L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

venerdì 25 marzo 2022

Che pena! Il clero televisivo, il Circo mediatico disinforma consapevolmente di disinformare. Mosca ha aperto le danze e ora le materie prime dettano il ritmo del ballo

SPY FINANZA/ Le scomode verità sullo scontro tra Ue e Russia
Pubblicazione: 25.03.2022 - Mauro Bottarelli
Nonostante quanto viene riportato da alcuni media, la Russia non rischia il default imminente e Putin non sembra essere affatto alle corde

Pixabay

Dunque, il giornale edito da quello che fino a qualche tempo fa si faceva vanto di ospitare nel lettone di Palazzo Grazioli lo stesso Vladimir Putin che oggi finge non conoscere, ieri ha toccato vertici che forse nemmeno La Stampa con la sua prima pagina edita dal Dipartimento di Stato aveva raggiunto. Titolo a nove colonne: Putin perde i pezzi. Prima riga del catenaccio: Fuga dallo zar: se ne va l’ex vice-premier e la banchiera statale si dimette. Praticamente, il Bounty. Traduzione nella realtà. L’unico ad aver mollato è Anatoly Chubais, talmente strategico nell’entourage di Putin da essere relegato al ruolo di inviato speciale per il clima. Praticamente, una barzelletta con le gambe, stante lo status della Russia di colosso economico delle fonti energetiche fossili. Insomma, il giornale dell’uomo che ospitava Putin nel lettone apre la sua edizione con titolo a nove colonne per dirci che un esponente politico russo il cui peso nel sistema di potere di Putin è pari a quello di un vegano in una macelleria, se ne è andato. Geniale.

E la banchiera centrale, davvero la bravissima Elvira Nabiullina, una che non a caso alla panzana dell’inflazione transitoria non ci aveva mai creduto e aveva cominciato ad alzare i tassi con largo anticipo, ha scaricato lo Zar nel momento più delicato? Tranquilli, è saldissima al suo posto. L’unica voce al riguardo sarebbe relativa a un rumors di Bloomberg rispetto una sua comunicazione verso Vladimir Putin di non intenzione di accettare il terzo mandato che il Presidente russo intendeva invece affidarle. Un po’ diverso rispetto a chi vi vende il suo abbandono de facto per contrarietà all'operazione militare in Ucraina, non vi pare? Ma il meglio – si fa per dire – deve ancora venire con la seconda parte del catenaccio: La mossa disperata: “Pagate il gas in rubli”. E schizza il prezzo. Ora, già il fatto che le valutazioni del Dutch ad Amsterdam siano salite del 30% intraday dimostra che forse tanto disperata quella mossa non è. Tanto più che è stata recapitata con timing a dir poco sgradevole per l’Europa: alla vigilia del vertice di ieri nel quale si doveva discutere di implementazione delle sanzioni e, appunto, di risposte comuni sul fronte energetico. Ecco il regalino del Cremlino. Il quale è arrivato in un contesto che il giornale dell’ex fornitore di lettone a Putin pare non contemplare nelle sue illuminate cronache: la Russia ha appena pagato nuove cedole obbligazionarie in scadenza, puntuale. E ormai il grace period che si è garantita arriva comodamente a giugno: insomma, come vi dico fin dall’inizio, chi attende il default russo come la mossa provvidenziale per togliersi dalle scatole Vladimir Putin, rischia un’attesa infinita e quasi beckettiana.

E la Borsa di Mosca? Ieri ha riaperto: a mezzogiorno segnava +5,49%. Forse qualcuno sta violando le sanzioni e comprando con il badile titoli russi strategici a ottimo prezzo, visto che in contrattazione erano tornati anche pezzi da novanta come Gazprom? Secondo, ancor prima della comunicazione relativa alla mossa sul pagamento in rubli, la valuta russa era risalita e non poco: dai 140 per dollaro dell’8 marzo, nella mattinata di mercoledì segnava attorno a 100. Senza alcuna mossa da parte di Mosca, essendo la Banca centrale russa vincolata dal congelamento delle riserve. Insomma, nessuna possibilità di opzione turca per sostenere la valuta. Semplicemente, il mercato prezza la realtà. Il giornale del fornitore di lettone pubblica invece come notizie quelli che sono meramente i suoi auspici. E la realtà è che la Russia non farà affatto default come nel 1998. E, anzi, finché l’Europa non troverà un’alternativa reale e credibile per il suo approvvigionamento, Mosca resterà con il coltello saldamente dalla parte del manico.

E se il taglio del cordone ombelicale con lo Zar fino alla scorsa settimana veniva millantato entro la fine di quest’anno, già prima del vertice di ieri i cosiddetti esperti europei cominciavano a mettere le mani avanti: per una reale indipendenza dalla Russia serviranno tre anni. E nel frattempo, come si fa? Per scaldarsi si può ovviamente bruciare il giornale edito da quello che prestava il lettone a Vladimir Putin, ma le fabbriche e le industrie come fanno? D’altronde, quella del Cremlino è una mossa disperata. Davvero? Al di là della mera questione legata ai costi del gas, la scelta russa assume una triplice valenza.

Primo, mostrare all'Occidente e alle sue Banche centrali, impegnate in un’operazione di stamperia a ciclo continuo, quale sia l’alternativa che potrebbero dover fronteggiare da ora in poi. Ovvero, un gas-backed ruble, un rublo legato a una commodity strategica e non a un piano di Qe che stampa dal nulla schiacciando tasti di creazione elettronica. Insomma, se l’opzione turca di mettere mano alle riserve per tamponare la caduta libera della valuta locale è stata bloccata dalle sanzioni e dal congelamento degli assets della Banca centrale russa, Mosca bypassa il problema. Creando domanda di rubli. E non artificiale, bensì drammaticamente concreta. Come mostrano plasticamente le bollette di famiglie e imprese e i continui interventi dei governi per tamponarne l’impatto su potere d’acquisto e redditi.

Secondo, inviare un segnale di resilienza finanziaria. Poiché imporre il pagamento in rubli presuppone – almeno a livello teorico e di messaggio politico – il mettere in secondo piano la necessità di valuta straniera per pagare le importazioni: chi vuole il gas deve comprare rubli. E garantirne in maniera plateale il rafforzamento nel cambio. Nemmeno a dirlo, una mossa con pesantissima valenza propagandistica interna.

Terzo, spingere appunto l’Ue a un’accelerazione nei conti con la realtà. Se infatti in un primo tempo le autorità di Bruxelles avanzavano ottimistiche previsioni di affrancamento dalla dipendenza energetica entro fino 2022, già oggi si parla appunto di almeno 3 anni per un’indipendenza sostenibile da Mosca. E come mostrato dallo studio di Wood Mackenzie di cui vi ho parlato martedì, se oggi l’Europa può contare su riserve di gas sufficienti per superare l’estate è solo perché Gazprom finora ha continuato a garantire forniture. Di più, ancora due settimane di flussi come quelli garantiti fino a metà marzo e l’Ue e il Regno Unito potranno vantare stoccaggi per 27 miliardi metri cubi, in linea con la media a 5 anni.

Davvero Bruxelles ha in mano un’alternativa valida al gas russo oppure naviga a vista, fra Qatar, Algeria e Israele? Se i Paesi dell’Unione dovessero cedere al ricatto e pagare in rubli, chiaramente la disfatta sarebbe doppia. Svelare da un lato appunto il bluff sullo stop alla dipendenza dalla Russia e trovarsi nella sgradevole posizione di imporre sanzioni spacciate per bazooka ma ridotte a mera pistola ad acqua, proprio dall'apprezzamento della divisa russa grazie alla domanda europea. Infine, la mossa del cavallo verso le Banche centrali occidentali: un eventuale no al pagamento in rubli, dove spedirebbe il costo del gas e quindi il peso dell’energia nel computo di un’inflazione già alle stelle? Vi pare una mossa disperata quella del Cremlino? O appare piuttosto decisamente strategica, pur non potendolo ammettere?

Io capisco che esiste un ordine di scuderia a livello pressoché totale nel mondo dei media, il quale impone la negazione della realtà e la trasposizione in cronaca di ciò che è unicamente wishful thinking. Ma attenzione, perché mentre qualcuno spacciava per eclatante defezione l’addio di un signor nessuno come Anatoly Chubais, l’ex Presidente russo Dmitry Medvedev, oggi numero due del Consiglio nazionale di sicurezza, avvisava tutti rispetto a una piega che con il passare delle ore diveniva sempre più evidente e sempre meno accettabile per Mosca:« La Russia è stata bersaglio di un mediocre e primitivo gioco occidentale fin dalla caduta dell’Unione Sovietica. Questo significa che per qualcuno la Russia deve essere umiliata, limitata, scossa, divisa e distrutta». A stretto giro di posta, ecco lo scenario prospettato – in caso di collasso totale della via diplomatica – da uno dei più ascoltati consiglieri di Vladimir Putin, Vladimir Soloviev, in un’intervista alla tv pubblica russa: «Attacco nucleare contro l’Ue, invasione di Polonia e Lituania e creazione di un collegamento permanente dalla Bielorussia fino a Kaliningrad».

Se proprio occorre spararle grosse, forse è meglio riportare ciò che viene realmente detto. Per quanto distopico e apocalittico. E non trasformare l’addio dell’inviato speciale per il Clima di una superpotenza esportatrice di petrolio e gas nella versione 2.0 delle Idi di marzo. Ma si sa, questa è la stessa gente che vuole appendere Putin a testa in giù perché è un despota che reprime le libertà e contemporaneamente fa delazione e lobbying per la cancellazione del contratto di collaborazione del professor Ordini con Cartabianca. Ipocriti con l’elmetto. Chissà se dopo le parole del Papa di ieri sulla scelta di portare la spesa militare al 2% del Pil, anche oggi avranno il cattivo gusto di arruolare il Santo Padre nel plotone dei guerrafondai per conto terzi?

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