankers che sembrano impegnati in un arbitraggio implicito: ovvero, l’attesa del crollo delle temperature. Perché trasportano appunto LNG, il gas naturale liquefatto. C’è però un ulteriore elemento di interesse. Il primo è il Cadiz Knutsen, mentre il secondo è l’Exemplar. Il primo batte bandiera spagnola, il secondo belga. Hanno raggiunto la Massachusetts Bay da Trinidad&Tobago. E ora attendono che il termometro faccia il suo dovere. Strane dinamiche, non vi pare? D’altronde, basta guardare i dati. Gli acquirenti esteri nel solo mese di dicembre hanno acquisito il 13% dell’intera produzione di gas Usa, un incremento di 7 volte rispetto a cinque anni prima, data nella quale la gran parte delle infrastrutture necessarie alla spedizione estera dell’LNG ancora non esistevano.

Sono lontani i tempi delle crisi e delle dinamiche tutte interne: nessuno più nel business del gas statunitense si preoccupa degli inverni gelidi di Chicago o Pittsburgh e nessuno più si mantiene cautelativo, temendo i classici uragani guastafeste nel Golfo del Messico. Oggi si esporta. Da Seul a Rotterdam, infatti, i brokers fanno a gara per garantirsi i tankers americani che solchino l’Oceano con il loro vitale carico energetico. Un enorme casinò. Dove il profitto del puro arbitraggio sui prezzi va a unirsi alla geopolitica pura. Nel mezzo, aziende e famiglie.

L’Europa pare aver deciso: tagliare i ponti con la Russia nel medio periodo e cercare soluzioni alternative, certa che il sostegno transitorio degli Usa sarà sufficiente. Quali alternative di lungo termine, però? Chiudere le centrali nucleari come sta facendo la Germania, proprio mentre l’Ue pare giocoforza intenzionata a rivedere lo status dell’atomo e conferirgli una patente verde? Dipendere totalmente dai tankers americani, magari? Al di là dei costi e dei tempi di trasporto, per quanto lo spread puro fra valutazione del Dutch europeo e dell’Henry Hub statunitense resterà tale da convenire ai commodity traders? E davvero vogliamo passare dalla padella dell’interesse russo alla brace di pura speculazione finanziaria?

L’ondata di gelo in arrivo sulla East Coast americana potrebbe offrirci una prima risposta. Una cosa è certa: il segretario della Lega, Matteo Salvini, ha non una ma mille ragioni nel voler imporre l’immediata convocazione di una cabina di regia al Governo sul tema energetico. In primis, rimettendo al centro del dibattito la stessa opzione nucleare che la Germania sta abbandonando. Ma che la Francia, ad esempio, pare volersi tenere stretta. E la geografia è impietosa: se schioppa una centrale Oltralpe, gli effetti passano comunque il Monginevro. In tempo reale. Il Governo, però, pare impegnato in altro. Rendere totalmente implicito il regime di lockdown mascherato, arrivando all’imposizione del super green pass per tutto il lavoro, pubblico e privato. Ed eleggere il prossimo presidente della Repubblica, appuntamento di cui oggi conosceremo la data di prima convocazione per il voto.

Il tutto, però, in uno scenario inquietante. Almeno stando alla ricostruzione di un articolo apparso sul Sole 24 Ore on-line del 1 gennaio, dal quale si evince non solo che Omicron e il caro bollette avrebbero già reso realtà il worst case scenario prospettato dai tecnici del Mef in sede di Nadef (ovvero, Pil 2022 al 2,8% e non più al 4,2%), ma anche che, stante l’assalto alla diligenza permesso da Mario Draghi pur di ottenere la fiducia a una Manovra blindata, già a febbraio sarebbe necessario un altro scostamento di bilancio per finanziare i ristori, in primis quelli del turismo colpito dalle disdette natalizie. Altro deficit. E l’Ue, cosa dirà?

Non vi pare un mondo al contrario quello in cui stiamo vivendo, alle soglie del delirio collettivo? E se sì, davvero pensate che le classi politiche globali siano impazzite in contemporanea, piuttosto che avere un’agenda parallela finalizzata all’unica priorità di perpetuare all’infinito quell’emergenza che giustifica il regime di Qe? Rifletteteci. Perché l’aria che si comincia a respirare in questo Paese ricorda molto il conto alla rovescia del film Suburra. Moltissimo. Decisamente troppo.

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