L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

giovedì 3 febbraio 2022

Euroimbecilandia e la sua carbon tax si è infilata in un vicolo cieco, facendo pagare a noi mortali il prezzo delle sue cretinate

Terzo Shock Energetico per l'Europa?
Dalla Carbon Tax alla Carbon Inflation

1 febbraio 2022
Guido Salerno Aletta
Editorialista dell'Agenzia Teleborsa



Mentre tanti governi pensavano di penalizzare i consumi di energie di origine fossile, finanziando con la Carbon Tax gli investimenti in energie rinnovabili, la Carbon Inflation sta aumentando i proventi dei Paesi produttori di energie fossili mettendo l'Europa in difficoltà: era già successo nel 1973 e poi nel 1980. Paradosso nel paradosso, per ridurre le bollette dei consumatori, in questi giorni il governo italiano sta cercano di plafonare gli enormi profitti incassati dai produttori di energia elettrica da fonti rinnovabili che incassano il prezzo marginale, stratosferico, che dipende dal gas contrattato sul mercato spot.

In pratica, per abbassare le tariffe elettriche e del gas, non solo si impiegano i proventi fiscali che derivano dalle aste di aggiudicazione dei diritti di emissione della CO2, ma si spostano tutte le risorse fiscali a favore dei venditori di gas: una beffa.

Non è roba di altri tempi, di un passato remoto da leggere sui libri di Storia: il prezzo e l'approvvigionamento di energia, petrolio e gas, sono un fattore di scontro economico e geopolitico.

Che si tratti del prezzo del petrolio, impennatosi con la crisi del 1973 determinata dal blocco di Suez e dalla guerra del Kippur, e poi nel 1980 per la detronizzazione dello Scià Reza Pahlavi e l'ingresso trionfale dell'Ayatollah Khomeyni, ovvero del prezzo del gas, che di questi tempi affluisce in Europa provenendo principalmente dalla Russia, sono i cittadini a pagare il prezzo di questi conflitti.

Ci sono due fattori da considerare: i costi di estrazione e la distanza dai mercati di consumo. A basso costo, principali esportatori netti di petrolio, per l'Europa ci sono i Paesi dell'OPEC, concentrati nel Golfo Persico; mentre la Russia, il Kazakistan ed il Qatar lo sono per il gas. Seguono l'Algeria e la Libia, a Sud. Le forniture da altri Paesi del bacino mediterraneo sono futuribili. L'Europa non ha alcuna indipendenza energetica, e quindi dipende in tutto e per tutto dalle importazioni dall'estero: solo la Germania e la Polonia hanno giacimenti di carbone di rilievo. Per la Gran Bretagna, che ha chiuso le miniere negli anni Settanta, i giacimenti di petrolio del Mare del nord sono ormai in esaurimento. La Russia è collegata all'Europa ed alla Cina mediante gasdotti, mentre gli Usa, che hanno una piena indipendenza energetica fino ad essere diventati esportatori netti di GNL con la estrazione dello shale gas, che ha costi di estrazione molto elevati, sono marginali nell'export verso l'Europa, così come il Qatar: i costi del trasporto del gas via mare e le necessarie infrastrutture di stoccaggio per la liquefazione e le rigassificazione rendono complesso ed assai costoso il loro export, rispetto alla continuità dell'approvvigionamento che può essere effettuato attraverso le condotte fisse di gas come quelle che collegano direttamente l'Italia con la Libia, l'Algeria, il Kazakistan, o l'Austria che è collegata ai gasdotti russi.

Concentriamoci sull'Europa e sulla transizione energetica che porterebbe alla decarbonizzazione della produzione industriale all'orizzonte del 2050: questo obiettivo comporta l'azzeramento delle emissioni nette di CO2 nell'atmosfera al fine di contrastare l'aumento della temperatura. Significa rinunciare progressivamente alle fonti di energia fossile, dal carbone al petrolio, fino al gas, per sostenere la produzione da fonti rinnovabili come il solare, l'eolico e forse anche il nucleare.

La leva politica sta nella Carbon Tax: una imposta sui consumi energetici che oggi derivano prevalentemente da fonti fossili. Questa tassa va aumentata un po' alla volta, per rendere competitivi, finanziandoli con questi proventi, i nuovi investimenti nel settore della energia elettrica da fonti rinnovabili, che oggi hanno un costo di produzione assai più alto rispetto a quello della energia da fonti fossili.

Questa politica a favore delle fonti energetiche rinnovabili avrebbe portato all'azzeramento dei vantaggi competitivi dei paesi esportatori di prodotti energetici fossili, dal petrolio al gas: dall'Arabia Saudita alla Russia, passando per la Nigeria e per il Qatar, tutte sarebbero tornate economie povere, private di questi straordinari proventi dell'export.

Ebbene, proprio mentre a livello europeo è stato messo a punto un sistema di aste per l'assegnazione di diritti di emissione di CO2 fra i produttori di energia, rendendo più costoso l'uso delle fonti più inquinanti come il carbone rispetto a quelle che hanno emissioni praticamente nulle come l'idroelettrico o l'eolico, i prezzi mondiali del gas sono schizzati alle stelle ed i beneficiari sono i Paesi produttori di fonti energetiche fossili, e non solo la Russia. Che ci siano speculazioni sul mercato dei futures è sicuro, chi ci sia dietro è difficile saperlo, ma le conseguenze dell'aumento di prezzi dei prodotti energetici di origine fossile sono evidentissime.

Per quanto riguarda l'Italia, nel 2021 le importazioni dai Paesi dell'Opec sono aumentate in un anno del 53,1% portando il deficit a 8,7 miliardi di euro, mentre quelle dalla Russia sono aumentate del 58,6% portando il deficit a 6,3 miliardi: sono rispettivamente il terzo ed il secondo partner commerciale con il peggior saldo per noi dopo la Cina che surclassa tutti con -22,8 miliardi.

In Francia, anche se siamo lontani sia dal picco inferiore del 2016, quando furono di appena 30 miliardi di euro che dal massimo di 61,5 miliardi del 2012 quando superarono i 60 miliardi, le importazioni di prodotti energetici sono aumentate dai 19,4 miliardi di euro del 2020 ai 32,4 miliardi del 2021. Ne hanno beneficiato un po' tutti: Libia, +401%, GB +400%, Irak +331%, Russia +56%, Nigeria +34%, Kazakistan +30%. Anche gli Stati Uniti hanno avuto il loro bel vantaggio, con il +43%.

Della Germania basta dire che dipende per il 55% del suo fabbisogno di gas dalle forniture della Russia, che coprono il 26,7% del fabbisogno energetico totale e che servono al riscaldamento della metà delle case. Inoltre, entro il prossimo dicembre saranno chiusi gli ultimi tre impianti nucleari di produzione di elettricità mentre hanno chiuso lo scorso anno gli altri tre che erano ancora rimasti in funzione. Per evidenti ragioni geopolitiche, non è stata ancora conclusa la messa in operatività del North Stream 2: mentre accentuerebbe la dipendenza della Germania dalla Russia, ridurrebbe all'osso le forniture di gas che transitano dalla Ucraina, portandola al tracollo per il venir meno dei diritti di transito che ha incassato finora.

Per uscire fuori da questa strettoia, si pensa di creare canali di approvvigionamento di gas liquefatto (LNG) via nave, sia dagli Usa che dal Qatar: solo ora sarebbero convenienti, per via dei prezzi stratosferici raggiunti dal gas via condotta fissa. Ma sempre di gas si tratta, solo che a venderlo sarebbero Paesi diversi dalla Russia, da cui l'Europa sarebbe così meno dipendente dal punto di vista energetico.Anche qui, la Energy Inflation in corso potrebbe essere uno strumento di pressione geopolitica, per condizionare l'Europa come accadde già nel '73 con la prima crisi petrolifera. Da allora, cambiando repentinamente e strutturalmente i rapporti di cambio tra manifattura e petrolio, l'Europa fu messa alle strette: mentre il suo import energetico aumentava, le esportazioni crollavano per il maggior costo incorporato.

Nell'80, poi, le conseguenze della seconda crisi petrolifera furono devastanti per l'Europa e per l'Italia, perché si sommarono all'effetto recessivo che era determinato dalla contemporanea stretta monetaria statunitense, con i tassi di interesse che andarono alle stelle insieme ai prezzi del petrolio: i capitali, non solo quelli europei, fuggirono tutti negli Usa per finanziare Wall Street ed il deficit americano.

Visto che l'Europa, a differenza degli Usa, non ha nessuna autonomia energetica, e che pure la Cina importa enormi quantità di carbone e di gas dall'estero, indispensabili per mandare avanti l'enorme produzione manifatturiere, si creerebbero le condizioni per nuovi equilibri economici globali.

Per quanto ci riguarda, l'escalation delle tensioni in Ucraina potrebbe portare a nuove sanzioni economiche verso la Russia, magari colpendo le sue esportazioni di gas verso l'Europa. A quel punto, il cerchio si chiuderebbe, con i prezzi del gas che dovranno rimanere molto alti, per pagare le importazioni via mare del LNG dagli Usa e dal Qatar: una prospettiva improba, ai limiti della praticabilità. Sarebbe un ennesimo shock energetico, il terzo in cinquant'anni.

Dalla Carbon Tax alla Carbon Inflation

Terzo Shock Energetico per l'Europa?

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