L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

venerdì 21 gennaio 2022

Stagflazione 71 - Nonostante l'invenzione dell'influenza covid per rallentare l'inflazione scaturita dalla montagna di soldi che la Fed dal 17 settembre del 2019 ha riversato nel mondo finanziario, questa avanza spedita e manda il petrolio, insieme al gas, alle stelle

La corsa del greggio minaccia le previsioni di inflazione delle banche centrali
Se i prezzi del greggio sfondassero il muro dei 100 dollari, famiglie e imprese potrebbero rivedere al rialzo le aspettative inflazionistiche nel 2022. Si innescherebbe una spirale che rischia di rievocare gli spettri della stagflazione degli anni Settanta

di Roberto Italia20/01/2022 17:03

La corsa del greggio minaccia le previsioni di inflazione delle banche centrali


La fiammata dell'inflazione a livello globale è stata sicuramente uno dei temi bollenti del 2021, in particolare nei Paesi avanzati. Ma si fa sempre più concreto il rischio che il 2022 sarà un altro anno di corsa dei prezzi. Si tratta di un problema non da poco per le banche centrali, per i consumatori e per il sentiero di crescita dal momento che a contribuire alle fiammate potrebbe continuare ad essere il caro energia. Proprio ieri sera è intervenuto il presidente degli Stati Uniti Joe Biden, che ha dichiarato che "stiamo provando a lavorare sull'aumento delle forniture di petrolio disponibili", ma ha ammesso che "sarà dura" chiudere il gap tra domanda e offerta.

Il petrolio è tornato a mordere in questo inizio 2022 toccando i massimi da 7 anni, nonostante ieri entrambi i listini di riferimento abbiano terminato in rosso con alcune prese di profitto. Oggi il Brent viaggia a quota 89,01 dollari al barile (+0,64%) e, dopo il +50% del 2021, è già lievitato del 14% circa nei primi 20 giorni dell'anno. Incrementi simili per il Wti, che oggi sale dello 0,79% a quota 87,65 dollari al barile.

Come ha spiegato Craig Erlam, analista di Oanda, il rally recente del greggio è partito "quando l'Agenzia Internazionale dell'Energia ha confermato che il mercato sembra più saturo di quanto previsto in precedenza come risultato di una domanda più forte, nonostante la variabile Omicron, e l'incapacità dell'Opec+ di centrare i suoi obiettivi mensili di aumento della produzione". Inoltre, "secondo gli analisti del settore è verosimile aspettarsi un'impennata delle quotazioni nel primo trimestre, quale effetto dell'aumento della domanda di carburante da parte delle compagnie aeree, dovuta al venir meno di alcune restrizioni alla mobilità in diversi Paesi, tra i quali Nuova Zelanda, Singapore e Australia", ha ricordato Antonio Tognoli di Integrae sim. "Sul mercato manca quasi del tutto il petrolio iraniano, la cui decisione di incrementarne la vendita è però politica. Ma non siamo così sicuri che ci sia tutta questa fretta. Le aziende statunitensi di scisto hanno spinto il sentiment di mercato in modo da far salire i prezzi in due modi: non tornando ai livelli di produzione pre-Covid e affermando che non aumenteranno la produzione neanche in caso di prezzi più alti di quelli attuali", ha aggiunto Tognoli.

Vista la capacità produttiva al limite, le scorte sotto i livelli pre-pandemia e i problemi di natura geopolitica emersi in diverse regioni produttrici, come negli Emirati Arabi, i prezzi del petrolio stanno sfrecciando verso i 100 dollari al barile, un livello che Goldman Sachs prevede sarà sfondato entro la metà dell'anno. Si sono sbilanciati ancora di più gli analisti di Jp Morgan, aspettandosi che il petrolio possa raggiungere i 125 dollari quest'anno e i 150 dollari nel 2023.

Desta dunque molta preoccupazione il fatto che "mentre i 90 dollari potrebbero aver innescato alcune prese di profitto e un piccolo raffreddamento dei prezzi, questo suggerisce che non vedranno alcuna tregua e potremmo realisticamente vedere presto il petrolio a 100 dollari", ha aggiunto Erlam. Il tema inevitabilmente si sposta sulla reazione delle attese di inflazione, della trasmissione dei costi da monte a valle e delle richieste salariali. I rialzi dei tassi d'interesse in Paesi tra cui Regno Unito e Norvegia e i segnali sempre più numerosi di una Federal Reserve in modalità falco nel 2022 hanno al momento impedito alle aspettative di inflazione degli operatori economici di tracciare le quotazioni più elevate del petrolio. È probabile, inoltre, che l'impatto della salita del Brent e del Wti a quota 100 dollari non sia enorme dal momento che i tassi di inflazione riflettono già i balzi dei prezzi energetici rispetto a un anno fa. Senza contare che le economie, soprattutto in occidente, sono diventate molto meno energivore rispetto persino a un decennio fa.

Questi elementi porterebbero a concludere che la stagflazione stile anni Settanta non è un esito all'orizzonte. Tuttavia, è vero che molti esperti di mercato sostengono che l'impatto psicologico del petrolio a quota 100 non possa essere sottovalutato. Famiglie, imprese e policymaker sono già alle prese con un'inflazione a livelli mai visti da decenni e potrebbero decidere di aggiustare al rialzo le loro aspettative, mandando in frantumi tutti i calcoli delle banche centrali. Per esempio, la Bce ha assunto nelle sue proiezioni macroeconomiche il Brent a 77,5 dollari nel 2022 e a 69,4 entro il 2024.

"Potrebbe essere "la ciliegina sulla torta" dell'inflazione se non otteniamo una moderazione dei prezzi dell'energia", ha dichiarato Frederik Ducrozet, strategist di Pictet Wealth Management. "Questa volta è un po' diverso perché siamo già a un punto in cui i rischi sono sbilanciati al rialzo e le banche centrali sono preoccupate per una spirale salari-prezzi visto che i prezzi dell'energia contribuiscono agli effetti di secondo impatto".

Questo tipo di effetti varia da Paese a Paese, ma nell'Eurozona un aumento del 10% dei prezzi del petrolio incrementa circa dello 0,5% il tasso di inflazione, sebbene l'impatto diretto tenda a svanire rapidamente. Per esempio, relativamente agli Stati Uniti, un paper pubblicato lo scorso novembre da due ricercatori della Fed di Dallas ha stimato che uno scenario con il petrolio a 100 dollari aumenterebbe l'inflazione Pce su base annua (a novembre al 5,7%) di 0,4 punti percentuali entro la fine di quest'anno. Sempre secondo il report, la componente di fondo, la metrica preferita dalla Fed, (a novembre al 4,7%) aumenterebbe di 0,3 punti nel 2022. Ciò innescherebbe un aumento delle aspettative di inflazione a un anno da parte delle famiglie di 1,2 punti percentuali, ma aggiungerebbe solo 0,2 pp alle aspettative a 5 anni. Gli Stati Uniti e il Regno Unito stanno già subendo tali pressioni di secondo impatto tramite gli aumenti salariali. L'Eurozona è più indietro nel processo, ma i mercati monetari si aspettano che la Bce sarà costretta ad attuare una prima stretta sui tassi entro la fine dell'anno. Secondo Jorge Garayo, senior inflation strategist di Société Générale, il greggio a 100 dollari potrebbero creare quell'ambiente inflazionistico vischioso tale da innescare richieste di salari più alti.

Sarà ora fondamentale capire quello che succederà ai prezzi del petrolio quando la forte domanda invernale si alleggerirà. I prossimi mesi diranno anche se i prezzi dell'elettricità e le strozzature dell'offerta caleranno. Perché se l'oro nero continua a rimanere caro, sarà la domanda di energia ad autocorreggersi con una contrazione dei consumi e della crescita.

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