L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

lunedì 31 gennaio 2022

Per il momento c'è la ritirata strategica sulla bolla covid ma non ci vuole un niente e questa potrebbe diventare una fuga precipitosa, un si salvi chi può, una carneficina tra i sostenitori dell'insensatezza e della segregazione/divisione nei popoli

Il crollo in borsa della pandemia



Che il vento stia girando cominciano a dirlo anche i cosiddetti mercati, vale a dire gli investitori istituzionali, spesso facenti parte della costellazione finanziaria e di potere che è all’origine della creazione pandemica. E dunque gente informata dei fatti, per così dire ed è determinante per i corsi delle borse. Ma adesso stiamo assistendo al crollo dei titoli di aziende che dovrebbero trarre linfa dalla narrazione virale. Per esempio prendiamo il fornitore di conferenze online Zoom: all’inizio della pandemia una sua azione valeva 70 euro, ma poi ha cominciato a crescere ed è arrivato a 500 euro nell’ottobre 2020. Ora è quotata in borsa solo a 137 euro, segno che si prevede la rimozione di alcune difficoltà quanto meno nei contatti di affari. Più o meno la stessa cosa accade con Netflix il rimedio perfetto per le segregazioni, un infinito serbatoio per rimbambirsi con roba di bassa qualità, ripetitiva fino alla nausea, ma sufficientemente patinata da dare sembrare uno smercio di chicche: l’azione Netflix è aumentata dai 290 euro del marzo 2020 ai 600 euro del novembre 2021, ma la settimana scorsa il titolo ha perso il 40% di valore che francamente è un po’ troppo per essere solo il riflesso della concorrenza. Persino la Peloton che produce cyclette e tapis roulant, collegati via internet con il sito dell’azienda produttrice per poter seguire programmi di allenamento e ottenere funzionalità aggiuntive, l’ideale per sostituire la palestra aveva avuto il suo boom e oggi conosce il suo sboom: le sue azioni sono aumentate dai 18 dollari del marzo 2020 ai140 all’inizio del 2021. Ma in questo momento Peloton sta cadendo dalla cyclette e la sua attualmente vale solo un quinto di quella che era nei tempi migliori.

La caduta però più clamorosa è quella delle azioni Biontech, aziendina sconosciuta fino all’estate del 2018, ma poi trasformatasi in un gigante dei vaccini a mRna in coppia con Pfizer: il valore di mercato del titolo Biontech si è moltiplicato per nove da marzo 2020 ad agosto 2021. Da allora, tuttavia, le azioni hanno registrato un deprezzamento del 65% nonostante le vendite di preparati ad mRna per oltre 35 miliardi di dollari con il colosso farmaceutico statunitense. E qui forse si intravvede anche una intenzione di abbandonare la gallina dalle uova d’oro prima che possa finire disossata dalle malefatte vaccinali. Ad ogni modo è chiaro che i valori azionari di quelle aziende e di quei settori che più potevano beneficiare delle “misure” anti pandemiche stanno attualmente scendendo più drasticamente rispetto ad altri titoli. Le ragioni sono complesse e derivano in parte dalla concorrenza che si è sviluppata nel frattempo, in parte dai giochi di borsa, in parte anche dall’impoverimento economico a cui ha portato la commedia pandemica. Ma si può anche pensare che la sempre maggiore pressione che viene dal basso per eliminare le assurde costrizioni e gli obblighi vaccinali rende chiaro a tutti i soggetti coinvolti, non da ultimo a quelli in borsa, che le condizioni quadro per coloro che in qualche modo beneficiano della pandemia potrebbero deteriorarsi rapidamente.

Anche se gran parte dell’informazione sta proteggendo l’esercito virale in ritirata con un fuoco di sbarramento di menzogne sempre più incredibili e sfacciate, anche se i social proseguono nella loro opera di censura, il fallimento dei vaccini è evidente per non dire clamoroso. Questo mentre la prospettiva di una serie senza fine di dosi sta erodendo il consenso anche di molti che avevano accetto di buon grado la vaccinazione. Ma tale situazione è foriera di nuovi e drastici cali azionari, perché se da una parte la propaganda pandemico vaccinale dei media spinge ancora all’acquisto di azioni che presumibilmente dovrebbero trovare vantaggio dalla narrazione, le vendite allo scoperto, praticate peraltro da tutti i giganti finanziari, potrebbero provocare crolli improvvisi. C’è da chiedersi se i giornali la cui proprietà finale si riferisce proprio a tali centri finanziari non stiano in questa fase collaborando a una sorta di gigantesco insider trading.

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