L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

venerdì 4 febbraio 2022

Prepariamoci al peggio, Mattarella e Draghi incapaci di essere garanti del popolo italiano ma solo degli interessi della finanza rapace internazionale. Emettere moneta non a debito (tipo cambiali), ristrutturare la contabilità delle banche, investire strutturalmente con almeno un milione di assunzione nella pubblica amministrazione, tutto il resto è noia

SPY FINANZA/ La Bce spalle al muro e l’incubo del 2011 per l’Italia
Pubblicazione: 04.02.2022 - Mauro Bottarelli
C’è davvero da aver paura, perché siamo di fronte a una Banca centrale totalmente impotente e paralizzata dalle scelte compiute finora. Spalle al muro

Christine Lagarde, presidente della Bce (LaPresse)

Abbiamo scherzato, tutto rimandato al 9-10 marzo. Ormai i board della Bce assomigliano a Ricomincio da capo, il film con Bill Murray dedicato al giorno della marmotta: tutti uguali. Unica variazione sul tema, la menzione a inizio comunicato di un’inflazione che a gennaio ha stupito al rialzo e che perdurerà sopra il target per un periodo prolungato. Ma, bontà della Lagarde, dovrebbe cominciare a ridursi nel corso dell’anno. Poiché patisce una forte componente energetica, destinata a sgonfiarsi.

Ora, al netto della crisi ucraina che gli Stati Uniti stanno cercando in tutti i modi di far avvitare su se stessa, questo grafico mostra plasticamente come in effetti la cosiddetta bolletta abbia avuto un peso preponderante nel 5,1% di aumento su base annua, ma anche come servizi e generi alimentari stiano cominciando a strutturarsi nei trend di rialzo. E solo l’altro giorno, Mosca ha bandito per due mesi l’export di nitrato di ammonio. Ovvero, il principale elemento su cui si basano i fertilizzanti agricoli, i cui prezzi sono già oggi a massimi record.


Ovviamente, la mossa di Mosca è destinata a far aumentare ancora quelle valutazioni. Quindi, costando più cari i fertilizzanti si coltiverà meno mais, il cui prezzo è già oggi ai massimi dalla primavera 2020 e il 40% del cui output serve per la produzione di etanolo. Elemento quest’ultimo alla base dei principi energetici presenti nei mangimi per il bestiame. Insomma, l’intera catena alimentare colpita al cuore dalla mossa russa. Cosa pensate che farà la barra verde della voce food nel grafico nei mesi prossimi, crescerà o diminuirà? Sicuri che contemporaneamente qualche genio a Bruxelles trovi la via maestra per l’affrancamento dalla dipendenza energetica? Se questo non accadrà, quel combinato cosa ci dice delle prospettive inflazionistiche per l’intero 2022? Non a caso, la Bank of England ha rotto gli indugi e sempre ieri ha alzato i tassi allo 0,50%. E non basta, quattro membri del board avevano votato a favore di 50 punti base di aumento secco, quindi propendendo per un riferimento da fissare subito allo 0,75%. La Bce no, resta ferma. Attende che per miracolo la bolla si sgonfi da sola. E in maniera indolore.

Tutto confermato: Pepp che termina il 31 marzo e programma di acquisto che proseguirà con controvalori ridotti attraverso la sigla ombrello dell’App, prima per 40 miliardi al mese nel secondo trimestre di quest’anno (di fatto lo stesso ammontare attuale del Pepp, al netto delle redemptions oltretutto) e poi a scendere fino a 20 miliardi dal terzo trimestre, come mostra il grafico.


Inoltre, conferma del termine delle aste Tltro di rifinanziamento a lungo termine per il sistema bancario al 30 giugno prossimo. Di fatto, tutto come a dicembre. Fatta eccezione per la mera presa d’atto – senza conseguente azione di contrasto – di un’inflazione lasciata bellamente andare fuori controllo. La reazione del mercato? Uno sbadiglio. E questa è l’unica notizia di cui prendere atto: chi investe non guarda più alla Bce, bensì alle altre Banche centrali e ai re-price autonomi su indici e rendimenti. Francoforte sta vivendo con il pilota automatico da mesi e continuerà a farlo fino a quando la strada imboccata non terminerà e il barattolo calciato da marzo 2020 in poi non gli ritornerà in faccia, dopo aver sbattuto contro il muro.

Ora c’è davvero da aver paura, perché siamo di fronte a una Banca centrale totalmente impotente e paralizzata dalle scelte compiute finora. Spalle al muro. E il rischio è che la componente rigorista guidata dalla Bundesbank si trovi costretta a spostare la propria azione di dissuasione normalizzatrice su un altro tavolo: quello governativo del Patto di stabilità e della riforma del Mes. Ovvero, imporre ai massimi livelli di regolamentazione comunitaria quelle garanzie precauzionali che Christine Lagarde non può o non vuole assumere. Per Spagna, Grecia e Italia saranno dolori.

Non a caso, a inizio settimana il Tesoro ha forzato i tempi e deciso di emettere un Btp decennale indicizzato all’inflazione, immediatamente ribattezzato Mattarella bond. In caso di trend dei prezzi al 2%, il titolo con scadenza 2033 renderà l’1,8%. Detto fatto, 5 miliardi di controvalore in offerta a fronte di una domanda di quattro volte, 19 miliardi. Una ratio bid-to-cover da applausi. Ma anche rivelatrice dello scorrere impietoso della sabbia nella clessidra. E che da ora in poi il vento possa in fretta cambiare direzione, al netto delle rassicurazioni ormai vuote della Bce, lo mostra anche il nostro spread. Il quale ha vissuto un calo pavloviano solo nella giornata di lunedì, quella di formale presa d’atto della stabilizzazione garantita dal secondo mandato di Mattarella, ma già dal giorno dopo ha assunto un trend decisamente tachicardico, un continuo sali-scendi che presuppone interventi di Bankitalia o doom loop di banche domestiche a fronte di vendite, la cui natura meramente speculativa è tutta da confermare.

Ed ecco che questo ultimo grafico mostra la ragione della fretta del Tesoro: se fino all’anno scorso la Bce assorbiva in automatico quasi il 120% delle emissioni nette di debito italiano, quest’anno quella percentuale scende al 70%. Il resto va coperto tramite il mercato. Tramite i Mattarella bond del caso, insomma. Prima appunto che il mercato prezzi le mosse reali e non solo le intenzioni o le promesse della Bce.


Cosa accadrebbe se quella mossa russa sui fertilizzanti innescasse davvero un ulteriore shock dei prezzi o, guardando alle dinamiche di casa nostra, qualcuno fosse tentato da una crisi di governo che vada a impattare con una primavera caratterizzata da eventi spartiacque? La presunta stabilità garantita dal Colle diventerebbe di colpo solo una chimera, niente più che la coperta di Linus di una situazione precipitata che necessiterà di una cura da cavallo in perfetto stile 2011. Anche perché mentre Christine Lagarde si congedava dalla sala stampa, sui terminali di Bloomberg le scommesse dei traders riguardo i tassi nell’eurozona parlavano una lingua meno rassicurante: chi opera sul mercato scommette già su 20 punti base di aumento entro settembre contro i 10 punti base di prima dell’intervento della numero uno. E, poi, il tonfo: 10 punti di aumento già a giugno. Insomma, se la numero uno dell’Eurotower intendeva rassicurare il mercato, ha platealmente ottenuto l’effetto contrario. Perché ormai il Re è nudo. E si finge di non vederlo solo per bon ton e rispetto istituzionale: ma da un giorno con l’altro, il galateo potrebbe lasciare spazio all’ingresso a palazzo di Madama Realtà. La quale non si preoccuperà di avere il green pass per entrare, sfonderà la porta. E quei 149,4 punti base toccati appena conclusa la conferenza stampa e ritracciati a 145 in un secondo parlano chiaro su quali forze stiano già preparando lo scontro sul campo.

Per ora e fino al 31 marzo c’è ancora il Pepp, ma se una dinamica come quella di ieri accadesse il 4 di aprile, lo spread sarebbe volato a 170 in un sospiro. E poi si sa, l’effetto palla di neve è garantito.

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