L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 26 febbraio 2022

Veneziani inciampa sull'Islam

Nel suo La Cappa Veneziani racconta l’oppressione progressista


I libri in libreria li acquisto d’impulso, meglio sarebbe dire li acquistavo. Non posso più andare in libreria poiché sprovvisto del lasciapassare verde che attesta la sottomissione al dettato governativo-sanitario, e così, perduto il piacere di gironzolare tra di loro, sentirne il profumo, toccarli, sfogliarli, di farmi scegliere da loro, perché alla fine avevo la sensazione che fossero loro a scegliere me e non viceversa, mi rassegno a cercarli su Amazon; voilà, un semplice click col mouse del computer, questione di attendere un paio di giorni, il libro arriva.

La Cappa è l’ultimo libro che Amazon mi ha gentilmente recapitato a domicilio. È anche l’ultimo saggio scritto da Marcello Veneziani, autore di varie opere e giornalista e opinionista di fama. Veneziani è senza dubbio un uomo di destra, una mente poliedrica, capace di lucide analisi della società attuale e del suo spirito.

Di questa sua ultima fatica mi ha attratto il titolo. Già perché ho sentito subito che quella a cui si riferiva Veneziani doveva avere qualcosa in comune con quella cappa che mi sento addosso ormai da decenni e che da almeno un paio d’anni a questa parte, con quella che è di fatto una dittatura sanitaria nella quale siamo costretti a vivere, si è fatta se possibile ancora più palpabile e opprimente.

Veneziani nel suo saggio parla di quello che è lo spirito del nostro tempo, quello che i filosofi e i tedeschi chiamano lo Zeitgeist; scandaglia e mette a nudo il gigantesco edificio che la modernità ha creato, elaborando l’ideologia del Politicamente Corretto, che l’autore in questa sua opera riduce a sigla, Pc.

La sua è un’analisi spietata, non fa sconti.

La Cappa è figlia di quel sistema che difende l’ambiente, che fa dell’ecologia il suo emblema, ma che odia la Natura.

La Natura umana soprattutto. Perché questa Natura violenta e sovverte, stravolgendola, mettendone in discussione l’essenza e l’anima, negandola.

Il Politicamente corretto non ama la realtà. Esso rifiuta il fatto incontestabile della differenza dei sessi tra gli umani, quegli esseri umani che fin dall’inizio furono creati uomo e donna, maschio e femmina; contesta il concetto stesso di famiglia naturale, la procreazione così come da sempre è avvenuta con l’incontro armonioso dei sessi, dei due princìpi, quello maschile e quello femminile; nega l’amor patrio, la comunità e il destino che ne accomuna i membri per sostituirlo con un’indistinta glassa globale, nella quale ogni differenza si annulla e scompare, e dove l’unica ideologia ammessa è il liberismo e la prevalenza del mercato, al quale, ci dicono: there is no alternative (non c’è alternativa).


Nelle pagine di questo bel volume sfilano tutte le recenti, bizzarre creazioni del politicamente corretto: il femminismo, che vuole la guerra tra i sessi, e crea nuovi movimenti improbabili come il Metoo, e conia nuovi termini tratti dalla lingua della globalizzazione, l’inglese; invenzioni come il CatCalling, che altro non sarebbe se non il vezzo, non elegante e sicuramente fastidioso, ma certamente non criminale, un tempo consuetudine, specie nel sud della penisola, di sottolineare il passaggio di una bella donna con un fischio e con qualche esclamazione di apprezzamento da parte di maschi più o meno giovani.

I femminicidi che nel nuovo mondo e nel mainstream che lo racconta sono sempre presentati come se fossero lo sbocco naturale e consueto della sopraffazione del maschio violento e bestiale sulla donna sempre vittima indifesa e incolpevole, e non per quello che in realtà sono: un fenomeno tutto sommato percentualmente marginale, qualche centinaio di casi su milioni di coppie che spesso vivono insieme amandosi, a volte sopportandosi, ma certamente in modo sostanzialmente pacifico, opera di poveri uomini pervertiti, deboli e disprezzabili, vittime di un ego narcisistico smisurato e di una immaturità mentale patologici, e per questo incapaci di sopportare un abbandono.

L’ideologia gender poi, altro violento colpo di ariete al principio di realtà: sono quello che desidero essere, maschio o femmina, indipendentemente dai miei genitali. E la pretesa di fare dell’uguaglianza una specie di idolo al quale tutto sacrificare. Siamo tutti uguali, dunque anche gli omosessuali devono e possono sposarsi e metter su famiglia come gli eterosessuali.

Per fare un bimbo occorrono un uomo e una donna? Un uomo non può fecondare un altro uomo e una donna un’altra donna, così stabilisce la Natura? Non importa, ecco giungere in aiuto la tecno-scienza con i suoi strabilianti ritrovati, con le sue chimere, con i suoi mostri usciti dal cilindro: l’utero in affitto, la procreazione artificiale.

Due uomini mescolano il loro seme e in laboratorio fanno fecondare l’ovulo di una donna che poi, dietro un compenso non necessariamente lauto, porterà a termine la gravidanza; due donne ordinano sul web seme maschile di buona qualità, e con questo seme fanno fecondare l’ovulo di una di loro per poi impiantarlo nell’utero dell’altra.

E ancora l’aborto: non importa se l’Italia invecchia irrimediabilmente, e mancano all’appello dal 78 ad oggi più di sei milioni di esseri umani. L’eutanasia, e la legalizzazione delle droghe; tutto in nome di una libertà senza limiti e confini, da dove ogni trascendenza è scomparsa, e solo l’ego con i suoi infiniti desideri sussiste.

Libertà senza limiti che però cessa, come è il caso in questi ultimi due anni, qualora venga messo in pericolo la sopravvivenza di chi è vivo perché sua mamma decise di non abortire, e la salute diventa allora il totem globale al quale tutto è lecito sacrificare: libertà, diritti, Costituzione.

Tutto ciò dice Veneziani nel nome del progresso, di una ideologia, quella progressista, che nega passato e futuro, facendo del presente l’unico tempo portatore di verità, l’unico tempo capace di giudicare, in nome dei suoi criteri morali e della sua visione del mondo, i millenni di storia umana che lo hanno preceduto. Solo gli uomini e le donne della contemporaneità sanno ciò che è vero, buono e giusto, gli altri, le generazioni precedenti, cela va sans dire, sbagliavano.

Ma il progresso che conosciamo ha riguardato solo un aspetto della vita umana: la tecnica, la scienza, la tecno-scienza. Veneziani a ragione nega che possa riguardare l’arte, l’etica, la morale, la religione. Aspetti essenziali della vita e della società degli esseri umani. Provate a mettere accanto una cantata di Monteverdi o di Bach alle canzoni di Sanremo, o un dipinto di Caravaggio a uno squarcio di Fontana, una chiesa barocca all’ultima creazione sul tema del più celebrato architetto italiano, Renzo Piano, la chiesa di san Pio a san Giovanni Rotondo, avete presente?

Tuttavia, spiace dover dire che Marcello Veneziani non sia riuscito a sfuggire agli stilemi comunemente correnti nel mondo della destra dalla quale proviene, per cui più che da un René Guénon che certamente conosce e apprezza, si è fatto condizionare dal lessico di Salvini e della Meloni, e allora gli adoratori del Dio Unico, per lui, usando un aggettivo laddove sarebbe d’uopo usare il sostantivo, non sono i musulmani, ma gli “islamici”, potenziali soldati di quel “terrorismo islamico”, che dovrebbe saperlo è un fenomeno con radici complesse ma che è comunque ultra-marginale in una religione che sfiora i due miliardi di fedeli.

E i musulmani, che per lui come per gli altri campioni di una destra purtroppo rimasta rozza e provinciale, sono “gli islamici”, sarebbero un pericolo per la nostra civiltà, al pari del relativismo morale e dell’immigrazione clandestina.

Davvero un peccato che sia scivolato parlando di Islam, in un’opera come si è detto nel complesso più che apprezzabile e condivisibile, sulla buccia di banana della banalità e del luogo comune.

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