L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

giovedì 3 febbraio 2022

Le televisioni non vedono non sentono non parlano

SPY FINANZA/ Le vere notizie da tg oscurate da Sanremo e green pass
Pubblicazione: 03.02.2022 - Mauro Bottarelli
Stanno succedendo cose importanti sia nel nostro Paese che nel resto del mondo che però non vengono adeguatamente segnalate all’opinione pubblica

Consiglio dei Ministri, Governo Draghi (LaPresse, 2021)

Non so se vi siete accorti, ma il primo Consiglio dei ministri dell’era Mattarella-bis ha svelato alcuni altarini decisamente gustosi. Per carità, segreti di Pulcinella. A meno che non si sia lettori di Repubblica o elettori di Forza Italia. Ma il fatto che ora emergano come pesci morti dopo il proverbiale lancio della granata nello stagno fa ben sperare. Ad esempio, il ministro Giancarlo Giorgetti ha attaccato frontalmente l’apparentemente intoccabile ministro Speranza e le sue ossessioni di chiusura e limitazione, forse retaggio nostalgico della DDR. E vista l’uscita proprio del titolare del Mise nel giorno della rielezione del capo dello Stato, chiaramente coordinata con il presidente del Consiglio, forse il mese di febbraio potrebbe regalarci la gioia – pur sempre tardiva – della defenestrazione (politica ovviamente, lasciamo la memoria innocente di Pino Pinelli a riposare in pace) o almeno del depotenziamento politico del peggior ministro della Sanità della storia della Repubblica (ma penso che anche durante il Ventennio si fece molto di meglio, quantomeno a livello di approccio liberale).

E c’è di più: nel giorno del Consiglio federale della Lega che ha rinnovato la fiducia al segretario, probabilmente in attesa di una versione lumbard dell’Operazione Valchiria, sempre Giancarlo Giorgetti ha detto chiaramente di avere dubbi sulla tenuta del Governo. Altro messaggio in codice. Certamente anch’esso coordinato con SuperMario. Il quale, a sua volta, si è rotto l’anima di ministri dalla chiacchiera facile, dal Twitter incandescente, ma dai risultati tutt’altro che edificanti. Guarda caso, ecco che la verità salta fuori: il famoso 6,5% di Pil del 2021 era di fatto basato su un colossale generatore di truffe come il superbonus, non a caso archiviato a tempo di record dopo la scoperta dell’ultima furbata da 440 milioni di danni dello Stato. D’altronde, voi comprereste il debito di un Paese del G7 la cui economia è basata sul rifacimento delle facciate dei palazzi?

Ma non basta ancora. Talmente è poca la fiducia di Draghi verso titolari dei dicasteri – e la pazienza dell’Europa nei nostri confronti, leggi ratifica del Mes – da aver de facto commissariato a Palazzo Chigi il Pnrr. E per tutti, compiti a casa. Perché per ottenere da Bruxelles i 46 miliardi già messi a bilancio nel Def, occorre portare a casa un centinaio di riforme. Servono piani, numeri, percentuali, stanziamenti. Non chiacchiere o conferenze stampa. Veri e non sulla carta. Perché da ora in poi tutto questo dovrà avvenire senza lo schermo della Bce, quantomeno inteso nei controvalori che abbiamo conosciuto da due anni a questa parte. Non a caso, l’effetto Mattarella sullo spread è durato solo un giorno. Già martedì era tornato a salire.

Ieri, poi, l’inflazione dell’eurozona al 5,1% il giorno prima del board della Bce ha sortito l’effetto di un uno-due di Mike Tyson ad Alvaro Vitali. Chiaramente la stampa autorevole mette poco in evidenza tutto questo, preferisce parlare di guerriglia nel centrodestra o nei Cinque Stelle, pur vere. Oppure glissare del tutto e dedicarsi ai nuovi divieti salvifici del green pass o a Sanremo, degno specchio di un Paese che dovrebbe preoccuparsi di un’altra S, quella di Saipem, la quale andrà incontro a perdite pari a un terzo del capitale e che ora rischia di finire nel mirino di attenzioni particolari in Borsa. Questo grazie alla delirante idolatria verso Greta e soci e stante una Consob in modalità Bounty ammutinato, come confermato con il suo tweet al limite del deplorevole dallo stesso Presidente dell’ente di vigilanza, l’ineffabile professor Savona (il cui bando dal Mef dovrebbe garantire al ri-eletto Presidente la canonizzazione in vita).

Sgradevole clima, mentre nel Paese è in atto un vero Risiko tra futuro sempre più incerto di Mps, Carige, Generali e mire di conquiste estere di Unicredit. Ovviamente, nemmeno di questo si parla nei tg. E sapete anche di cosa non si parla? Di questo, ovvero della protesta dei camionisti canadesi contro l’obbligo vaccinale per poter attraversare il confine con gli Usa.


Da sabato scorso stanno paralizzando il Paese, a partire da Ottawa. Tanto che il primo ministro, il campione tatuato dei diritti LGBT, Justin Trudeau, è stato trasferito con la famiglia in località segreta per ragioni di sicurezza. E non per minacce dell’Isis, bensì per sfuggire all’ira di padri di famiglia che macinano migliaia di chilometri l’anno per portare onestamente a casa il pane. Quello nell’immagine è il posto di frontiera incriminato fra l’Alberta canadese e il Montana, negli Stati Uniti: blocco totale. Menzioni di una situazione simile nei tg? Zero. Se a capo del Canada ci fosse stato un anti-abortista di destra avremmo goduto del medesimo silenzio stampa? Ne dubito.

E la conferma arriva relativamente da recente. Ricordate il can can mediatico messo in campo per il convoglio della speranza di immigrati clandestini che Donald Trump bloccò al confine del Texas, con tanto di fotografie di bambini in lacrime divisi dai genitori e poliziotti a cavallo che picchiavano i profughi (poi risultate false)? Per quanti giorni hanno martellato in video e sulla carta stampata? Ebbene, per il Freedom Convoy nemmeno un minuto. Ma tranquilli, la CBS ha già lanciato il sasso: dietro la protesta c’è la Russia. Praticamente, Vladimir Putin è il grande burattinaio: riesce a gestire destabilizzazioni contemporanee a migliaia di chilometri di distanza, alternando attacchi hacker a blocchi stradali a campagne invernali in Ucraina. Manca che invada San Marino ed è fatta.

E non basta: stando alle cronache allarmate del bollettino del Dipartimento di Stato con sede in piazza dell’Indipendenza, il Cremlino potrebbe addirittura essere tentato dalla versione 2.0 dello sbarco dei Mille, stando al transito di navi russe dalle parti della Sicilia. Certo, in Italia è noto come a certe latitudini politiche si preferiscano altri tipi di sbarchi in Trinacria, ma il tentativo propagandistco appare tanto sgangherato quanto palese: imprimere sulla retina dell’immaginario collettivo l’idea di una Russia aggressiva e pronta a colpire ovunque. Quindi, giustificando ogni tipo di provocazione Nato in Ucraina. Quindi, benedicendo la scelta suicida dell’Europa di proseguire con l’idea di sanzioni, tanto quel premio Nobel in progress di Ursula Von der Leyen si è fatta convincere da Joe Biden di poter ottenere il gas necessario al Vecchio Continente dal Qatar.

Vi dice niente il fatto che invece Mario Draghi, non appena stabilizzatosi il quadro istituzionale interno, abbia telefonato a Vladimir Putin, invocando sì la de-escalation, ma mandando in soffitta certi toni maccartisti e ottenendo il cambio la rassicurazione del Cremlino di un trattamento di favore per l’Italia? Vogliamo giocarci il gas per fare contento il Dipartimento di Stato Usa e offrire un bel vantaggio alle imprese statunitensi nella competizione globale, stante i continui richiami al realismo da parte dello stesso governo di Kiev?

E vi dice niente il fatto che dopo essere stato grigliato ai Commons e aver giocato il suo ultimo jolly per restare a Downing Street dopo lo scandalo dei festini durante il lockdown, Boris Johnson sia volato proprio da Zelensky, utilizzando toni da Dottor Stranamore contro l’aggressione russa e promettendo aiuto militare diretto agli ucraini? Non sentite una puzza strana nell’aria? Non notate una certa cortina fumogena in rapida espansione? Perché se il passaggio nel Mediterraneo di navi russe in transito per esercitazioni di routine deve destare allarme, cosa avranno pensato a Mosca di fronte all’evidenza di navi da guardia statunitensi che collettivamente hanno navigato nel Mar Nero per 182 giorni nel 2021, stando a dati ufficiali della stessa Nato? Nel 2020, quei giorni erano stati 82. E sapete quando si è registrato l’ultima volta un numero maggiore di giorni di presenza? Nel 2014. Con 210 giorni totali. Casualmente, l’anno della rivoluzione colorata in Ucraina sponsorizzata dal Dipartimento di Stato e la conseguente azione militare di annessione della Crimea da parte dell’esercito russo. Ma si sa, è sempre Mosca che provoca.

Tranquilli, il 2022 è appena cominciato.

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