L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

martedì 22 febbraio 2022

Negli Accordi di Minsk era previsto l’impegno da parte di Kiev a riformare la propria Costituzione per concedere al Donbass un regime di ampia autonomia. In Ucraina, finora, nessun passo avanti è stato fatto e un aspetto della risposta "tecnico-militare" è stata messa in atto

La mossa di Putin sull'Ucraina e quel precedente dell'ex Jugoslavia
Nel momento in cui Mosca ha riconosciuto le Repubbliche come indipendenti e sovrane, può giustificare il suo intervento militare come effettuato a fini umanitari, per via del dovere di proteggere le popolazioni russofone

di Guido Salerno Aletta22/02/2022 00:23


Putin ha deciso: la Russia riconosce come indipendenti e sovrane le due Repubbliche del Donetsk e del Lunhansk, ammonendo l’Ucraina a non compiere azioni di forza contro di loro.
La crisi ucraina si dipana sempre tra due prove di forza: quelle sul terreno militare da una parte e quelle sul piano del diritto internazionale dall’altra.
C’è di mezzo, in queste ore, la possibilità che la Russia riconosca come indipendenti e sovrane le due Repubbliche del Donetsk e del Lunhansk che tali si erano “autodichiarate” sin dal 2014, ma per le quali negli Accordi di Minsk era stato invece previsto l’impegno da parte di Kiev a riformare la propria Costituzione per concedere loro un regime di ampia autonomia. In pratica, qualcosa di molto simile a quanto si fece in Italia per l’Alto Adige, rispetto a cui l’Austria ha sempre svolto sul piano internazionale un ruolo tutelare. In Ucraina, finora, nessun passo avanti è stato fatto.
La questione del riconoscimento da parte della Russia della indipendenza e dunque della sovranità di queste due Repubbliche russofone è comunque assai diversa dalla vicenda della Crimea, che con un referendum dichiarò di voler ritornare ad essere parte integrante della Russia, così come era stato per secoli e fino al 1953, quando il Premier sovietico Krusciov, nato in Ucraina, la fece rientrare nel territorio di questa Repubblica aderente all’URSS.
Dopo il voto della Duma di Mosca, preso a larghissima maggioranza a favore del riconoscimento da parte della Russia di queste due Repubbliche, oggi si è pronunciato nello stesso senso anche il Consiglio di Sicurezza che ha espresso il proprio avviso favorevole al Presidente Vladimir Putin, che ha deciso di varcare il Rubicone.
Il riconoscimento ufficiale da parte Russia cambia, per quanto le concerne, il quadro del diritto internazionale, e si ritorce contro l’Ucraina: è una sorta di nemesi storica, visto che fu questa stessa a riconoscere in tutta fretta la Croazia come Stato indipendente, già nel 1991, con largo anticipo rispetto quanto fecero gli Stati europei e lo stesso Vaticano. Anche la Croazia, come già poco prima aveva fatto la Slovenia, si era infatti autoproclamata Stato indipendente e sovrano rispetto alla Jugoslavia, dichiarando l’esercito di Belgrado come strumento di occupazione di un Paese straniero.
Dal punto di visa del diritto internazionale, il Presidente americano Joe Biden ha più volte ripetuto che, se la Russia dovesse violare “nuovamente” le frontiere della Ucraina dopo le vicende del 2014 che portarono alla annessione della Crimea ed alle conseguenti sanzioni ancora in corso, scatterebbero sanzioni pesantissime. Con questa affermazione Biden comprende qualsiasi violazione delle frontiere dell’Ucraina da parte delle truppe russe, anche nel caso che questa varcassero le frontiere della Ucraina al solo scopo di proteggere le popolazioni delle anzidette due Repubbliche russofone da interventi militari effettuati da Kiev per ripristinare in questi territori il suo controllo.
Nel momento in cui la Russia ha riconosciuto queste Repubbliche come indipendenti e sovrane, può giustificare il suo intervento militare come effettuato a fini umanitari, per via del dovere di proteggere le popolazioni russofone: formalmente, non violerebbe più le frontiere della Ucraina. Anche in questo caso, a parti invertite, si ripeterebbero le vicende che portarono alla disintegrazione della Jugoslavia: in particolare, quelle che portarono all’intervento militare deciso dalla Nato per difendere le popolazioni musulmane del Kosovo dalla pulizia etnica compiuta dai Serbi di Belgrado. Anche il Kosovo, alla fine, si è reso indipendente, seppure ancora con un limitato riconoscimento da parte della comunità internazionale. Un precedente dunque doppiamente pericoloso.
Su richiesta di Kiev, questa vicenda del riconoscimento sarà portata all’attenzione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, dove il potere di veto della Russia bloccherà ovviamente qualsiasi deliberazione sfavorevole.
Josep Borrell, Alto rappresentante dell'Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza della Unione Europea, aveva già diffidato la Russia dal procedere ufficialmente, minacciando sanzioni.
Per quanto la vicenda dell’Ucraina non sia assolutamente paragonabile a quella della Jugoslavia, la sanguinosa e drammatica dissoluzione di quest’ultima continua a proiettare un’ombra funesta: prima o poi, le forzature al diritto internazionale si pagano.

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