L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

giovedì 13 gennaio 2022

Stagflazione 69 -

RECESSIONE + INFLAZIONE/ Ecco il regalo delle scelte Green dell’Ue
Pubblicazione: 12.01.2022 - Paolo Annoni
Esiste la possibilità concreta di uno scenario di rallentamento economico accompagnato da incremento dei prezzi. Questo a causa della transizione green europea

Ursula von der Leyen, presidente della Commissione Ue (LaPresse)

Pochi giorni fa la responsabile esecutiva della Bce per le operazioni di mercato, Isabel Schnabel, ha dichiarato che la transizione programmata da combustibili fossili a un’economia più verde e a bassa anidride carbonica “pone misurabili rischi al rialzo alle nostre proiezioni base sull’inflazione nel medio termine”. La rincorsa a tempo ampiamente scaduto, per esempio dell’Italia, per rilanciare la produzione nazionale di gas a dispetto della narrazione sulle “rinnovabili” è emblematica dei rischi che pone la transizione. Il probabile inserimento nella tassonomia europea di gas e nucleare fa il paio con le grida di allarme che si leggono sui quotidiani nazionali e con il ritrovato entusiasmo per la produzione “patria” di gas. Le fonti rinnovabili non sono in grado di sostituire gli idrocarburi se non a patto di costi molto rilevanti per le imprese, che rischiano di saltare, e per i consumatori. L’unica possibilità di vivere in un mondo di pannelli solari e pale eoliche è riscoprire le proprie passioni “bucoliche” e rinunciare a tutti i benefici della civiltà industriale che ci ha regalato qualche decennio in più di aspettativa di vita.

Le dichiarazioni che vengono dalla Bce ci dicono almeno due cose. La prima è che il grande assunto che le rinnovabili sarebbero arrivate velocemente e, anzi, forse sarebbero già convenienti come le fonti tradizionali era solo un pio desiderio oppure marketing politico. Gli idrocarburi hanno il vantaggio di risolvere almeno tre problemi in uno: la produzione di energia, l’immagazzinamento, che è rinchiuso nel “litro di benzina” o nel metro cubo di gas, e la programmabilità. Le rinnovabili risolvono solo il primo problema a costi superiori, ma non affrontando il secondo e il terzo alla fine determinano costi per il sistema fuori scala. Come minimo il sistema economico deve tenere in vita, a costi esorbitanti, tutta l’infrastruttura tradizionale per accenderla quando le rinnovabili non producono. È inevitabile chiedersi se tutto l’entusiasmo per il “green” sarebbe potuto nascere e sopravvivere se fosse stato compreso il prezzo. La “bolletta” energetica è solo una parte, e nemmeno la più importante, del caro prezzi perché il costo dell’energia è l’ingrediente principale e il comune denominatore di tutto quello che compriamo al supermercato.

La seconda questione è che l’incremento dei prezzi, “l’inflazione”, è un fattore indipendente dalle politiche delle Banche centrali. La transizione verde è un processo di trasformazione colossale dell’industria che non dipende dalle politiche monetarie della Bce. La quale potrebbe essere costretta, per assurdo ma neanche tanto, ad alzare i tassi e i prezzi di moltissimi beni rimarrebbero comunque superiori a quelli di sei mesi fa perché nel frattempo il sistema economico è obbligato dalle regole europee a buttare via fonti energetiche economiche e sicure per passare a fonti costose e inaffidabili. L’incremento dei prezzi del gas e del petrolio sono stati solo in parte incorporati nei prezzi di vendita delle imprese. Esiste la possibilità concreta di uno scenario di rallentamento economico accompagnato da incremento dei prezzi. È uno scenario possibile anche se l’Europa dovesse rimangiarsi il “green new deal” a tempi record. I tempi dell’industria non sono quelli del “libero mercato dell’energia”. Serve che le imprese decidano di investire, scommettendo che non ci siano inversioni a “U” della politica energetica, che ottengano le autorizzazioni, diano i contratti alle imprese e così via. Ci voglio diversi trimestri anche ipotizzando tempi record. L’alternativa è una inversione a “U” della politica estera europea sia a est che nel Mediterraneo.

Ci limitiamo a osservare che in nessuna altra parte del globo ci si è anche solo avvicinati al processo europeo. La ragione è semplice: nessuno ha voluto o potuto imbarcarsi in un processo che avrebbe messo in crisi i sistemi produttivi e che si sarebbe scaricato su famiglie e consumatori sotto forma di incrementi di prezzi e, quindi, abbassamento della qualità della vita. Detto questo non è mai troppo tardi per tornare indietro, ma serve la disponibilità a un bagno di umiltà e probabilmente il sacrificio di qualche carriera politica.

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