L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

venerdì 18 febbraio 2022

Il meccanismo è rodato già si stanno preparando per la prossima pandemia e la gestiranno i governi così solleciti agli interessi delle case farmaceutiche che si sposano perfettamente con il nuovo metodo di governare Paura&Terrore


17 FEBBRAIO 2022

L’Oms negli ultimi due anni non ha certo guadagnato in credibilità. Donald Trump, quando era alla Casa Bianca, ne aveva anche paventato la chiusura minacciando il congelamento dei fondi destinati all’ente con sede a Ginevra. Un proposito poi non attuato, ma che ha dato il segno della sfiducia verso quell’istituto che avrebbe dovuto prevenire l’insorgere della pandemia da coronavirus. L’inizio del 2022 ha portato in dote la possibilità della fine dell’emergenza. Ma in molti hanno già iniziato a parlare della prossima pandemia. Il mondo scientifico ne è certo: la maggiore interconnessione globale e l’allargamento delle metropoli in zone dove la natura ospita animali selvatici determineranno le condizioni per una nuova emergenza sanitaria. La domanda quindi sorge spontanea: con l’Oms sempre meno credibile (e con sempre meno soldi) da chi sarà gestita la prossima pandemia?

Il mondo crederà al prossimo allarme?

Uno dei problemi che lascerà l’attuale pandemia ha a che fare con l’informazione. Il bombardamento di notizie degli ultimi due anni sta destando non poca sfiducia nell’opinione pubblica. In Italia di recente si è parlato della possibilità di non divulgare i bollettini quotidiani, in altri Paesi europei già da settimane sui tg non si trova traccia dei dati costantemente aggiornati. Questo perché, con un discreto ritardo, si è compreso il danno potenziale derivante dall’inondare i cittadini di notizie. Non solo ansie e paure ma, alla lunga, anche diffidenza e perplessità verso i mezzi di informazione sono da annotare tra gli elementi che la cosiddetta “infodemia” sta divulgando all’interno dell’opinione pubblica soprattutto occidentale. Se a questo si aggiunge la poca credibilità assunta agli occhi dei cittadini dall’Oms, ben si comprende come i futuri allarmi potrebbero non essere ascoltati. Del resto, occorre ricordare com’è iniziata l’attuale emergenza. Nonostante gli allarmi lanciati dalla comunità scientifica nel gennaio 2020, l’Oms soltanto il 30 gennaio di quell’anno ha lanciato l’allerta globale mentre, nei giorni precedenti, si è sostenuto che la situazione fosse sotto controllo.

Poi le informazioni contraddittorie sui comportamenti da adottare, sulle disposizioni da prendere da parte dei governi e sull’uso delle mascherine, hanno generato maggiore confusione. Da qui l’idea di Trump di togliere ogni finanziamento all’Oms e il pensiero di milioni di cittadini in tutto il mondo circa l’inutilità dell’ente. Se domani dovesse arrivare un allarme da parte dell’istituto la gente lo prenderebbe sul serio? Molto probabilmente no. E questo creerebbe un primo danno nella gestione di una futura pandemia. Ne sanno qualcosa in Canada, lì dove ha sede il Gphin, ossia il Global Public Health Intelligence Agency. Una sorta di servizio di intelligence sanitario, capace di intercettare i segnali di allarme pandemici da tutto il mondo. L’agenzia è stata istituita dopo l’epidemia di peste polmonare scoppiata in India nel 1995. L’obiettivo era proprio quello di saper cogliere possibili emergenze e prevenirle. Nel novembre 2002 è stata una segnalazione del Gphin a spingere l’Oms a chiedere spiegazioni alla Cina sulla comparsa dei primi casi della Sars. L’agenzia canadese ha chiuso i battenti nel maggio 2019, pochi mesi prima dell’esplosione del Sars Cov 2. Quando il giornalista Grant Robertson ha portato a galla la vicenda, in tanti a Ottawa non hanno avuto dubbi: un allarme del Gphin avrebbe potuto prevenire il disastro successivo. Per questo il governo del premier Trudeau ha deciso di riattivare il servizio. Da qui una preziosa lezione in chiave futura: lanciare l’allarme in tempo può prevenire il peggio.

L’Oms sempre più povero

Il problema però è che in tanti non crederebbero più né ai media e né all’Oms. Dunque occorrerà capire in futuro a chi “delegare” la funzione di avvisare il prima possibile dei pericoli. Ma anche nel momento in cui dovesse partire l’allarme, chi prenderà in carico la gestione dell’emergenza? L’Oms non solo deve affrontare una grave crisi di credibilità ma, al contempo, deve far fronte a un importante crisi economica. Il segretario Tedros Adhanom Ghebreyesus non ha usato mezzi termini nello scorso mese di gennaio per dire che l’ente è a rischio fallimento. Mancano circa 800 milioni di Euro per chiudere il bilancio 2022/2023 e stanziare le risorse necessarie per fronteggiare l’emergenza coronavirus. Da Ginevra sono stati chiesti ulteriori sforzi ai governi per mettere più soldi nelle casse e aumentare i propri contribuiti. Ma non sembra che le varie cancellerie internazionali siano realmente intenzionate ad assecondare simili richieste. Anche perché in una fase di perdita di credibilità dell’Oms, sotto il profilo politico giustificare maggiori fondi all’istituto non sarebbe molto conveniente.

L’organizzazione rischia quindi di presentarsi ancora più impreparata alla prossima pandemia. Con sempre meno soldi e sempre meno mezzi, farsi carico di un’emergenza potrebbe essere quasi impossibile. Nei prossimi anni la quota di finanziamento erogata dai privati potrebbe sforare il 50%. Vuol dire che l’Oms si muoverebbe più su input dei partner privati che degli Stati. Non è un caso che a parlare di una prossima pandemia sia stato nei giorni scorsi Bill Gates. Il fondatore della Microsoft ha annunciato anche un libro sulla questione. Il suo interessamento è anche figlio del potere assunto all’interno dell’Oms. Con la sua fondazione, Gates è il secondo contributore dell’organizzazione dietro soltanto al governo degli Stati Uniti. Il 10% dei cinque miliardi del bilancio 2019/2020 dell’Oms proveniva dai fondi della Bill&Melinda Gates Foundation. Se a Ginevra il peso dei privati dovesse aumentare ulteriormente, la capacità di risposta a una futura pandemia è tutta da verificare.

Come si muoveranno i governi

C’è quindi un dilemma sulle prossime emergenze. Occorrerà puntare ancora sull’Oms, pur se depotenziato? Oppure saranno scelte altre vie? Se si dovesse prendere in considerazione la prima ipotesi, allora i governi, prima ancora dei privati, dovranno provare a rilanciare l’istituto con sede a Ginevra. Sia a livello di immagine, ponendo in essere riforme dell’ente in modo da garantire una certa credibilità, sia a livello finanziario. Non sembra però questa la via che la comunità internazionale vuole intraprendere. Forse, è il sospetto che serpeggia in ambito diplomatico, l’Oms è stata condannata a un ruolo marginale. Una prossima pandemia si proverà a gestirla con altri enti già esistenti. Quali l’Fda negli Usa o l’Ema in Europa. “Ne abbiamo già di enti più scientifici dell’Oms – ha dichiarato nel novembre 2020 su InsideOver il virologo (e oggi presidente dell’Aifa) Giorgio Palù – C’è anche l’Ecdc di Stoccolma”. Il mondo scientifico, così come quello politico, hanno già abbandonato l’Oms al suo destino.

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