L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

venerdì 25 febbraio 2022

Quando la televisione spara che il debito pubblico è un male. Assumere almeno un milione di giovani nella pubblica amministrazione è un investimento strutturale

Perché il debito pubblico serve allo Stato e alla finanza privata

Il debito pubblico può fungere da volano, sostenendo la spesa dello Stato, e rappresentare un bene-rifugio sicuro nel quale investire

Per decenni il debito pubblico è stato descritto come un fardello, un “macigno” che ci schiaccia, per citare un libro di Carlo Cottarelli. Questa concezione del debito ha dominato il dibattito a lungo, ma ormai è stata abbandonata anche da molti circoli mainstream.

Lo scricchiolare dell’ortodossia sul debito

A marzo 2020, colti di sorpresa dalla pandemia, leggevamo sul Financial Times che la risposta alla crisi avrebbe dovuto comportare «un significativo aumento del debito pubblico». A scriverlo era Mario Draghi, che da pochi mesi aveva lasciato la presidenza della Banca centrale europea.

Ma già da tempo un altro cardinale dell’ortodossia, Olivier Blanchard, andava dicendo cose simili. L’ex capo economista del Fondo Monetario Internazionale nel 2019 scriveva che «un debito più alto non porta per forza a tasse più alte» e «se il tasso di crescita supera il tasso di interesse, il rapporto debito/Pil diminuirà nel tempo senza la necessità di aumentare le tasse».
I rischi nel tentare di ridurre drasticamente il debito pubblico

Una posizione ribadita anche da Francesco Giavazzi, oggi principale consigliere di Draghi a Palazzo Chigi. L’ex teorico dell’”austerità espansiva” lasciava molti a bocca aperta quando a gennaio 2021 scriveva: «È un errore continuare a ripetere che il nostro problema maggiore è il debito pubblico: il nostro problema maggiore sta nell’assenza di crescita. Se la nostra economia crescesse più rapidamente del nostro debito, ripagarlo non sarebbe necessario». Di recente si è spinto ancora più in là, affermando che «il debito è un concetto del secolo scorso» e che «se non hai un piano buono chiudi il rubinetto, se invece hai un buon progetto lo finanzi».

Insomma, la questione chiave è che il debito pubblico è diverso dai debiti privati. Infatti, il debito pubblico si rinnova continuamente (in gergo si dice roll over) e non si deve mai ripagare una volta per tutte. Non solo: quando ci si prova, di solito le cose finiscono male.

Il debito contratto da uno Stato non può essere trattato come quello di una famiglia© Davizro/iStockPhoto

Tentativi di ridurre drasticamente o addirittura ripagare del tutto il debito pubblico hanno spesso portato a crisi finanziarie. Come nel 1835, quando sotto la presidenza di Andrew Jackson gli Stati Uniti ripagarono totalmente il proprio debito, innescando subito dopo una tremenda crisi. Nel 1996 l’economista Frederick Thayer faceva notare che «gli Stati Uniti hanno attraversato sei depressioni economiche significative e ognuna di esse fu preceduta da un prolungato periodo di riequilibrio di bilancio».

Lo Stato non funziona come una famiglia

Il punto fondamentale è che lo Stato non è come una famiglia. Nel suo libro “Soldi”, John Kenneth Galbraith scriveva che «il confronto tra famiglia e Stato non sta in piedi. La ricchezza e la solvibilità di una nazione dipendono da ciò che produce la sua economia. Se prestiti e spese fanno aumentare la produzione, come sostiene Keynes, accrescono anche la sua solvibilità. Solo di rado invece i prestiti e le spese aumentano la ricchezza di una famiglia».

C’è anche un altro aspetto da sottolineare. Una famiglia ha un orizzonte temporale limitato, lo Stato no. Certo, gli Stati nascono e crollano, ma non “muoiono” per cause naturali come le famiglie. E nelle Costituzioni non c’è una clausola di liquidazione.

Abbiamo detto che il debito pubblico è fondamentale perché, negli assetti istituzionali attuali, permette di sostenere la spesa pubblica e quindi l’attività economica. Ma è importante anche all’interno del moderno sistema macrofinanziario. Come ha scritto Adam Tooze, i titoli di Stato «sono i safe asset su cui vengono costruite piramidi di credito privato». Significa che, in un sistema funzionante, il debito pubblico è il titolo più sicuro in assoluto, utilizzato dagli operatori finanziari per stabilizzare i propri portafogli e rifornirsi di liquidità (ad esempio con i cosiddetti repurchase agreements).

Le due funzioni del debito pubblico: canale per la spesa pubblica e bene-rifugio per la finanza privata

Questo è vero soprattutto per le nazioni più prospere. Come hanno scritto Adam Tooze e Christian Odendahl, «i Paesi ricchi emettono la valuta in cui si indebitano. Questo rende il debito pubblico dei Paesi ricchi l’asset più sicuro possibile. Poiché i governi tecnicamente non possono mai rimanere senza soldi. Possono semplicemente ordinare alla banca centrale di fornirne di più». E durante la pandemia abbiamo avuto la conferma che «in circostanze disastrose i titoli di Stato sono spesso il posto più sicuro dove rifugiarsi per gli investitori privati».

Semplificando, sono due le macro-funzioni del debito pubblico: canale per la spesa pubblica e safe asset per la finanza privata. Riguardo al primo ruolo, il debito pubblico può essere lo strumento per sviluppare un nuovo progressismo, come spiegato da Kritica Economica. Riguardo alla seconda funzione, i titoli di Stato possono essere usati come attività finanziarie che “stabilizzano un’economia instabile”, per parafrasare un libro di Hyman Minsky.

Tuttavia, se vogliamo che questo strumento funzioni bene, è necessaria un’architettura istituzionale ben congegnata. Le banche centrali se ne sono rese conto, e durante la pandemia hanno fatto il proprio lavoro, sostenendo i mercati del debito e tenendo bassi i rendimenti. Ma non basta, soprattutto ora che i falchi spingono per alzare i tassi. Serve un discorso ancora più forte e penetrante sul ruolo del debito pubblico. Realizzarlo non è solo una missione tecnica, ma un dovere politico.

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