L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

lunedì 28 marzo 2022

Al nostro sfugge che sono le materie prime che dettano le regole, siamo in un'altra era. Per quanto riguarda l'Italia con Draghi, che ci deve svendere, con Euroimbecilandia, che di vuole smembrare, questo è anche una delle finalità del Progetto Criminale dell'Euro abbiamo poche possibilità di barcamenarci a meno che con un sussulto non cambiamo questo ceto politico, questa classe dirigente. Ma anche queste sono fatiche di Sisifo

Riportare produzione e filiere in Occidente: unica risposta alla sfida di Cina e Russia

 28 Mar 2022, 03:45


Riceviamo e volentieri pubblichiamo questo intervento dell’on. Antonio Zennaro, deputato della Lega

L’Occidente deve far ritornare le fabbriche e le catene produttive, se vuole veramente essere forte nel nuovo contesto internazionale

Sono giorni convulsi a livello geopolitico e diplomatico, l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia di Putin ha messo in moto tutta una serie di riposizionamenti tra le nazioni, ancora difficili da decifrare pienamente.

L’Europa ha fatto quadrato sulla linea di Biden e della Nato e si prepara a ogni possibile scenario, anche se pare quasi inesistente l’analisi sul perché Putin abbia scelto proprio questo momento storico per dare il via alla sua invasione dell’Ucraina.

Gran parte dell’intellighentsia di sinistra ha semplificato il tutto etichettando il presidente russo come “folle e sprovveduto, nazionalista”, e interpretando ogni sua scelta come irrazionale e illogica, poco si è indagato invece sulle reali intenzioni del leader del Cremlino. La strategia dell’Occidente sembrerebbe quella di insabbiare il contingente russo in battaglie quartiere per quartiere grazie alla grande determinazione della resistenza ucraina, rifornita del materiale bellico Nato, proseguire nella escalation di sanzioni economiche contro Mosca e sperare in un regime change da parte dello Stato profondo russo, con l’appoggio degli oligarchi.

Nel frattempo, le principali élite occidentali, come se non fosse cambiato nulla nello scenario internazionale, portano avanti un’agenda fatta di conversione green, lotta alla proprietà privata ed economie basate sui servizi, soprattutto tecnologici, a danno dei complessi industriali ad alto consumo energetico e importante impiego di manodopera.

A livello diplomatico si parla di nuova “cortina di ferro”, come fossimo negli anni ’80, ma, ahimè, queste analisi hanno delle grandi lacune. Tralasciamo per un attimo l’opzione “pazzia” di Putin: con molta probabilità l’invasione dell’Ucraina era stata pianificata con largo anticipo, così come la risposta alle sanzioni occidentali prevista in vari scenari (qualcuno li definirebbe scacchisti e con molta probabilità una “teorica dei giochi” sul campo economico).

È ragionevole pensare che Putin abbia deciso di attuare questa “operazione militare” proprio in un momento storico in cui l’Occidente, e soprattutto l’Europa, si è dimostrato debole sotto molti punti di vista: la gestione della pandemia che ha fortemente debilitato sistemi economici e sanitari, incattivendo ampi strati della popolazione; l’esposizione di gran parte dell’industria europea a catene produttive e di approvvigionamento in Paesi dell’Oriente, in primis la Cina, ma anche l’Europa dell’Est. Se poi consideriamo la gestione del dossier Afghanistan da parte dell’amministrazione Biden, possiamo ben capire perché il Cremlino ha scelto questo momento.

La sinistra occidentale (attualmente quella che detiene il potere nella maggioranza dei Paesi) pensa di rispondere alle contromosse russe in ambito economico con più socialismo, risposte “ideologiche” del tipo “abbassiamo il termostato”, “l’emergenza cibo sarà reale”, “non possiederai nulla e sarai felice”, insomma con una grande operazione di propaganda per coinvolgere l’opinione pubblica nella lotta verso la “nuova cortina di ferro”.

Ma questa strategia presenta dei grandi limiti e non può che fallire. Oggi, a differenza degli anni 80’, gran parte delle catene produttive delle aziende occidentali sono dislocate tra oriente e Paesi Brics, che sembrano avere un atteggiamento ondivago ed equidistante nella vicenda della guerra in Ucraina. Sul perché ci troviamo così esposti verso l’estero dobbiamo “ringraziare” i globalizzatori alla Prodi, che nel corso dei decenni hanno favorito lo spostamento delle fabbriche fuori dall’Europa ed ora vanno a pontificare in televisione, dicendo che siamo troppo dipendenti dall’estero.

Se si vuole dare realmente una risposta efficace di medio-lungo termine all’aggressione russa, che non è altro che la volontà di creare un nuovo ordine multipolare in cui la Cina diventi il primo fulcro economico mondiale, sostituendo gli Usa, serve una risposta forte sotto il profilo economico. Ovvero tutto il contrario di quello che ci hanno propagandato per anni: bisogna ritornare a produrre in Europa, lavorare per strategie di sovranità energetica (tipo il nucleare) e con grandi investimenti, per permettere alle imprese di difendere posti di lavoro e garantire così la pace sociale. Potremmo traslare il vecchio detto economia forte uguale governo forte, con Occidente forte uguale pace duratura. E nei prossimi anni ne avremo un gran bisogno.

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