L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

sabato 26 marzo 2022

Alla Nostra gli sfuggono due piccoli particolari. 1) La Turchia non ha sanzionato e ha comprato gli S-400 dalla Russia, questo per quanto riguarda il compattamento della Nato 2) l'Ungheria si è spostata su un terreno neutrale , anch'essa non ha sanzionato la Russia, riguardo ad Euroimbecilandia. Questo denota nella Nostra superficialità e adesione ideologica al volere del clero del clero televisivo, del Circo mediatico che risponde direttamente a Washington




25 MARZO 2022

Un effetto collaterale che Vladimir Putin non poteva prevedere, presumendo di seminare zizzania in Europa come nel Patto Atlantico, è quello di aver svegliato la Nato dalla morte cerebrale da cui era affetta da lungo tempo. Nessuno, ad oggi, dopo un mese di conflitto in Ucraina, può predire quale sarà il destino dell’Organizzazione, certamente però, per ritrovare una reazione così compatta dobbiamo tornare indietro con la memoria al lontano 2001, in seguito all’attacco alle Torri Gemelle. Di fronte allo scoppio del conflitto, l’Alleanza non sembra procedere in ordine sparso, tantomeno l’Europa, come spesso è accaduto su altre questioni.
Joe Biden tratta gli europei da “adulti”

Il primo tratto da cogliere riguarda una decisa svolta nel rapporto tra Stati Uniti ed Europa. Questa volta, la Casa Bianca pare trattare l’Europa da “maggiorenne”, lasciando fare, senza sposare la linea dura e andare avanti in solitaria. Questo atteggiamento è legato a due questioni fondamentali: la prima di opportunità, la seconda di forma. Nel primo caso è chiaro, avendolo ribadito più volte, che gli Stati Uniti di Biden non sarebbero intervenuti nel conflitto: sì all’invio di armi all’Ucraina ma assolutamente da escludere la chiusura dei cieli. Washington non ha nessuna intenzione, tantomeno interesse, a combattere una guerra in Europa, avendo spostato le proprie priorità militari altrove (l’Indopacifico). La seconda ragione riguarda la forma, in particolare l’atteggiamento da intrattenere con gli Europei: l’Europa deve decidere per prima perché il conflitto è in Europa, minaccia la stabilità territoriale del continente: non è, per intenderci, un 11 settembre. Si cede, dunque, il passo, ma accompagnando le mosse. L’ombrello atlantico, ora, si sorregge in due.

L’Europa unita

L’Europa coesa è la novità di questo conflitto. Coesione su un aspetto delicato come la Difesa e la sicurezza collettiva che vanno a sfiorare quanto di più sacro gli Stati possiedono: la sovranità. Il refrain, in voga fino allo scoppio della crisi, era che un Europa autonoma nella Difesa avrebbe spaccato la Nato, o peggio ancora ne avrebbe suonato il Requiem. Così come erano in molti a scommettere che un aspetto così elefantiaco come la sicurezza, che implica questioni di budget, rompe tabù (si veda il riarmo tedesco), richiede concertazione giuridica oltre che predisposizione diplomatica, sarebbe andato incontro all’ennesimo fallimento. Nessuno dimentica in Europa il destino della Ced, la Comunità Europea di Difesa che andò in fumo nel 1954 per via delle resistenze francesi nonostante gli strenui incitamenti da parte dell’amministrazione Eisenhower per la costruzione di un pilastro difensivo europeo libero da vincoli, che integrasse il carattere atlantico della Nato. Nei decenni a venire il progetto di un esercito europeo avrebbe mancato l’obiettivo più volte. Almeno fino a un mese fa.

Il conflitto in Ucraina ha permesso di superare resistenze, pudori e torpori incanalandoli verso ciò che in queste ore abbiamo imparato a conoscere come “bussola strategica” o strategic compass, “un piano d’azione ambizioso per una maggiore sicurezza e difesa dell’Ue per il prossimo decennio”, come lo ha definito l’Alto rappresentante Ue per la politica estera, Josep Borrell. Nel momento del ritorno delle bombe in Europa, il Consiglio Ue ha approvato un piano strategico di difesa fino al 2030, che prevede una capacità di intervento rapido di 5mila unità. Un salto di qualità in avanti: proposte concrete e attuabili, una road map precisa che “insegni” all’Europa come rispondere alle crisi. Agire, investire, collaborare e proteggere saranno i nuovi quattro pilastri che, in una sorta di continuità ideologica, andranno a sostituire i tre del vecchio tempio europeo, pur in assenza di una politica estera comune, che ancora tarda a venire.

Scandinavia, Paesi baltici e orientali: il perno della Difesa europea

Il ricompattamento riguarda soprattutto l’est e i Paesi baltici. I latecomer del processo europeo e atlantico hanno immediatamente ribadito la propria appartenenza militare, ma anche politica e culturale al sistema occidentale. Tallin, Riga e Vilnius sono state smosse da manifestazioni di piazza considerate come le più grandi dai tempi dei moti per l’indipendenza dall’Urss e a sostegno dell’Ucraina. Il sostegno emozionale delle piazze è corrisposto alla fermezza dei vertici politici che si sono da subito dichiarati in comunione di intenti con l’Europa. Stessa cosa dicasi con i Paesi dell’est Europa, che scontano il pregiudizio di essere il fanalino di coda del processo comunitario nonché democrazie incompiute (aka democrature). Eppure, oggi, quei Paesi sono il bastione di difesa europeo e Nato ad est: già agli inizi di febbraio gli Stati Uniti avevano incrementato il contingente in Polonia e in Romania di tremila unità. Agli inizi di febbraio, infatti, Joe Biden aveva formalmente approvato la decisione di inviare truppe supplementari nell’Europa dell’est per rinforzare il fianco orientale della Nato in caso di invasione russa dell’Ucraina. Mille soldati spostati dalla Germania alla Romania e duemila dagli Stati Uniti in Europa, chiarendo che le forze Usa non avrebbero combattuto in Ucraina, ma avrebbero assicurato la difesa degli alleati. Stessa cosa dicasi per le nazioni scandinave, altro perno futuro della Nato e della difesa europea: il progetto è quello, infatti, di creare un potente bastione militare fra Mar Nero e Mar Baltico che si allarghi fino a comprendere l’Artico.

La “benedizione” di Biden a Bruxelles

L’atteggiamento americano è fondamentale in questi passaggi. L’arrivo, tanto atteso, di Biden in Europa giunge al momento giusto. Sufficientemente tardi, perché non sembri una dichiarazione di guerra a Mosca; abbastanza in tempo, per procedere assieme all’Europa: si tratta di un passo di lato e di una “benedizione” al sistema tripartito Usa-Ue-Nato. E gli effetti del compattamento si notano anche nei sottintesi e nei gesti: la stretta di mano tra il presidente americano Joe Biden e il presidente turco Recep Tayyip Erdogan al vertice straordinario della Nato dice molto. La pecora nera dell’Alleanza non viene più additata per il suo cerchiobottismo: torna ad essere un cuscinetto fondamentale-la ragione per cui Ankara venne accolta nel Patto Atlantico nel 1952. La questione degli S-400? Un peccatuccio sul quale soprassedere, a patto di una saggia mediazione per la quale Erdogan si propone e ri-propone, tentando di ripulire la propria immagine.

“La cosa che Putin sta cercando di fare fin dall’inizio, come avvertivo da quando ero vice presidente degli Usa, è dividere la Nato per affrontare trenta Paesi indipendenti”, ha tuonato Joe Biden, al suo arrivo al Consiglio europeo.

È accaduto esattamente il contrario.

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