L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

lunedì 7 febbraio 2022

L'Occidente incapace di evolvere le categorie usate fino a poco tempo fa per interpretare il mondo è completamente spiazzata dal nuovo centro di potere che si è instaurato: Eurasia esiste ed è una realtà, poggia sulla Russia e Cina ma è molto più della Russia e Cina


7 FEBBRAIO 2022

Se il rafforzamento dei legami politici sino-russi è un avvertimento a Stati Uniti e Nato, gli accordi economici consolidati nel corso dell’ultimo incontro tra Xi Jinping e Vladimir Putin sono un messaggio diretto all’Europa. Adesso l’Ue deve fare i suoi calcoli, soprattutto in termini di vantaggi e svantaggi energetici, e scegliere a quale crociata partecipare. Quella di Washington, che continua a demonizzare Mosca alimentando l’ipotesi di un’invasione russa in Ucraina? Oppure, al contrario, quella intrapresa dal nuovo ordine mondiale, riunito in pompa magna sulle tribune dello stadio nazionale di Pechino, a far da cornice ai Giochi Invernali di Beijing 2022? Ci sarebbe pure la terza via: usare tanto pragmatismo per evitare, come vedremo, di finire nelle sabbie mobili.

Appare scontato come l’Unione europea, intesa come istituzione sovranazionale, non abbia la benché minima intenzione di tradire i valori liberali, democratici e atlantisti; ma è altrettanto vero che sposare troppo da vicino la battaglia di Joe Biden – all’apparenza una questione che sembra, semmai, riguardare soltanto gli Stati Uniti – potrebbe comportare l’aggravamento della tempesta energetica in corso proprio in queste settimane. Già, perché l’Europa è dipendente dalle importazioni di gas naturale russo, fondamentale per l’approvvigionamento di energia e dunque per far fronte alle esigenze quotidiane della popolazione, tra cui cucinare e riscaldare le abitazioni.

Va da sé che, nel caso di un ipotetico coinvolgimento militare in Ucraina contro la Russia o dell’inasprimento delle sanzioni, il Vecchio Continente si ritroverebbe esposto a una probabile rappresaglia economica di Mosca. A quel punto, Putin avrebbe tutto il potere di chiudere i rubinetti dei gasdotti russi diretti verso l’Europa per far convogliare il prezioso combustibile in Cina, dove la fame energetica è tanta. Nel frattempo, le Olimpiadi invernali hanno sancito un ulteriore avvicinamento su tutta la linea di Cina e Russia, le quali “si oppongono all’ulteriore allargamento della Nato e invitano l’Alleanza del Nord Atlantico ad abbandonare i propri atteggiamenti ideologici da Guerra fredda” e “rispettare la sovranità, la sicurezza e gli interessi degli altri Paesi”.

Il gas russo in Europa

Inutile far finta di niente: l’Unione europea dipende in gran parte dal gas naturale russo. I dati più recenti di Eurostat, risalenti al 2019, evidenziavano come l’Ue importasse il 41,1% di gas da Mosca. Poi, ovviamente, la situazione varia da Paese a Paese, con governi alla mercé degli umori del Cremlino e altri in grado, almeno in parte, di smarcarsi da una dipendenza ingombrante. L’Italia, secondo i dati del ministero della Transizione ecologica, nel 2020 importava il 41,1% di gas naturale dalla Russia, il 22,8% dall’Algeria e circa il 10% da Norvegia e Qatar. Non serve una calcolatrice per rendersi conto che, in caso di tagli russi, Roma andrebbe a perdere una buona metà del suo import di gas, con effetti indesiderati nell’intera filiera economica e ripercussioni nella vita quotidiana dei cittadini.

Ma c’è, addirittura, chi potrebbe ritrovarsi a secco di gas: è il caso di Macedonia del Nord, Moldavia e Bosnia, le cui importazioni di gas provengono al 100% dalla Russia, della Finlandia (94%), Lituania (93%), Serbia (89%) ed Estonia (79%); la Germania è “esposta” al 49% mentre Austria e Francia rispettivamente al 64% e 24%. Insomma, qualora lo scenario ucraino dovesse peggiorare – pensiamo a una guerra o a un appesantimento delle sanzioni russe varato da Bruxelles – non è escluso che Mosca possa vendere tutto il suo gas alla Cina. E così, in mezzo a Stati Uniti e Russia, l’Europa rischia di fare la fine del vaso di argilla e di pagare le conseguenze più care di un possibile aumento delle tensioni internazionali.

Petrolio e gas: gli ultimi accordi tra Cina e Russia

Cina e Russia hanno dimostrato di far sul serio. Intanto i due Paesi, come ha ricordato Reuters, vantano intese siglate nel campo dell’oil and gas dal valore di 117,5 miliardi di dollari (una quota destinata ad aumentare, probabilmente in un gioco a somma zero con l’Europa), oltre a un interscambio complessivo nel 2021 di 146,8 miliardi di dollari (in crescita rispetto ai 107,8 miliardi del 2020 e ai 65,2 del 2015). Per quanto riguarda il petrolio, il gigante russo Rosneft, guidato da Igor Sechin, ha firmato un accordo con la compagnia cinese CNPC per fornire 100 milioni di tonnellate di oro nero attraverso il Kazakhstan da qui ai prossimi dieci anni, estendendo, di fatto, un’intesa esistente. Valore dell’operazione: i russi hanno parlato di 80 miliardi di dollari.

Arriviamo così al secondo accordo, quello riguardante il gas. Il colosso russo Gazprom si è impegnato a trasmettere ai cinesi di CNPC 10 miliardi di metri cubi all’anno di gas attraverso una rotta dell’Estremo oriente russo, prevedendo di aumentare le esportazioni di gas verso la Cina fino ad arrivare a 48 miliardi di metri cubi annui (ma non è dato sapere entro quando; secondo i piani precedenti, la Russia avrebbe dovuto fornire alla Cina 38 miliardi di metri cubi entro il 2025). Da questo punto di vista è interessante soffermarci sulla “rotta” citata da Mosca. Simili affermazioni potrebbero infatti sottintendere la decisione di costruire un secondo gasdotto dedicato alle esigenze di Pechino, capace di accompagnare il già esistente Power of Siberia. Ricordiamo che la Russia invia già gas alla Cina tramite il suddetto Power of Siberia, che ha iniziato a pompare rifornimenti di gas naturale liquefatto nel 2019, e che, nel solo 2021, ha esportato oltre la Muraglia 16,5 miliardi di metri cubi tra gas e gas liquido. Considerando che il prezzo medio di mille metri cubi di gas si aggira intorno ai 150 dollari, l’ultimo patto siglato tra Putin e Xi – a lungo termine, per una durata di 25 anni – potrebbe avere un valore di circa 37,5 miliardi di dollari.

A questo proposito è importante fare un paio di precisazioni. Primo: la rete Power of Siberia non è al momento collegata ai gasdotti che inviano gas all’Europa. Non è però da escludere che il secondo gasdotto sbandierato dal Cremlino possa attingere dalla penisola di Yamal, lo stesso giacimento dal quale viene prelevata una buona parte di gas destinata al mercato europeo. Altre indiscrezioni sostengono che il nuovo accordo con Pechino riguardi il gas russo proveniente dall’isola di Sakhalin, nel Pacifico, il quale sarà trasportato tramite gasdotto attraverso il Mar del Giappone fino alla provincia di Heilongjiang, nella Cina nord-orientale, raggiungendo fino a 10 miliardi di metri cubi all’anno intorno al 2026. Seconda precisazione, e forse la più importante: nel testa a testa con l’Ue, Putin ha lanciato un messaggio forte e chiaro. L’eventuale costruzione di una nuova linea destinata all’Oriente starebbe a indicare i nuovi piani di Mosca. Sempre più orientata verso l’Asia e meno verso l’Occidente.

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