L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

venerdì 28 gennaio 2022

passaporto di inoculato per andare a lavorare, la follia pura attraversa la mente del governo del Parlamento e Mattarella Mattarella tace e permette tutto. Squallore Italia

L’ultimo Dpcm, ennesimo trionfo della soffocante burocrazia pandemica sui diritti anche più elementari

 di Gianluca Spera, in Politica, Quotidiano, del 28 Gen 2022, 03:58


Prima o poi, il delirio dirigista doveva arrivare al culmine e sostanziarsi in un atto quasi surreale come l’ultimo Dpcm di contiana memoria, che entrerà in vigore a partire dal 1 febbraio. Un provvedimento che rappresenta l’ennesimo trionfo della soffocante burocrazia pandemica sui diritti, anche quelli più elementari dei cittadini. Infatti, sono state ben poche le esenzioni previste dal governo: in pratica il Green Pass, nella sua versione base, sarà richiesto per recarsi in edicola a comprare il giornale, in libreria come in profumeria, per ritirare la pensione, per comprare marche da bollo o sigarette dal tabacchi, perfino per accedere alle onoranze funebri e ordinare la bara per un caro estinto.

Peraltro, con un tuffo indietro nel passato recente, siamo ritornati anche alle cosiddette FAQ, cioè le specificazioni sul sito del governo che dovrebbero chiarire queste nuove regole oscure e insensate. Ci troviamo nel paradosso che le risposte rapide del governo diventano fonte di interpretazione delle norme contenute in decreti e atti amministrativi. Per fortuna, pare che l’accesso al supermercato per l’acquisto di beni ritenuti non essenziali non sia più subordinato all’esibizione del lasciapassare. Un atto di generosità inattesa da parte dei nostri governanti.

Per il resto, siamo veramente al di là dello scenario de “Le vite degli altri”, il film che descriveva il capillare controllo del governo della DDR sulle vite dei malcapitati cittadini. Siamo anche oltre qualsiasi contesto orwelliano e abbiamo ampiamente superato anche “Il mondo nuovo” di Huxley. Qui siamo al clima inquisitorio, al sacrificio estremo delle persone, costrette a inginocchiarsi davanti al totem sanitario senza possibilità di scelta: o cedono o soccombono. Una situazione simile a quella del prigioniero, raccontato ne “Il pozzo e il pendolo” da Edgar Allan Poe, che, per scampare alla lama che oscilla sul suo petto, rischia di finire nel pozzo.

E così ogni esigenza, anche quella primaria, deve passare attraverso la scansione dell’ormai famoso QR code. Non si può nemmeno piangere per una perdita dolorosa se prima non ci si sottopone a questo nuovo rituale, tecnologico e tribale allo stesso tempo; un sopruso che metterebbe a dura prova anche la pazienza di un assiduo frequentatore degli hub allestiti dal generale Figliuolo. Come tutto questo sia ormai compatibile con i principi basilari di una democrazia liberale è discussione assai oziosa, visto che il Paese non mostra alcun segno di reazione e sembra vivere in una sorta di ipnosi collettiva favorita dal circuito dell’informazione mainstream.

Salvo rare eccezioni, tacciono i giuristi (anzi alcuni, come il quirinabile Sabino Cassese, approvano con estrema soddisfazione le misure del governo), tacciono tutti quegli organi di informazione che in passato si sono indignati per molto meno, tacciono i maître à penser del fu pensiero progressista ora diventati sacerdoti del pensiero unico.

Tutto questo accade, peraltro, nel momento in cui il resto d’Europa e del mondo allenta le misure o derubrica l’epidemia a sindrome influenzale. Invece, i nostri governanti, probabilmente da appassionati di enigmistica, trovano il modo per complicarci la vita ogni giorno.

Per esempio, dal 1 febbraio il certificato verde avrà una durata di nove mesi in Europa mentre da noi è stata accorciata a sei mesi, creando di fatto un altro intralcio al turismo e alla libera circolazione. Per evitare che uno spagnolo o un francese, con un Green Pass ottenuto da più di sei mesi, possa rinunciare al viaggio in Italia per non essere inghiottito dal labirinto burocratico che gli impedirebbe l’accesso a bar, ristoranti e alberghi, il governo stabilirà una sorta di privilegio per i turisti: il loro certificato verde sarà valido per nove mesi, a differenza di quello degli italiani fermo a sei mesi. Tuttavia, in questo gioco a premi per i fedelissimi e corrispondenti punizioni per i renitenti, l’Esecutivo sta pensando di rendere illimitata la durata del Green Pass ottenuta dopo la terza somministrazione, salvo rivedere la norma quando arriveranno indicazioni sulla necessità di un quarto giro. Insomma, il governo dà e il governo toglie a suo insindacabile giudizio. Peraltro, in questo inestricabile groviglio di norme contraddittorie rischia di smarrirsi anche il giurista più esperto. Senza neppure considerare l’evidente disparità di trattamento tra il cittadino italiano e quello comunitario.

Quisquilie, bazzecole, pinzillacchere avrebbe detto Totò. Invece, non sono affatto cavillose obiezioni da Azzeccagarbugli queste sulla parossistica imposizione di regole sanitarie sempre più irritanti. Basti pensare all’uso disinvolto che si è fatto del codice della protezione civile per proclamare e prolungare all’infinito lo stato d’emergenza. A parte l’interpretazione iniziale, assai ampia, che ha avuto come effetto l’emanazione di norme in palese contrasto con i principi costituzionali, il governo attualmente in carica ha superato anche i limiti di durata dello stato d’emergenza, cioè due anni dalla sua proclamazione, con un uno dei tanti decreti legge che ci hanno sommerso negli ultimi mesi. Anche in questo caso, sarebbe stato più corretto un preliminare passaggio parlamentare che facesse esplicito riferimento alla modifica della norma contenuta nel codice della protezione civile. Invece, con il solito piglio decisionista e scavalcando ancora una volta le aule parlamentari, lo stato d’emergenza, che sarebbe dovuto terminare il 31 gennaio, è stato spinto fino al 31 marzo con l’incredibile previsione di proseguire con Green Pass e obblighi anche oltre questa data.

Cioè ci ritroveremo in uno stato d’emergenza senza più emergenza. Sospesi tra l’affannosa ricerca di qualche brandello di normalità e la scure di provvedimenti ormai sproporzionati e anacronistici. Nella stessa agonizzante attesa del prigioniero uscito dalla penna di Poe ma senza la prospettiva dell’arrivo salvifico del generale Lassalle.

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