L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

martedì 1 marzo 2022

A volte è importante mettere i puntini sulle i


1 MARZO 2022

La scelta della Turchia di bloccare il passaggio delle navi militari negli Stretti turchi era nell’aria da qualche giorno. L’Ucraina aveva chiesto ad Ankara di fare un passo in avanti nell’appoggio al blocco occidentale sfruttando la Convenzione di Montreux, che permette al governo turco di chiudere il passaggio per il Mar Nero alle navi militari. E dopo alcuni tentennamenti, è arrivato l’ok di Recep Tayyip Erdogan, che ha tenuto a precisare l’applicazione pedissequa delle clausole di Montreux.

La scelta delle parole in questo caso è molto importante perché svela la reale natura diplomatica della mossa turca. Bloccare il Bosforo e i Dardanelli, che è comunque una scelta di campo importante, è in realtà un gesto che, almeno in questa fase, appare più formale che sostanziale. E a confermarlo sono proprio i termini della convenzione che dà alla Turchia il potere di “bloccare” gli stretti che dividono Asia ed Europa.

Innanzitutto, una premessa d’obbligo. La Convenzione di Montreux, una delle principali operazione diplomatiche di Ataturk, nasce da una condivisione dei rischi proprio tra Turchia e Russia (al tempo Unione Sovietica). La sua logica è proprio quella di evitare che il Mar Nero diventi un luogo in cui si combattono guerre dall’esterno, rendendo di fatto quel mare non più una sorta di “lago” russo-turco. L’applicazione della Convenzione quindi, se è vero che può essere letta come una mossa antirussa, si rivela fondamentalmente una scelta proprio che rassicuri sull’assenza di escalation nel Mar Nero. Cosa che in questo momento garantisce proprio Mosca, oltre che Ankara (e in parte Kiev). Sul punto, ci torneremo.

In punta di diritto, quello che la Turchia può applicare in questa fase è l’articolo 19 della Convenzione. Questa norma prevede che, quando la Turchia non è una delle parti belligeranti, le navi militari degli Stati in guerra non possano passare attraverso gli stretti se Ankara decide il blocco. Ma a questo, si deve aggiungere una clausola della stessa Convenzione che è stata ribadita dallo stesso ministro degli Esteri turco, Mevut Cavusoglu: “Le navi da guerra delle Potenze belligeranti rivierasche o no del Mar Nero, separate dalle loro basi, sono autorizzate a raggiungere tali basi”. Cosa che di fatto lascerebbe pieno diritto alle navi russe di rientrare nelle basi del Mar Nero, mentre renderebbe impossibile alle navi Nato di passare attraverso Dardanelli e Bosforo. Il ministro turco ha precisato che la clausola comunque non autorizza l’uso in guerra di quelle navi che rientrano nelle basi, ma intanto non bloccherebbe il passaggio.

Le cose cambierebbero se la Turchia si sentisse direttamente minacciata dalla guerra o se fosse parte belligerante, perché in questo caso la Convenzione fornisce ad Ankara il diritto di bloccare qualsiasi accesso alle navi delle altre potenze. In questo caso di applicherebbero gli articoli successivi, specialmente il 21.

Tuttavia, pur aumentando il livello dello scontro e pur parlando direttamente di “guerra” e di “invasione” – definizioni che Erdogan in un primo momento aveva evitato – per adesso non sembrano esserci i presupposti dell’applicazione di questa seconda parte di articoli. Sicuramente più netti e che potrebbero sì dare un quadro più inquietante della sfida tra Nato e Russia.

Dalle forme alla sostanza, cosa cambia oggi con la scelta della Turchia di “bloccare” il passaggio di Dardanelli e Bosforo? Dal punto di vista bellico, cambia poco. Perché Montreux congela lo status quo e non indica in alcun modo che questo incida per esempio sui mercantili. Innanzitutto perché si rivolge a tutte le parti belligeranti e non: quindi, oltre a fermare la Marina russa, blocca qualsiasi nave Nato e eventualmente anche possibili unità ucraine (ipotesi che comunque non sembra poter avverarsi visto che non c’erano navi ucraina al di fuori di quelle nei porti del Mar d’Azov e del Mar Nero). In una fase in cui la flotta russa è da settimane nel Mar Nero con il grosso delle forze, entrate in quello specchio d’acqua per “esercitazioni” senza che nessuno potesse bloccarle, chiudere ora l’accesso alle unità di Mosca appare fondamentalmente una mossa più tesa a dare un’immagine della Turchia come attore importante che valida per modifica le carte in tavola. Da settimane si segnalano passaggi di navi russe tra Dardanelli e Bosforo, e sembra abbastanza difficile credere che al Cremlino non abbiano riflettuto sulle ipotesi di possibili scelte turche legate anche alle pressioni Nato. Tanto è vero che sono già arrivate navi d’assalto anfibio e un sottomarino.

Dal punto di vista turco poi, ribadire l’applicazione di Montreux significa anche inviare diversi messaggi sul fronte interno. I media turchi da tempo hanno sposato una linea di condanna nei confronti dell’attacco russo all’Ucraina. E anche Erdogan, che con Kiev ha sempre mantenuto ottimi rapporti, questa volta non ha lesinato forti critiche nei confronti del suo (strano) alleato Vladimir Putin. Il gioco di Ankara resta quello della mediazione con voglia di essere considerati protagonisti. L’applicazione della Convenzione è un segnale di questo approccio, confermato dalle parole dello stesso presidente turco: “Ucraina e Russia sono due Paesi amici e non abbiamo intenzione di rinunciare né a uno né all’altro. Sin dall’inizio ci siamo sforzati in tutte le maniere di favorire il dialogo e la diplomazia, purtroppo però il 24 febbraio le nostre paure si sono concretizzate. Il risultato anche dell’indecisione mostrata da Europa e Occidente”. Non proprio una dichiarazione di intenti contro il Cremlino, ma un messaggio molto profondo sull’idea geopolitica della Sublime Porta.

D’altro canto, volere ribadire l’importanza proprio di quell’accordo è un segnale che serve a rassicurare quel segmento di nazionalisti legati al mito di Ataturk e che non vogliono che Ankara faccia troppi passi in direzione occidentale. Montreux, ribadiva per esempio l’ammiraglio Cem Gurdeniz e altri ammiragli nella lettera con cui furono accusati di “golpe”, è “la più grande vittoria diplomatica che aveva completato il Trattato di pace di Losanna” del 1923. Un’assicurazione ma anche una stella polare per chiunque governi la Turchia, secondo i più ferrei sostenitori della linea di Mustafa Kemal. Va ricordato che fu proprio l’ipotesi di ritirarsi da Montreux in caso di completamente di Canal Istanbul, cioè il canale artificiale che doppierebbe il Bosforo in Tracia, ad allarmare i nazionalisti laici e i seguaci di “Mavi Vatan”, la dottrina della Patria Blu che ha segnato l’inizio dell’era marittima della Turchia. Ribadire l’importanza di un patto considerato sacro dal mondo della Marina e dei nazionalisti serve anche a ricordare che Erdogan e il suo governo non dimenticano fondamenti politici e diplomatici essenziali.

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