L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 12 febbraio 2022

Dopo mesi di istillazione di venti di guerra la narrazione perde acqua da tutte le parti. Forse si stancheranno di emettere menzogne su menzogne per farsi credere, il tratto è stato superato, i popoli diffidano sempre di più dei mezzi d'informazione e della propaganda, sta arrivando velocemente il momento in cui tutto gli si rovescerà contro. È la legge del Contrapasso

Per l’Ucraina nella Nato la crisi dalla paura ai dubbi
10 Febbraio 2022


In Germania è crisi del gas, l’Italia azzera la ripresa. E dagli Stati Uniti tornano truppe Usa in Europa. Inseguendo le notizie giorno per giorno, la percezione di una colossale e catastrofica presa in giro ti monta dentro. Oggi si torna al “Formato Normandia”, gli accordi di Minsk, la cui inadempienza da parte degli ultra nazionalisti di Kiev è alla base della crisi attuale e della rottura con Mosca. Oggi vertice a Berlino dopo che la diplomazia Usa aveva sventolato la minaccia Nato alla porte di casa di Putin. Nel frattempo anche l’esteso apparato di propaganda mobilitato, inizia a correggere il tiro: Il Nyt cambia versione: «Putin ha tempi lunghi». Quindi nessuna invasione alle porte ma una crisi energetica mortale in casa europea. Solo in casa europea.

Esercitazioni in Bielorussia

Riscatto Europa

Nelle foto di copertina Vilseck, Germania, soldati Usa e carri armati in via di trasferimento dall’Alto Palatinato verso la Romania. Accade mentre oggi, sempre in Germania, a Berlino, vertice con i rappresentanti di Germania, Francia, Russia e Ucraina, i quattro paesi del cosiddetto ‘formato Normandia’, che due settimane fa hanno raggiunto un accordo sulla tregua militare nel Donbass. «Adesso tornano al lavoro per affermare uno dei due pilastri su cui il presidente francese, Emanuel Macron, e il cancelliere tedesco, Olaf Scholz, vogliono costruire la loro iniziativa diplomatica», annota Luigi De Biase, osservatore attento sul manifesto.

Il ritorno da dove si doveva partire

Obiettivo elementare: la completa applicazione degli accordi di Minsk firmati nel 2015, che dovrebbero permettere al Donbass di ottenere uno status speciale all’interno dell’Ucraina. Le resistenze a Kiev, in particolare negli ambienti ultranazionalisti, sino molte e minacciose. In più occasioni il presidente ucraino, Zelensky, ha ricevuto minacce e accuse di tradimento proprio per i progressi compiuti sul dossier. Istigazione alla guerra esplicita da parte dell’ex presidente Poroshenko, tornato in patria dopo aver girato molte capitali occidentali.

Qualche militare in meno come simbolo

L’altro obiettivo, è il ritiro delle truppe, circa trentamila uomini secondo i dati a disposizione, che lo stato maggiore russo ha schierato nella vicina Bielorussia per esercitazioni in programma fino al 20 febbraio, obiettivo simbolo “respingimento di aggressioni esterne”. Sul punto il Cremlino ieri ha precisato che «non esiste alcun pre-accordo» con Macron, ma il presidente francese resta convinto di avere «centrato il punto» con la sua doppia visita di lunedì e martedì a Mosca e Kiev. Scholz ripeterà lo stesso tragitto la settimana prossima.

Il rubinetto del Gas all’Europa e gli Usa

Il presidente americano, Joe Biden, ha lasciato intendere in vari modi che punta a chiudere il gasdotto Nord Stream 2. E in Germania (ma non solo) è allarme: nel paese le riserve di gas sono crollate ad un livello «preoccupante», secondo un portavoce del ministero tedesco dell’Economia e dl Clima. «Verifichiamo la situazione dei livelli di stoccaggio, e ora è sicuramente preoccupante», ha dichiarato, precisando che al momento si attestano al 35-36%, contro l’82% del 2020.

Zelensky pacifista

Il presidente ucraino Zelensky ha ribadito di considerare «non probabile» una invasione. «Da settimane il suo governo si è allontanato in modo netto dai rapporti dell’intelligence americana», ribadisce De Biase. «Una linea più moderata anche perché a Kiev, i pericoli legati all’instabilità del sistema politico sono maggiori rispetto a quelli di una guerra». Eppure, nonostante i progressi raggiunti sul piano diplomatico, l’Amministrazione Biden porta avanti il progetto di rimpatrio dei cittadini americani che sono ancora in Ucraina. Nel complesso dovrebbero essere circa 6.600. Anche se il portavoce della Casa Bianca ha fatto sapere che non ci sarà alcuna evacuazione come quella vista a Kabul. Ma l’esempio non tranquillizza affatto.

A Washington in primi dubbi

A Washington il segretario di stato, Antony Blinken, è costretto a dare risposta alle prime perplessità che la stampa non riesce più a trattenere. «Il nostro non è allarmismo», ha detto ieri di fronte ai giornalisti e cita le truppe russe ai confini: «Questi sono semplicemente fatti». Fra i fatti elencati manca quello principale: l’invasione non c’è stata ed è sempre meno probabile. Tra gli ex trombettieri pentiti, anche il New York Times. «Putin segue i suoi tempi, e quei tempi potrebbero essere tempi lunghi», ha scritto ieri il corrispondente da Mosca sulle prospettive di un intervento militare. E dalle cronache di questa guerra che non esplode sta scomparendo il termine «imminente».

Una minaccia presunta di guerra che ha portato alla molto reale e poderosa corsa al riarmo dell’Ucraina: soltanto negli ultimi due mesi a Kiev sono arrivati una tonnellata e mezzo di aiuti militari.

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