L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

domenica 6 febbraio 2022

Stagflazione 76 - Inflazione+recessione

La super inflazione riporta l’Italia al 1973, l’anno della crisi petrolifera
L'inflazione in Italia è salita ai massimi dal 1996 a gennaio, ma in verità ecco perché ci riporta indietro di quasi mezzo secolo
di Giuseppe Timpone , pubblicato il 04 Febbraio 2022 alle ore 10:35


A gennaio, l’inflazione in Italia è salita al 4,8%. Secondo la serie storica dell’ISTAT, si tratta del dato più alto dall’aprile 1996. Dobbiamo tornare indietro di 26 anni, dunque, per trovare una crescita tendenziale dei prezzi così impetuosa. Conseguenza del caro bollette, a sua volta provocato dal boom delle quotazioni di petrolio e gas. In realtà, dovremmo tornare ancora più indietro per trovare una situazione simile a quella odierna. La sola inflazione ci dice poco di quale sia la condizione delle famiglie, intese non soltanto come unità consumatrici, ma anche di risparmio.

Se un italiano oggi volesse impiegare il proprio denaro a rischio zero, si ritroverebbe a percepire un tasso d’interesse nullo o negativo. E’ l’effetto dei tassi a zero praticati dalla BCE sui prestiti alle banche dell’Eurozona. Di fatto, i tassi reali sono sprofondati al -4,8% in Italia. Qualcosa di simile accadde negli anni Settanta. Era il 1973 e l’Occidente entrava in una lunga fase di stagflazione a causa della crisi petrolifera. Andò così: i paesi dell’OPEC guidati dall’Arabia Saudita tagliarono la produzione per fare quadruplicare le quotazioni del petrolio e punire USA ed Europa per il loro sostegno a Israele nella Guerra dello Yom Kippur.

In quell’anno, esattamente nel mese di settembre, la Banca d’Italia fissò i tassi al 6,5%, a fronte di un’inflazione salita all’11,3%. I tassi reali, già leggermente negativi negli anni precedenti, sprofondarono al -4,8%. E anche nel febbraio 1976 i tassi reali italiani si attestarono al -4,8% di oggi. Ma quello non fu il punto più basso toccato. Pochi mesi più tardi, i tassi reali scesero ancora al -7% e fino a colare a picco al -16,5% alla fine del 1974. Tornarono positivi solamente nel 1981, quando la famosa lettera del ministro Beniamino Andreatta, inviata al governatore Carlo Azeglio Ciampi, segnò il “divorzio” tra Bankitalia e Tesoro.

Inflazione italiana e somiglianze con gli anni Settanta

Quelli non furono anni facili per l’economia italiana, segnata da bassa crescita, alta inflazione, proteste sociali diffuse, terrorismo e debolezza dei governi. Dovremmo attendere gli anni Ottanta per tornare a vedere un po’ di luce. C’entrano i tassi reali negativi con le difficoltà di allora dell’Italia? Difficile rispondere con un secco sì o no. Di sicuro, non aiutarono. La politica monetaria lassista di Bankitalia non contrastò l’inflazione scatenata dalla crisi petrolifera, anzi la sostenne. I consumatori erano gravati da aumenti dei prezzi a doppia cifra praticamente su ogni tipologia di bene e servizio acquistato. Chi aveva la possibilità di mettere qualcosa da parte, non riusciva a farla fruttare. Fu così, ad esempio, che molte famiglie portarono i capitali all’estero per scampare alla repressione finanziaria domestica, anche sui timori per l’instabilità politica interna, mentre molte altre investirono sul mattone. E i prezzi degli immobili esplosero nel giro di pochissimi anni. Riuscivi a comprarti un appartamento con una data somma e anche solo un anno dopo con la stessa non ce la facevi proprio più.

Oggi a fissare i tassi d’interesse non è più Bankitalia, bensì la BCE. La sua credibilità sui mercati internazionali è altissima, cionondimeno il risparmio non frutta e i prezzi galoppano. Non ci sono per il momento avvisaglie di proteste sociali diffuse, vuoi per l’indebolimento globale dei sindacati, vuoi anche perché la struttura del lavoro odierna è molto diversa da quella di mezzo secolo fa. E mettiamoci anche la pandemia, che nei fatti sta anestetizzando le diatribe di natura non sanitaria. Ma l’insoddisfazione è palpabile, specie nel Nord Europa, dove i prezzi delle case accelerano la corsa di anno in anno, impedendo a un numero crescente di famiglie di diventare proprietarie di immobili anche ricorrendo al mutuo. Un paradosso, dato che proprio i bassi tassi avrebbero dovuto agevolare l’acquisto. Ma se da un lato essi rendono più vantaggiosi i prestiti, dall’altro fomentano i prezzi. Francoforte non può continuare a tirare per troppo tempo ancora la corda.

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