L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

lunedì 14 febbraio 2022

e la Testa di legno della finanza straniera prepara le lacrime e sangue per gli italiani

Chiunque vinca le politiche, avrà il pilota automatico del Def lacrime e sangue 2022

13 Febbraio 2022 - 06:30

La retorica sul calo del debito, frutto di un Pil «drogato» dal SuperBonus che ora tutti sconfessano, ha oscurato il senso del preavviso d’addio di Draghi. E quello spoiler di Visco sulle pensioni..


Oggi, 13 febbraio, il governo Draghi compie un anno esatto. E per quanto la crisi ucraina stia oscurando il quadro di politica interna, le ultime 48 ore hanno segnato un deciso varco del Rubicone.

Partiamo dal fondo. Ovvero, da quanto anticipato dal presidente del Consiglio dopo il CdM di venerdì e confermato ieri dal numero uno di Bankitalia, Ignazio Visco. Intervenendo all’Assiom Forex di Parma, il numero uno di Palazzo Koch ha infatti sottolineato come la marcata ripresa dell’economia è stata decisiva per interrompere l’aumento del rapporto tra debito pubblico e prodotto interno lordo, atteso alla pubblicazione del dato ufficiale martedì prossimo al 150% rispetto al 156%. Insomma, una buona notizia. Di più, un primo passo sostanziale rispetto a quell’impegno di riduzione strutturale che sta alla base del nostro patto con l’Europa e opera da conditio sine qua non per l’esborso delle prossime tranche del Recovery Fund.

Certo, Visco ha messo in guardia dal vento contrario dell’inflazione sulla crescita dell’anno appena iniziato e prospettato un riequilibrio dei conti pubblici per evitare tensioni sui titoli di Stato, questo alla luce anche della fine del sostegno della Bce. Ma alla base di tutto, c’è dell’altro. Ovvero, l’ennesimo gioco di specchi. Perché se la priorizzazione della riforma del CSM rispetto al nuovo pacchetto contro il caro-bollette in seno di Consiglio dei Ministri già tradisce un clima di dettatura eterodiretta dell’agenda politica nazionale, il dato nudo e crudo sconta un peccato originale, uno stigma. Quasi una lettera scarlatta: quanto di quel 6,5% di Pil che ha permesso di schiacciare la ratio sul debito è strutturale e non frutto di un abuso di credito di imposta sotto forma di SuperBonus?

Questione non di lana caprina. E nemmeno strumentalmente votata alla proverbiale ricerca del pelo nell’uovo. La polemica sugli abusi in campo edilizio legati a quel provvedimento, infatti, non solo è ormai argomento principale delle tensioni intergovernative ma anche motivo di lancio proditorio di sassolini estratti dalla scarpa da parte dello stesso Draghi: Molti di coloro i quali ora tuonano contro quella norma, prima l’hanno scritta senza prevedere sufficienti controlli. E le cifre ipotizzate da Draghi e Franco rispetto all’ammontare della frodi legate all’edilizia sono di quelle importanti: 2,3 miliardi di euro, tanto da essere state definite in conferenza stampa fra le più grandi che la Repubblica abbia mai visto.

E che sono alla base di quell’extra-boost del Pil, a sua volta generatore dell’abbassamento della ratio sul debito che campeggiava acriticamente trionfante sulla prima pagina del Sole24Ore nel giorno dell’intervento di Ignazio Visco a Parma. Ma c’è ancora di più. Perché se sempre il governatore di Bankitalia ha voluto concludere a braccio la parte di intervento dedicato alla previdenza e alla crisi demografica, sottolineando sibillino come anche se siamo anziani si può lavorare più a lungo, i media e la politica hanno probabilmente enfatizzato con interpretazione erronea e semplicistica l’uscita di Mario Draghi rispetto al suo impegno in presa persona alle elezioni del 2023, magari come federatore di lusso di un nuovo, grande centro.

Nel contrappuntare quasi con disprezzo la sua non necessità di fare politica per vivere e la sua capacità di trovarsi autonomamente un lavoro al termine della legislatura attuale, il presidente del Consiglio di fatto inviava un messaggio chiaro ai partiti: chiunque vinca il prossimo anno non solo non godrà del parafulmine del mio standing, interno e internazionale ma, in compenso, guiderà l’auto del Paese con il pilota automatico del Def 2022 che io imposterò. E in base a un cronoprogramma che avrà sì il PNRR come stella polare ma, soprattutto, il dialogo diretto con la Commissione Ue come principale referente. Di fatto, Mario Draghi ha prenotato una scialuppa ma anche, tacitamente, promesso lacrime e sangue da qui al voto politico.

Perché quel debito è sì sceso ma per un puro esercizio di contabilità creativa. In compenso, la crisi attuale legata all’inflazione energetica è lungi dall’essere transitoria, il Covid non opererà più da albi inattaccabile per scostamenti ciclici e, soprattutto, la Bce non opererà più da prestatore di ultima istanza. Anche se siamo anziani si può lavorare più a lungo, ha dichiarato Ignazio Visco, quasi a voler restituire lo spoiler a Draghi, anticipando quello che sarà il leit motiv del tavolo sula previdenza. E non solo. Se Confindustria e sindacato già litigano sugli adeguamenti salariali all’inflazione, il numero uno di Palazzo Koch ha messo in guardia da controproducenti rincorse fra dinamiche degli stipendi e dei prezzi.

Quel mi candidano in tanti posti ma un lavoro me lo trovo da solo che in tanti hanno letto come sprezzante giudizio dell’uomo di business verso la palude politica rischia invece di essere il preavviso di dimissioni di un dirigente che, lungi dall’essere umanamente ferito per il mancato trasloco al Colle, sa che ora il suo compito diverrà impopolare. Molto impopolare. Ma, paradossalmente, in linea con il mandato conferitogli dalla conventio ad excludendum della politica tradizionale deciso delle consorterie europee per disinnescare strutturalmente la mina Italia, per evitare che l’elefante si imbizzarrisca e distrugga la stanza, una volta uscito di scena il domatore buono dell’Eurotower.

Chiunque vincerà nel 2023, governerà in base a un’agenda non sua. Mario Draghi lo ha detto in codice ma in maniera chiara. E i paletti che verranno fissati nel prossimo DEF, lo confermeranno. La luna di miele è ufficialmente finita. Ora si entra nella fase dei separati in casa. Entro l’estate, probabilmente ci si parlerà con gli avvocati. Ma a quel punto il Paese, terminata la sbornia del 6,5% e l’ipnosi collettiva da pandemia, sarà già precipitato - quasi senza accorgersene – nella più grande emergenza di tenuta socio-economica dal 1992. E dovrà lasciar fare a Mister Whatever it takes. Stavolta, però, declinando quell’appellativo come portatore di sacrifici e non di sostegno.

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