L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

domenica 6 febbraio 2022

Draghi, servo, finché gli fanno trovare la pappa pronta diventa una stella, quando si deve rimboccare la camicia e cominciare a sudare la pagnotta dimostra tutti i suoi limiti che non sono pochi

Draghi fiuta il disastro. Il retroscena sul governo: ora cerca una via d'uscita da Palazzo Chigi


Luigi Bisignani 06 febbraio 2022

Caro direttore, the Day After. Irascibile, deluso, fisicamente provato: così appare SuperMario dopo che, da mesi, era convinto di aver preso la carrozza per il Quirinale. Ma Draghi è anche molto irritato con i suoi Grisù che, nelle ore più drammatiche delle votazioni per il Colle, gli hanno suggerito inutili telefonate melliflue ai leader dei partiti per autoproporsi. E poi il premier è pure risentito contro Sergio Mattarella, il quale lo aveva più volte illuso, così come l’intero Paese, sul proprio trasferimento ai giardinetti di Villa Ada. Peccato che nel frattempo tutto l’apparato del Colle, con spettacolare astuzia mediatica (saluti di commiato alle Cancellerie europee, visita di congedo al Papa, per non parlare degli "appelli spontanei" di vari artisti - Benigni in testa - fino alla fiction del trasloco), lavorava sotto traccia per la sua riconferma, senza destare alcun sospetto né in Draghi né nel suo entourage.


E ora Mattarella può riprendere addirittura il suo settennato, a partire dalla giustizia, come fosse la prima volta. SuperMario invece sa che deve trovare una via d’uscita, conscio che il suo "governo dei migliori" fa acqua da tutte le parti, che i piani operativi del Recovery plan sono ancora tutti in alto mare e che difficilmente, con l’aria che tira in Europa, riuscirà a far slittare le scadenze del Pnrr al 2030. E, visto che nessuno più di lui "fiuta" i trend della politica monetaria, sembra si sia dato un obiettivo: con lo spread che a marzo probabilmente volerà a 250 e con l’aumento del tasso d’inflazione - che, dopo le recenti uscite rigoriste della Fed e della Bce, metterà l’Italia nelle condizioni di non poter più pagare il suo debito -, Draghi troverà il modo, a causa delle persistenti liti tra i partiti del suo Esecutivo e del rischio di una manovra restrittiva da 50 miliardi, di chiamarsi fuori.


Meglio le elezioni per un vero chiarimento politico. E proprio perché il treno Italia sta deragliando, ha consigliato al suo modesto ministro dell’Economia Daniele Franco, "Alexa" per gli amici, di annullare la conferenza stampa con il collega tedesco Christian Lindner di passaggio a Roma. Un modo semplice per evitare domande imbarazzanti, come sulla decapitazione dell’Ad di Mps, Guido Bastianini, o su alcune spese del Governo, come i 50 milioni di euro stanziati dal ministro Giovannini, del Mit, per l’ennesimo studio di fattibilità del Ponte di Messina. O ancora, l’aumento della bolletta energetica che, come denuncia il presidente di Confindustria Carlo Bonomi, rischia di far chiudere centinaia di aziende, con migliaia di posti di lavoro che saltano nell’indifferenza generale.


Pur rendendosi conto dell’inadeguatezza dei suoi ministri tecnici (Franco, Cingolani, Colao, Bianchi, Lamorgese e il solito Giovannini), il premier ha preso coscienza della sua debolezza e per ora non riuscirà neppure a fare un rimpasto, che pure auspicava; d’altronde, come diceva Andreotti, «se ne muovi solo uno, viene giù tutto», a meno che non riesca a fare come il "Divo", che si prese nel 1990 ben cinque interim in un colpo solo (Sergio Mattarella, Mino Martinazzoli, Riccardo Misasi, Calogero Mannino e Carlo Fracanzani).

La fibrillazione nei partiti si tocca con mano. Luigi Di Maio è ormai in uscita dai 5 Stelle, dove Conte ha comunque preso la leadership e si sta preparando a chiedere una nuova investitura agli iscritti, forte del fatto che sarà lui a compilare le liste, non acconsentirà alla deroga di più mandati ed è deciso a cancellare tutti quei parlamentari non in regola con i pagamenti, partendo dal recordman Daniele Del Grosso. A Di Maio, che rischia di perdere per strada anche la componente che fa capo a Sibilia e Liuzzi, non resta che trovare, come lui stesso dice, una nuova strada fuori dal Movimento, cercando di costruire un ipotetico catenaccio intorno a Draghi con cui è in ricambiata sintonia.

Ma se i Cinque Stelle sono in evaporazione, Forza Italia sta per esplodere, con la pattuglia di ministri (Gelmini, Carfagna, Brunetta) ininfluenti tanto nel partito come nel Governo. Da poche ore, riservatamente, alcuni parlamentari della Lombardia e del Veneto stanno iniziando a raccogliere le firme da inviare a Berlusconi per sfiduciare la "zarina salviniana" Licia Ronzulli dal suo incarico formale di coordinatrice dei rapporti con gli alleati e da quello informale di Catone sui media e sul centralino telefonico di Arcore, visto l’imbarazzante flop della vicenda Quirinale. Un vero cadeau diretto al Cavaliere il quale, digerita la conferma di Mattarella, spera presto nella nomina a senatore a vita. Sarebbe un bel finale che forse solo con Pier Ferdinando Casini come presidente della Repubblica avrebbe potuto essere portato a termine, anche perché gli uffici del Quirinale, tutti ringalluzziti ed eccitati dal bis, stanno già studiando i cavilli per escludere questa ipotesi. I gattopardi sanno bene cos’è il potere e se lo tengono stretto.

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