L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

giovedì 10 febbraio 2022

Il conto bisogna saldarlo. Situazioni estreme soluzioni extra contesto. E non saranno certo questi decisori che ci faranno uscire dal pantano. Assumere un milione di giovani nella pubblica amministrazione è un investimento strutturale. Coniare moneta non a debito è possibile. Ristrutturare la contabilità delle banche è fondamentale

SPY FINANZA/ La vera austerity che l’Italia si è andata a cercare
Pubblicazione: 10.02.2022 - Mauro Bottarelli
L’Italia conoscerà la vera austerity. Nessuno ci farà sconti, anche perché la causa di tutto sono le nostre scelte fatte nel corso degli anni

Palazzo Chigi (LaPresse)

Chiamatelo destino. Contrappasso. Karma. Chiamatelo come vi pare. Resta il fatto che in questa prima pagina c’è concentrato tutto il senso di anni di propaganda tax’n’spend: a forza di scomodare l’austerity tedesca, quella vera è arrivata. E, udite udite, non è figlia del cosiddetto rigorismo, bensì del suo naturale contraltare: il Qe perenne, il diluvio di liquidità a oltranza, l’espansionismo monetario come totem. Perché signori, mi ricordo perfettamente quale fu la tesi rassicurante sposata prima di quella legata alla transitorietà, parlando di inflazione: è colpa della speculazione, è una bolla tanto repentina quanto destinata a sgonfiarsi in fretta. D’altronde, a detta di chi sosteneva questa tesi, un mondo in cui i bilanci della Banche centrali sono cresciuti di 8 trilioni di dollari nel solo periodo pandemico non era soggetto a squilibri. Come d’altronde, la globalizzazione calata dall’alto e dalla sera alla mattina non aveva reso aziende di mezzo mondo dipendenti da una supply chain che prevedeva l’approvvigionamento di materie e beni a basso costo dall’altra parte del globo. Andava tutto bene, perché l’unico nemico era la Bundesbank e il suo rigorismo.


Detto fatto, il periodo Scholz-Nagel sta già facendo rimpiangere quello Merkel-Weidmann. Perché la questione è tanto semplice, quanto decisamente dura da digerire per certi ambienti del craxismo in servizio permanente ed effettivo, ancorché fuori tempo massimo: a qualcuno piace vivere a debito, altri invece seguono i criteri del buon padre di famiglia. E quando arriva la crisi, i primi finiscono nel mirino, mentre i secondi decidono il calibro del proiettile. That’s life. Non è colpa della Germania se è nuovamente esploso lo spread: semplicemente, il mercato comincia a prezzare la fine reale del regime di Bengodi che qualcuno vorrebbe non più come emergenziale e legato al perdurare della pandemia, bensì strutturale. Un mondo in cui la Banca centrale, ovvero il soggetto che dovrebbe avere come principale compito proprio la tutela della stabilità dei prezzi, spenda una cinquantina di miliardi ogni mese per comprare titoli di Stato e garantire spread sotto controllo e accesso privilegiato al mercato di finanziamento, in modo che i Governi possano nel frattempo ricorrere agli scostamenti sistemici senza troppe preoccupazioni.

Nel mondo reale, non è così. Si chiama premio di rischio ed è ciò che chi investe chiede come garanzia a chi cerca soldi: se sei solido e non indebitato, il tuo premium sarà basso. Se invece porti in dote una ratio del 160% fra debito e Pil, ti chiedo di più perché la tua sostenibilità è passibile di peggioramento immediato, in caso di shock più o meno esogeni. Noi invece da due anni a questa parte paghiamo un premio di rischio come se quel rapporto avesse appena timidamente varcato la soglia della terza cifra, quasi fossimo la Francia. Ma non perché c’è il Recovery Fund. Non perché c’è Mario Draghi. Non perché c’è il Pnrr. Solo perché c’è la Bce. La quale, dal 31 marzo non ci sarà più. Quantomeno, se si fa riferimento ai controvalori e all’arco temporale di scudo garantito cui ci siamo abituati dall’aprile 2020. Semplice.

Ora, capite da soli che scomodare i falchi tedeschi si configuri come mero esercizio di disperazione ideologica: in quale mondo, infatti, chi non è indebitato accetta di essere trattato come chi dagli anni Ottanta in poi ha elargito mance e mancette elettorali a ciclo continuo, fregandosene della stabilità dei conti pubblici? E senza andare troppo indietro nel tempo, prendiamo due esempi di queste ore. Pura cronaca: il 90% dei cantieri legati al superbonus è a rischio chiusura. In subordine, ennesima truffa ai danni dello Stato attraverso il Reddito di cittadinanza. Cronaca di oggi. È con queste credenziali che andiamo in Europa a imporre un Patto di stabilità meno rigido? E ancora: vi siete chiesti in quale stato pietoso siano realmente i conti pubblici, se non si riesce ad andare oltre a raschiamenti del fondo del barile per tamponare il fall-out del caro bollette su aziende e famiglie? In Francia, intervento del Governo e prezzi calmierati dal nucleare garantiranno alle imprese un aumento totale dei costi legati a luce e gas nell’ordine del 4%: sapete cosa significa per l’Italia, seconda manifattura dell’Ue e in diretta concorrenza con la Francia?

E forse in ossequio al Patto del Quirinale che dovrebbe vedere Roma e Parigi alleate, questo grafico mostra plasticamente cosa sia appena accaduto Oltralpe: Eef ha tagliato le sue prospettive di produzione elettrica tramite il nucleare per l’anno in corso dai 300-325 terawatt/ora preventivati a 295-315. L’ultima volta che il gigante francese dell’energia era sceso sotto quota 300 terawatt/ora era il 1993: sapete cosa significa questo per i prezzi dell’energia in Europa, oltre a un colossale regalo politico a Vladimir Putin? Non sarà che il viaggio al Cremlino ha consentito al più furbo inquilino dell’Eliseo di incassare il gas a prezzo scontato che l’Italia nicchia ad accettare, perché lo zar è nazista e anti-gay e a noi sta tanto simpatico Navalny? Sono questi gli alleati di ferro su cui contare per fare guerra al rigore tedesco? Se sì, meglio arrenderci e dichiararci prigionieri.


Il Governo dei Migliori, a fronte di un Pnrr che doveva essere il nuovo piano Marshall, non riesce a fare uno scostamento di bilancio e mettere sul tavolo denaro pubblico che, per una volta, sarebbe stato benedetto. Perché ormai è al limite. In compenso, ha millantato un Pil al 6,5% unicamente basato su un enorme credito di imposta che ora vede il 90% dei suoi beneficiari costretti a chiudere i cantieri, lasciandoli a metà. Colpa dei tedeschi?

Lo stesso ministro Cingolani lo ha ammesso: gli aumenti dell’energia rischiano di bruciare un anno di Pnrr. Insomma, partiamo a handicap. Nonostante due anni di Pepp della Bce, nonostante i 209 miliardi del Recovery Fund, nonostante il riconoscimento dell’Economist e i tweet del ministro Brunetta. Colpa dei rigoristi, forse? Quando non riesci nemmeno a trovare un candidato alla presidenza della Repubblica e devi dar vita al teatrino consumatosi lo scorso fine settimana, quale pensi che sia la percezione reale della tua solidità come Stato e classe politica?

Signori, adesso conosceremo la vera austerity. Roba da 1973, altro che fanfaronate su Weidmann. Gli inconsolabili orfani degli anni Ottanta, del boom creato su debito e deficit, se ne facciano una ragione: nessuno ci farà sconti. Perché non è giusto farcene, stante il continuo cattivo esempio che siamo riusciti a mettere in campo, nonostante Mario Draghi a palazzo Chigi. E ricordate sempre le parole pronunciate da un sacerdote di quel periodo di vacche grasse, Clemente Mastella, nel corso di una delle tante maratone quirinalizie: La garanzia reale del debito pubblico sono i risparmi privati degli italiani. O, quantomeno, ciò che ne resta, una volta pagate le bollette, fatta la spesa e saldato il conto dal benzinaio.

Ma tranquilli, andrà tutto bene. O, forse, stavolta no. Perché il ristorante del deficit sconta un servizio un po’ lento, ma, prima o poi, il cameriere con il piattino arriva al tavolo. E il conto va saldato. Quello che stiamo per pagare risale agli anni Ottanta. Pensate un po’ voi cosa ci aspetta dopo. E siate grati al senatore Salvini per la sua svolta nazionalista: in un condizione socio-economica come quella che sta calando sul Paese, se fosse stato ancora in sella Umberto Bossi, temo che la secessione l’avrebbero fatta le aziende, le PMI, i padri di famiglia. E non le camicie verdi. A colpi di sciopero fiscale e senza armi.

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