L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

martedì 8 febbraio 2022

Dopo due anni di terrorismo/paura, hanno cambiato la vita a milioni e milioni di persone in peggio, ora chiedono scusa, pensando ancora una volta di prenderci in giro

“Vi abbiamo mentito”



A dire la verità il titolo di uno dei maggiori quotidiani danesi l’Ekstra Bladet, dice esattamente ” Abbiamo fallito”, ma dal momento che ho titolato così già due post riguardanti i produttori di vaccini e Israele, propongo una variante che comunque non cambia il significato delle cose, anzi la rende più coerente. Il quotidiano fondato nel 1904 alcuni giorni fa è uscito con un editoriale nel quale si chiede scusa ai lettori per aver accettato la narrativa Covid senza porsi quelle domande che adesso appaiono ovvie e per aver accettato cifre false e sospette senza alcun controllo. “Per quasi due anni siamo stati ipnoticamente preoccupati per la quotidiana narrazione covid fatta dalle autorità” – ha scritto il giornalista di punta del giornale, Brian Weichardt. “La costante preoccupazione ha logorato tremendamente tutti noi. Ecco perché anche noi, la stampa, dobbiamo fare il punto sui nostri sforzi. E abbiamo fallito”.

Il testo è preso dalla traduzione inglese perché nonostante possa annoverare una trisnonna danese non vado molto oltre il mange Tak, molte grazie, ma credo che il mea culpa sia abbastanza fedele a quello originario anche nelle sue connotazioni. “Non siamo stati abbastanza vigili, abbastanza incalzanti nel richiedere che le autorità rispondessero su cosa significasse effettivamente che le persone sono ricoverate in ospedale con il covid e per il covid. Perché fa la differenza. Una grande differenza. I giornalisti avrebbero dovuto evitare di adottare la retorica e la narrativa dello stato sulla vaccinazione e sugli ospedali danesi, in particolare i superlativi che li accompagnavano: i vaccini sono stati costantemente indicati come la nostra ‘super arma’. E i nostri ospedali sono chiamati super ospedali . Tuttavia, questi super-ospedali sono apparentemente sottoposti alla massima pressione, anche se quasi l’intera popolazione è armata con una super-arma”.

Insomma avete capito: pian piano i media si stanno distaccando lentamente dalla narrativa, riconoscendosi in parte colpevoli di non aver controllato le menzogne provenienti dalla politica, ma in realtà non si sa quanto questo sia vero visto che queste scuse arrivano mentre il governo sta abolendo il green pass e con esso molta parte della commedia virale. Questo cambio di registro va insomma ancora una volta di pari passo con le cosiddette autorità. In realtà il pezzo non contempla il fatto che non solo non si sono fatte le domande giuste sui provvedimenti di governo, ma che sono state censurate tutte le opinioni critiche, il che in un certo senso è ancora peggio. Ci si domanda a questo punto se la struttura stessa dell’informazione, di fatto in mano a pochissime persone, con una concentrazione mai vista, sia in in grado di svolgere il ruolo di cane da guardia del potere e non quello di cane di compagnia. Siccome cominceremo anche noi a vedere queste marce indietro cerchiamo almeno di evitare che se la cavino con qualche scusa.

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