L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

giovedì 13 gennaio 2022

Ragionamenti contabili ineccepibili che non tengono conto della realtà

Perché il debito pubblico italiano può scendere al 100% del PIL in dieci anni
Debito pubblico italiano ancora sopra il 150% del PIL, ma è possibile farlo scendere al 100% in una decina di anni. Vediamo come.
di Giuseppe Timpone , pubblicato il 12 Gennaio 2022 alle ore 10:33


Alla fine del 2021, è probabile che lo stock del debito pubblico italiano si sarà fermato al di sotto dei 2.732 miliardi di euro indicati dal governo nel NADEF. Al contrario, il PIL nominale dovrebbe essersi attestato vicino ai 1.790 miliardi, una decina in più delle previsioni ufficiali. In definitiva, il rapporto debito/PIL dovrebbe essere sceso a poco più del 152%. Resta altissimo, ma starebbe calando più velocemente di quanto ci aspettassimo fino a pochi mesi fa.

Per quest’anno, il governo stima una crescita economica del 4,7% e un’inflazione all’1,5%, apparentemente sottostimata, forse neppure di poco (era al 3,9% a dicembre). L’entità della prima dipenderà dall’evoluzione sanitaria e dalla capacità del sistema Italia di resistere ai contagi senza nuove restrizioni anti-Covid. Di fatto, il premier Mario Draghi sta perseguendo questa strategia: super green pass per quasi ogni attività, pur di non chiudere nessuna attività o circoscrivere le limitazioni.
Debito pubblico, variabili in gioco

Secondo il Patto di stabilità, il debito pubblico massimo a cui tendere sarebbe al 60% del PIL. Tuttavia, la riforma in discussione tra i governi dovrebbe innalzare tale soglia-limite al 100% o giù di lì. Per l’Italia sarebbe così impossibile centrare tale obiettivo nel lungo periodo? Per rispondere, dobbiamo fare i conti con tre variabili: deficit fiscale, crescita del PIL e inflazione. Il governo può tenere sotto controllo il primo con una politica di spesa accorta, sostenere la seconda grazie alle riforme economiche, mentre alla terza ci pensa la BCE. E in questi primi venti anni di euro, l’inflazione si è mantenuta bassa e stabile.

Per far sì che il debito pubblico in rapporto al PIL nominale scenda, è necessario che il bilancio dello stato si chiuda ogni anno quanto più in equilibrio possibile e che l’economia italiana cresca il più possibile.
Un po’ d’inflazione allo scopo non guasta, anzi aiuta a tagliare il rapporto. Con la pandemia, il deficit pubblico è esploso al 9,5% nel 2020, il dato maggiore da inizio anni Novanta. Lo scorso anno, probabile che si sia attestato in area 9%. Sembra molto complicato tendere al pareggio di bilancio da qui a pochi anni. Tuttavia, una volta che l’economia si sarà messa alle spalle la pandemia, ci ritroveremmo nelle condizioni pre-Covid. Nel 2019, il deficit era sceso all’1,6%, dato minimo dal 2007.

A sua volta, il deficit è frutto di due voci: saldo primario e spesa per interessi. Il primo, cioè la differenza tra entrate e spese (interessi sul debito esclusi), prima della pandemia era in attivo tra l’1,5% e il 2% del PIL. La seconda incide grosso modo per il 3,5% del PIL, ma tende a contrarsi di anno in anno sia in termini percentuali che in valore assoluto, grazie al fatto che il Tesoro riesce a rifinanziarsi sui mercati a costi molto più bassi di quelli sostenuti sul debito pubblico in scadenza. Nel 2021, ad esempio, il costo medio di emissione è sceso al minimo storico dello 0,1%.
Pareggio di bilancio non impossibile

Pur in rialzo, i rendimenti italiani restano nei pressi dei minimi di sempre. Anche supponendo che i costi medi di emissione salgano all’1% nei prossimi anni immediati, la spesa per interessi tendenzialmente continuerebbe a incidere sempre meno sul PIL. Auspicabilmente, essa potrebbe portarsi finanche sotto il 2%, stessa percentuale dei saldi primari pre-Covid, consentendoci di centrare il pareggio di bilancio. A quel punto, il PIL nominale continuerebbe a crescere senza che lo faccia anche il debito. Il rapporto inizierebbe una discesa piuttosto rapida.

Serve, però, rinvigorire la crescita economica dopo un ventennio a dir poco stagnante. Se i prestiti del Recovery Fund saranno impiegati a sostegno dell’economia italiana e i mercati torneranno ad avere fiducia nel nostro Paese, non sarebbe impossibile centrare l’obiettivo di una crescita annua del 2%.
Ipotizzando che altrettanto sarà l’inflazione, avremmo una crescita nominale media del 4% all’anno. In dieci anni, farebbe +48%. Se riuscissimo a mantenere stabile lo stock del debito pubblico, il rapporto si porterebbe in area 100%. Peraltro, una discesa marcata e costante sarebbe benedetta dagli investitori con rendimenti bassi, i quali a loro volta continuerebbero a sgravarci della spesa per interessi. Dobbiamo credere nella nostra capacità di innescare un circolo virtuoso per i conti pubblici. Non è affatto impossibile.

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