L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

domenica 20 febbraio 2022

L'inflazione "transitoria" è dovuta alla grande massa di miliardi che le banche centrali ma soprattutto la Fed ha immesso nel sistema. Riassorbire questi dollari è facile a dirsi, praticamente impossibile a farsi o quanto meno molto più difficile di quanto si pensi

LA GRANDE SFIDA: diversivi contro battaglie invasive

Scritto il  alle 11:33 da Danilo DT

Sono ormai 25 anni che mi occupo di mercati finanziari, cavolo un quarto di secolo! E quindi ho già visto veramente di tutto. Dalla crisi asiatica del 1997 fino alla fatidica bolla della liquidità tuttora in essere.

In queste ultime settimane sta progressivamente avvenendo quello che era il timore di tutti gli operatori. Una valanga di liquidità che ha alimentato i mercati che, causa inflazione, deve rientrare e quindi dovrà essere progressivamente assorbita. Una normalizzazione progressiva, che sarà certamente la più lenta possibile proprio per evitare degli shock.

Ma il percorso è stato battezzato dalle principali banche centrali del pianeta, causa un’inflazione in forte crescita, e quindi bisognerebbe essere forse un po’ preoccupati?
In effetti tutti un po’ lo siamo. Ma devo essere onesto, percepisco una preoccupazione nemmeno troppo accentuata. Dividiamo le due categorie classiche.

INTERMARKET: correlazioni tra azioni e obbligazioni

OBBLIGAZIONI: salgono i rendimenti ma non rispettano ovviamente l’inflazione attuale ma l’inflazione prevista futura. Vari indicatori di mercato suggeriscono che l’inflazione sarà in media pari a circa il 2,85% in cinque anni e del 2,45% in 10 anni, dati ben diversi dall’attuale 7,5%. La scommessa sta nel fatto che l’inflazione rientrerà per conto proprio, perché se invece rientra grazie agli interventi della FED, allora significa che l’impatto sui mercati sarà decisamente importante.

AZIONI: a reggere la situazione è soprattutto la redditività aziendale che (sembra) rimarrà comunque elevata, anche se l’inasprimento della Fed si tradurrà in una domanda più bassa e in una crescita economica più lenta in linea con il calo dell’inflazione. Non vi tornano i conti? Beh, in realtà il giochino funziona se le aziende alzeranno i prezzi dei loro prodotti. Ma non faranno salire l’inflazione? Però non in modo così determinante. Un inflazione più alta è comunque attesa, nel range, come detto, 2,5-3%

Benvenuti nel mondo perfetto. Ho trovato la chiave di lettura del mercato, evviva! Tutto questo potrebbe anche succedere nella realtà, rendendo la mia view decisamente realistica. Ma è quantomai raro che la teoria trovi una totale applicazione nella pratica. E qualcosa potrebbe andare storto.

Andrà tutto bene. O forse no…

Partiamo dall’origine di tutto. Il tasso inflazione. Secondo me si sta semplificando troppo la questione, come se fosse un banale esercizio matematico. Signori, i disequilibri degli ultimi anni, generati da un’esasperazione della crescita, condizionata poi dalla venuta del Covid, sono innumerevoli e adesso, proprio questi disequilibri, potrebbero portarci delle sorprese. E queste sorprese potrebbero anche obbligare a dei comportamenti non attesi le stesse banche centrali.

Un esempio: si parla di inflazione “da offerta” ovvero da supply chain. Ma è veramente solo così? Guardatevi le ultime rilevazioni di gennaio. La supply chain ha inciso molto meno mentre sono saliti in cattedra i rincari da assistenza medica e da affitti immobiliari.

Senza poi dimenticare quanto ho già accennato sopra. Manca l’elemento KILLER, ovvero l’inflazione dovuta al costo del lavoro. Ma non la stiamo sottovalutando? Società come Amazon e Walmart sono già intervenute sul mercato con degli aumenti salariali. I concorrenti dovranno fare altrettanto. Di conseguenza quale sarà l’impatto sul CPI? E ancora, per restare in trend, le aziende alzeranno i prezzi finali dei beni. Tutto questo cosa comporterà per inflazione e consumi stessi?

E’ la vecchia storia del gatto che si morde la coda:

  • inflazione che non scende
  • banche centrali costrette ad essere più proattive
  • tassi reali che tendono ad aumentare
  • riduzione del bilancio delle banche centrali
  • impatto sull’economia che quindi rallenta
  • diminuiscono i multipli aziendali con conseguenze sulle quotazioni (BofA inizia a stimare una riduzione degli EPS a 12 mesi pari al 7%)
  • allargamento degli spread creditizi

Inoltre, come ho già accennato in alcuni post precedenti, il mercato riserva una innaturale fiducia nei confronti del potere taumaturgico del “rialzo dei tassi” come soluzione per combattere l’impennata inflattiva. Ma secondo voi, portare il tasso FED da 0% a 1,5% nel corso del 2022 (sono 6 rialzi da 25bp, ho volutamente esagerato anche se c’è chi come BofA è arrivata addirittura a ben 11 scalini) risolve tutti i problemi di inflazione, quando sappiamo che drenare la liquidità in eccesso chieder à l’intervento di operazioni ben più complesse come il QT (quantitative tightening)? Signori, parliamo di un qualcosa come 12 trilioni di USD iniettati nel mercato dalle principali banche centrali del pianeta. E questo nei soli ultimi 2 anni.

E l’operatività potrebbe essere ben più complessa di quanto oggi è previsto anche dalle analisi più approfondite.

Quindi ve lo ribadisco. Essere troppo concentrati sul rialzo dei tassi è secondo me un errore, o forse sta diventando un diversivo per distogliere l’attenzione da quello che può diventare il vero problema, ovvero drenare realmente e concretamente liquidità senza compromettere la struttura del mercato. Facile a dirsi, praticamente impossibile a farsi, o quantomento molto più difficile di quanto si pensi.

Il mercato azionario intanto si è portato avanti già adesso con un ”repricing” che abbiamo affrontato nei post precedenti. E mi rendo conto che forse, certe mie ipotesi fatte in tempi non sospetti, non erano poi così insensate. Molti titoli growth si sono visti dimezzare le quotazioni, a ragione o a torto ma intanto è avvenuto. Il mercato è diventato già adesso più interessante e forse più equilibrato. E sempre in abito di equilibrio, non disdegnerei di rivolgere lo sguardo anche oltre gli USA, con un occhio di riguardo a quei settori che meglio di altri sapranno difendersi in questo contesto. Ma di questo abbiamo già detto molto in passato.

STAY TUNED!


https://intermarketandmore.finanza.com/la-grande-sfida-diversivi-contro-battaglie-invasive-94055.html

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