L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

domenica 6 febbraio 2022

governi di asini e venduti infieriscono mentre il pack pandemico si va sciogliendo e Israele, Danimarca, Svezia, Regno Unito, Irlanda, Norvegia, Finlandia e prossimamente Svizzera stiano abbandonando la narrativa, almeno la prima parte

L’Asse del male oscuro



Lasciate che per una volta faccia vagare il pensiero nei ritmi lenti e tuttavia inquieti di una domenica invernale, l’ennesima passata di fatto ai domiciliari. Una certa sinistra legata non tanto al pensiero marxiano in sé, quando agli ideologismi che ne sono nati, pensa che non esistano le culture nazionali o popolari, idea che peraltro è assolutamente in linea con il pensiero neo liberista secondo il quale le culture non devono esistere e tutte le differenze sono riconducibili a stili di vita intercambiabili come tessere di un domino e spaccia questa robaccia fa street food come multiculturalismo. Non è certo questa la sede per comprendere come mai si sia creato tale corto circuito tra il reazionarismo oligarchico e una sedicente cultura di sinistra, è un tema che tenterò di affrontare prossimamente a partire da quell'ormai ultranovantenne Mario Tronti, iniziatore dell’operaismo, che proprio qualche giorno fa ha inneggiato alle discriminazioni contro i non vaccinati. Sarà che da decenni vive nella conchiglia del potere, sarà che si sta rimbambendo, sarà che la sua lettura di Marx è stata mediata da Giovanni Gentile… Vedremo, ma quello che vorrei far notare è come di fronte alla vicenda pandemica si sia in qualche modo ricostituita l’asse Roma – Berlino: si sa che Italia, Germania e Austria sono i Paesi dove la narrativa autoritario – covidista è stata alla fine accettata più che altrove e dove sono stati imposti i più severi oltre che i più assurdi limiti alla vita delle persone, senza che si sviluppasse una resistenza adeguata anche di fronte all'evidenza della mistificazione, quelli dove l’autorità non viene messa in discussione dalla stragrande maggioranza dei cittadini. Ottusamente in Germania, paranoicamente in Austria, cercando scappatoie individuali in Italia. Tra l’altro il nostro Paese e l’Austria sono gli unici Paesi al mondo dove la vaccinazione è obbligatoria e anche in Germania ci si sta arrivando, nonostante il crollo ormai fragoroso della narrativa pandemica. Questi tre governi di asini e venduti infieriscono mentre il pack pandemico si va sciogliendo e Israele, Danimarca, Svezia, Regno Unito, Irlanda, Norvegia, Finlandia e prossimamente Svizzera stiano abbandonando la narrativa, almeno la prima parte.

Sono stranamente gli stessi Paesi che nella prima metà del Novecento sono stati sedotti dal nazifascismo, sia pure in maniera differente come forma di spettacolo eroicomico offerto dalla razza padrona alla piccola borghesia in Italia, come revanscismo in Germania e come rivalsa dell’elemento germanico in un’Austria che da secoli viveva ossessivamente il problema delle nazionalità. Si direbbe che pur con tante differenze c’è qualcosa nell'aria che porta in qualche modo a desiderare maggiormente l’ubbidienza o comunque a non combattere il potere anche quando questo traligna dalla sua natura o per troppa paura o per troppa partecipazione. Non si tratta solo di misure governative, di accettazione di una narrativa completamente assurda e sorretta in tutti e tre i Paesi da una metodica e lucida menzogna sui numeri che anche quando viene scoperta rimane senza efficacia nel discorso pubblico, ma anche della disponibilità alla delazione, a trasformarsi in carnefici dei vicini, a fare da Kapò quando se ne ha qualche vantaggio: in nessun altra parte del globo si è assistito allo sviluppo della follia come in queste tre fazzoletti di terra accomunati non più solo da un terribile passato, ma da un ancora più oscuro futuro.

E’ come se i valori democratici ai quali ufficialmente ci si appella quanto più li si tradisce, siano solo un belletto, un cerone che copre le piaghe di un autoritarismo latente, una copertura che fa parte di una sorta di commedia delle parti in cui la vera paura non è tanto la pandemia quanto l’essere in disaccordo e soprattutto dimostrarlo. Si direbbe che pur in culture così distanti come possono esserlo Raffaello e Dürer ci sia qualcosa nell’aria che porta ad avere atteggiamenti convergenti verso l’autoritarismo che è davvero sconcertante. Forse è solo un caso, ma già una volta è stato disastroso.

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