L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

venerdì 18 febbraio 2022

Il partito dell’emergenza infinita, che si aggrappa al Green Pass con tutte le sue forze, già preparando la variante per settembre, cercando di tenere caldo tutte le misure che tolgono diritti e libertà come quello di andare alla posta/banca per gestire i propri risparmi a meno che non ti inoculi, una due, tre volte, forse per sempre e tutti gli anni

La nuova normalità: finita l’emergenza, il rischio assuefazione alle misure emergenziali ancora in vigore

 di Gianluca Spera, in Politica, Quotidiano, del 18 Feb 2022, 03:56


Inesorabilmente, stiamo arrivando alla normalizzazione dell’emergenza, cioè a quella che gli esperti in servizio televisivo permanente definiscono “la nuova normalità”, quasi a scimmiottare (chissà se in maniera consapevole o inconsapevole) “Il mondo nuovo” di Huxley, quello in cui l’imposizione di un presunto benessere collettivo soppianta qualsiasi slancio individuale. In effetti, da qualche giorno si sta verificando un fenomeno molto bizzarro: l’infodemia con cui gli italiani sono stati bombardati per due anni sta scemando proprio in coincidenza con l’entrata in vigore di misure assai draconiane come l’obbligo del super Green Pass sui luoghi di lavoro per gli over 50. Insomma, da un lato, l’informazione viene indirizzata verso altre faccende per dare il segnale rassicurante che “l’Italia sta riaprendo e tornando alla normalità” ma, sotto traccia, si continua con la gestione oscurantista e costituzionalmente assai discutibile. Sembra quasi che questa apparente contraddizione nasconda un paradigma estremamente pericoloso: spacciare per ordinario quello che è ordinario non è affatto e pretendere che la popolazione si abitui a questo stato di cose senza opporre la minima resistenza, anzi esibendo con gioia e vanto il lasciapassare.

Nelle prossime settimane, peraltro, la certificazione verde potrebbe diventare terreno di scontro politico e minare il già traballante equilibrio del governo Draghi, uscito comunque indebolito dalle elezioni quirinalizie. La sola proposta di abolizione in coincidenza del termine dello stato d’emergenza fissato per il 31 marzo ha compattato il partito dell’emergenza infinita, che si aggrappa al Green Pass con tutte le sue forze. Come prevedibile, non si è fatta attendere la reazione della fazione oltranzista e mediaticamente esposta. Per esempio, destano preoccupazione le dichiarazioni rilasciate a Repubblica da Walter Ricciardi, consulente del Ministero della salute, che ha preconizzato la proroga di obblighi e certificazioni sanitarie per tutto l’anno: “Devono diventare i perni della nuova normalità”.

Al di là del fatto che, con le ospedalizzazioni sotto controllo e i contagi in picchiata, quelle suggerite da Ricciardi sarebbero misure preventive del tutto incompatibili con i principi dell’ordinamento giuridico, resta l’inquietudine provocata dalla leggerezza con la quale si pensa di subordinare all’infinito la vita della gente a un adempimento sanitario da ripetere nel tempo, con il rilascio del relativo sigillo di Stato che consente di lavorare, muoversi e, in sintesi, di campare. Una cosa talmente aberrante che, se qualcuno l’avesse prospettata prima di marzo 2020, lo avremmo osservato con sbigottimento e probabilmente anche con un briciolo di commiserazione. Ora, invece, questa distopia è la nuova normalità caldeggiata da alcuni membri del Cts, sempre piuttosto loquaci anche adesso che i venti di guerra stanno spazzando via l’altro “conflitto” combattuto contro il China virus.

Eppure, sorge il sospetto che dall’estremo oriente sia arrivata pure una deleteria ondata autoritaria. Allora, per far digerire la medicina assai amara, occorre tenere in piedi la narrazione tremendista seppure limitando il dosaggio rispetto al passato recente. Con il Green Pass che è diventato la nuova divinità oggetto di adorazione, il totem da venerare a reti e testate unificate. Per esempio, secondo quanto dichiarato da Ciciliano, componente del Cts, al Corriere della Sera “il Green Pass è lo strumento che ha consentito al Paese di restare aperto anche nelle fasi più critiche di questa ultima ondata”. Evidentemente, piazze e strade deserte, le attività di ristorazione in affanno, il commercio annientato, gli alberghi malinconicamente orfani di turisti devono essere frutto di teorie complottiste.

Ma, non pago, il dottor Ciciliano ha aggiunto che la carta verde all’italiana è uno strumento così formidabile che vanta innumerevoli tentativi di imitazione in tutto il mondo. Chissà in quale Paese, visto che alla logica del lasciapassare e del fine emergenza mai ci stiamo assuefacendo solo noi.

È sufficiente constatare la difficoltà delle persone a distaccarsi dalla mascherina anche adesso che non è più obbligatoria all’aperto. È proprio Ciciliano a informarci che lui continua a indossarla perché non la ritiene una limitazione alla libertà. D’altronde, se non batte ciglio sulla questione del certificato sanitario, anzi lo sostiene con fervore, come potrebbe scomporsi per la passeggiata a volto coperto?

“In tanti hanno finito per amarla perché è come un burka laico” ha rilanciato il professor Ammaniti sempre dalle colonne del Corriere. È evidente che la paranoica ossessione di gran parte della popolazione per i dispositivi di protezione è assai utile sia per il potere che per la grancassa mediatica a supporto delle decisioni governative. Certifica un meccanismo mentale che in psicologia viene definito sindrome di Stoccolma. Perciò, va bene tutto: anche il racconto enfatico di Gramellini sulla nostalgica separazione dalla mascherina o addirittura il rito sciamanico (“la indosso perché porta bene e non mi contagio”) che indurrebbe gli italiani a girare mascherati anche in un sentiero isolato.

Ecco come una società basata sull’ipocondria e sull’irrazionalità viene incanalata verso l’accettazione di un modello di governo etico e autoritario in cui la sorveglianza in stile cinese non risulta opprimente ma incredibilmente rassicurante e per questo invocata dai più. Il tutto trova conferma in un recente intervento a Palazzo Madama del senatore Sandro Ruotolo, esponente di LeU, il piccolo partito in cui milita anche il ministro Speranza. “Non è questo il momento di cedere alla voglia di libertà”, ha avvertito Ruotolo. Probabilmente, in questa frase c’è l’essenza degli ultimi due anni, del sostanziale teorema con cui i cittadini sono stati trasformati in sudditi obbedienti: la libertà è nemica della salute.

Invece, è vero il contrario. Senza libertà non c’è neppure salute. Come dimostra il fatto che il governo, tra i tanti bonus che elargisce, si è preoccupato di istituirne uno anche per il supporto psicologico delle persone annichilite da lockdown, restrizioni, obblighi, divieti, coprifuoco e, infine, dal detestabile Green Pass che è nemico sia della salute che della libertà. Perciò, il buon senso suggerirebbe di abolirlo anche prima del 31 marzo. Invece, sarà il perno della nuova normalità. Da qui all’eternità. O, forse, sarebbe meglio dire della nuova anormalità in cui i diritti vengono sacrificati, la salute non è garantita e la libertà viene definitivamente mortificata.

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