L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

lunedì 17 gennaio 2022

Una classe politica da azzerare

Putin? No, Tafazzi. Sapelli sui rischi per l’energia italiana
Di Francesco Bechis | 16/01/2022 -


Giulio Sapelli, storico ed economista nel board della Fondazione Eni Enrico Mattei, sfoglia il rapporto sulla sicurezza energetica del Copasir. L’Italia torni ad esplorare il suo gas, riscopriamo il petrolio. Basta tafazzismi: vi spiego le vere ragioni della crisi dell’energia europea. E occhio al ricatto cinese

Più di Putin e Xi può il tafazzismo. Giulio Sapelli, storico ed economista, è convinto che la vulnerabilità del mercato energetico italiano – fotografata nella nuova relazione del Copasir sulla base di un alert degli operatori e dell’intelligence – si deve anche e soprattutto a scelte sbagliate della politica.

Sapelli, il Copasir ha parlato. L’energia italiana dipende troppo dai rubinetti russi.

La questione russa è solo una faccia della medaglia. Diciamoci la verità: il più grande pericolo per la nostra sicurezza energetica viene dalla politica italiana.

Perché?

Un attimo: prima intendiamoci sul significato di sicurezza energetica. Che non è la mancanza di energia, ma di fonti energetiche. Un esempio: l’energia elettrica è un vettore che può avere come fonte il carbone.

Dove vuole arrivare?

Il vero rischio per la sicurezza nazionale è rimanere senza fonti energetiche: l’Italia non corre questo rischio. Ne ha sempre avute molte. Penso all’idroelettrico, che Francesco Saverio Nitti chiamava “carbone bianco”. Negli anni purtroppo abbiamo chiuso una centrale dopo l’altra, grave errore. O ancora al metano.

Il gas, appunto. Che però l’Italia acquista in buona parte dall’estero.

Lo sappiamo. Russia, Algeria, Libia, Azerbaijan. In questo caso però non c’è il rischio che vengano meno le fonti di energia. Preoccupa piuttosto l’aumento esponenziale del prezzo dovuto a un picco di consumo senza precedenti.

Come si spiega?

In parte è dovuto all’ultra-digitalizzazione innescata dalla pandemia. Sono due fattori connessi, la crisi in Kazakistan lo dimostra. Se manca l’energia elettrica e i costi sono saliti vertiginosamente è perché il mining di bitcoin consuma una massa immensa di energia.

L’Italia deve tornare a cercare il suo gas naturale?

Abbiamo smesso di trivellare da anni, purtroppo. Apprezzo l’annuncio di Cingolani che ha parlato di nuova estrazione di gas. Ne abbiamo ancora tanto: nell’Adriatico, nell’Appennino e in Basilicata.

Nel Mediterraneo…

Abbiamo scoperto grazie all’Eni uno dei più grandi giacimenti al mondo in Egitto, garantito a un Paese l’autosufficienza energetica. L’espansionismo neo-ottomano nel Mediterraneo ha solo questa ragione di fondo: la ricerca di petroli e gas. Da noi solo Eni fa ricerca petrolifera, eppure ci sono ancora tante Basilicate. Per non parlare dell’infrastruttura. Abbiamo una delle reti metanifere più grandi al mondo, e grazie a Snam può essere riconvertita per i due terzi all’idrogeno.

Poi c’è il petrolio…

Il petrolio non è da depennare, non mi stanco di dirlo. Molti dimenticano che dal petrolio non si ricavano solo energia e benzina. Da qui nasce gran parte dell’industria farmaceutica, la cosmetica, la “chimica buona” in agricoltura. In Italia abbiamo deciso di chiudere la raffinazione che trasforma il petrolio in una straordinaria fonte industriale. Un mondo biologico è un’illusione pericolosa.

Torniamo all’inizio: Italia ed Europa sono alla mercé del gas russo. Il Nord Stream 2 è una buona idea?

Piaccia o no, è necessario e fermarlo è un atto suicida. L’investimento di Gazprom è stato sostenuto da importanti banche tedesche e internazionali. È legittimo che chi ha costruito un’opera in vent’anni richieda di essere pagato con un contratto take for pay, che si fonda sulla quantità fisica del gas.

E invece?

Invece il mercato del gas europeo oggi si basa su contratti spot, che non hanno alcun rapporto con la quantità fisica e rispecchiano il modo di fissare i prezzi della finanza internazionale, fanno schizzare alle stelle il prezzo delle fonti energetiche. Negli ultimi vent’anni siamo passati dai prezzi del gas basati sulla quantità fisica ai prezzi dettati dal mercato finanziario. Questa schizofrenia è il risultato.

Anche le rinnovabili hanno un prezzo per la sicurezza, avvisa l’intelligence.

È il monito più interessante nel rapporto del Copasir. L’energia solare ed eolica e il loro accumulo richiedono l’uso di terre rare che sono in gran parte in mano alla Cina. Parliamo peraltro di materiali che non si possono facilmente eliminare o riciclare, come il cobalto. Spingere in modo ossessivo sulle rinnovabili rischia di farci cadere nel ricatto cinese.

Non ci staremo dimenticando del nucleare?

Il dibattito sul nucleare è ideologico. Parliamo di una fonte che ha bassissimo rendimento energetico. Può servire ad avviare una reindustrializzazione, dà lavoro, ma produce solo energia elettrica e comunque in basse quantità rispetto al costo che comporta la costruzione di una centrale. Diversa è la fusione nucleare cui lavora Eni, un’eccellenza che però richiede 20-30 anni di ricerca.

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