L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

domenica 30 gennaio 2022

Ma gli Stati Uniti hanno bisogno di una guerra calda in Euroimbecilandia per uscire fuori da un fermo della sua economia e dal troppo tempo del perpetuarsi del Casinò di Wall Street

Crisi ucraina: occorre ripartire dagli accordi di Minsk
29 gennaio 2022


Washington ha deciso di non renderla pubblica, ma le agenzie riferiscono che gli Stati Uniti hanno fornito la “risposta scritta” che, pur confermando l’invito a proseguire il dialogo, sostanzialmente respinge gli accordi sulle “garanzie di sicurezza” proposte da Mosca. Era peraltro prevedibile visto che la Russia chiedeva un impegno a rinunciare ad ogni allargamento della Nato e il ritiro delle forze dell’Alleanza Atlantica dai Paesi entrati dopo il 1997.

È ormai piuttosto condivisa l’opinione degli analisti che la questione della crisi sull’Ucraina non possa più considerarsi una delle tante scaramucce diplomatiche strumentalmente alimentate per mantenere il gioco di equilibrio delle grandi potenze.


In questo scenario, sui principali media è ora tutto un susseguirsi di resoconti sulle pianificazioni militari in corso e sulla comparazione degli schieramenti, ma anche sui profili di rischio di entrambe le parti, specie per le conseguenze che un conflitto di tale portata recherebbe in un contesto generale di grave crisi economica e sociale.

E certamente l’aspetto più considerevole riguarda il sistema degli scambi finanziari e commerciali, riferiti questi ultimi ai settori alimentari, alle tecnologie e alle materie prime, ma soprattutto all'approvvigionamento energetico. Come è noto, il nuovo cancelliere tedesco Olaf Scholz ha già indicato che potrebbe essere posto in discussione il progetto del gasdotto Nord Stream 2, che dovrebbe raddoppiare l’afflusso di gas russo all'Europa. In ogni caso gli interessi sul flusso energetico sono di entrambi i contendenti: se gli europei in particolare hanno bisogno degli approvvigionamenti, dall'altro la Russia ha necessità di mantenere il livello del suo export.

Se le prospettive dunque non sono rassicuranti, c’è una ragione in più perché la “comunità internazionale” – ma anche quella dei giuristi – ricerchi con maggiore convinzione il ruolo della diplomazia che in questo caso deve porsi necessariamente l’obiettivo di evitare il conflitto.

E qui a dire il vero non sono mancate le iniziative e gli incontri ad alto livello, ma sembrano piuttosto orientati fino ad ora a sostenere la linea della deterrenza, prospettando per lo più il ricorso al sistema delle sanzioni internazionali e/o degli aiuti economici e militari all'Ucraina.


Ma una valutazione più attenta può cogliere invece l’importanza di un possibile punto di svolta, che altro non è che un punto di partenza da cui riprendere la matassa su cui ha iniziato ad intrecciarsi il filo della crisi.

Tra le varie congetture sulle linee d’azione per concertare una possibile intesa, infatti, quella che appare la più concreta e realizzabile sembra quella di riportare al centro della questione gli Accordi di Minsk: si tratta del Protocollo di Minsk del 2014, e in particolare del Minsk II, sottoscritto l’11 febbraio 2015 tra i capi di Stato di Ucraina, Russia, Francia e Germania – e sotto l’egida del Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (OSCE) – al termine di un sofferto processo negoziale che portò ad un pacchetto di misure di contenimento della escalation della guerra del Donbass.

A parte il cessate il fuoco, la liberazione e lo scambio dei prigionieri, gli accordi stabilivano l’impegno a dare un assetto costituzionale all’Ucraina e a riconoscere margini di autonomia alle regioni di etnia russa.

Importanti erano anche le previsioni di “misure di fiducia” che concernevano, ad esempio, il “ritiro di tutti gli armamenti pesanti allo scopo di creare una zona di sicurezza tra entrambe le parti, di 50 km per artiglierie (di calibro superiore a 100 mm), di 70 km per sistema lanciarazzi multipli e di 140 km per versioni di questi ultimi a lunga gittata (9A53 Tornado, BM-27 Uragan e BM-30 Smerch) e per sistemi missilistici tattici OTR-21 Točka”. In tale processo venivano previste le procedure proprie dell’OSCE di osservazione e verifica sul cessate il fuoco e sul ritiro degli armamenti pesanti.


Gli accordi sono anche ricordati per essere una iniziativa del “Formato Normandia”, perché il 6 giugno 2014 i leader di Francia, Germania, Russia e Ucraina si incontrarono a margine del 70° anniversario dello sbarco alleato del D-Day in Normandia e qui decisero di impegnarsi per dare una svolta alla guerra del Donbass. Anche su questo riferimento non ci si può sottrarre ad una riflessione che può essere una premessa suggestiva per riprendere il dialogo internazionale: il richiamo ad una fase cruciale della II guerra mondiale evoca il valore incommensurabile che rappresentò per il futuro delle generazioni l’intesa allora raggiunta tra Stati Uniti e Unione Sovietica, insieme a Francia e Gran Bretagna.

Oggi è proprio la Francia di Macron a rilanciare il «Formato Normandia» per ridare vita al dialogo tra Russia, Ucraina, Francia e Germania, ripartendo dagli Accordi di Minsk. Ma, ad onore del vero, chi ha seguito con attenzione i momenti delle dichiarazioni a margine dei numerosi vertici internazionali che si sono susseguiti ricorda anche una precisa indicazione venuta dal Presidente del Consiglio Mario Draghi e riportata dalle agenzie il 22 dicembre scorso: “Le relazioni tra Ucraina e Russia sono disciplinate dagli Accordi di Minsk che non sono stati osservati da nessuna delle due parti. Quindi un’osservanza di questi accordi potrebbe essere il primo passo”.


L’Italia, che qualcuno in questi giorni ha indicato di non aver molto chiarito la propria posizione sulla crisi dell’Ucraina perché presa dalle elezioni presidenziali, aveva già indicato una strada da intraprendere concretamente. C’è solo da sperare che si ritorni effettivamente a ridiscutere sugli Accordi di Minsk.

Foto Ministero della Difesa Russo e Ministero della Difesa Ucraino

Vignetta di Alberto Scafella

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