L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

martedì 8 marzo 2022

Con questi partiti parlare dell'Italia come potenza economica è dare un calcio alla realtà

La guerra in Ucraina impone un cambio di paradigma: uscire dal “green” e dal globalismo

di Atlantico Quotidiano, in Economia, Quotidiano, del 8 Mar 2022, 03:48


Riceviamo e volentieri pubblichiamo questo intervento dell’on. Antonio Zennaro, deputato della Lega

Si è chiusa una settimana nera per i mercati finanziari, soprattutto europei, con l’indice FTSE-MIB della Borsa di Milano che ha ceduto oltre l’11 per cento. Il motivo di questo sell-off generalizzato è la grande incertezza generata dalla guerra in Ucraina, con aumenti record nelle materie prime, con petrolio, gas, carbone, uranio, alluminio, nickel, frumento, mais, saliti a livelli record.

In questo difficilissimo contesto, sia geopolitico che economico-finanziario, la Commissione Finanze della Camera è stata impegnata in un estenuante braccio di ferro sulla “riforma del catasto”. Il centrodestra, in primis con la Lega, aveva chiesto lo stralcio del famoso articolo 6 della legge delega di riforma fiscale, ma su di esso calava un pesantissimo diktat della sottosegretaria Guerra, che aveva minacciato su questo punto la crisi di governo, seguendo la volontà delle sinistre di procedere con una riforma che, secondo autorevoli esperti, farà in sostanza da apripista ad una mini-patrimoniale sulla casa. Il tutto si è concluso con una votazione che ha visto le istanze del centrodestra battute per un voto, quello del centrista Colucci, che ha così impedito lo stralcio della riforma, andando a soddisfare la volontà di chi vuole tassare le proprietà degli italiani. Aldilà degli aspetti grotteschi di un governo che minaccia il Parlamento, laddove dovrebbe essere il Parlamento stesso a definire “il perimetro” politico di una legge delega, è emersa, in tutta la sua plasticità, la furia tassatrice di una sinistra (che comprende anche i grillini che tanto si erano battuti in campagna elettorale contro ogni tipo di tassa sulla casa) che vede nella piccola proprietà privata un qualcosa da limitare e su cui accanirsi.

Tuttavia, il contesto internazionale ed il “game changer” della guerra in Ucraina impongono un nuovo tipo di agenda, rendendo immediatamente “obsoleta” quella della sinistra internazionale, fatta di un globalismo stantio, rinvigorito negli ultimi anni dal mantra del green e della riconversione energetica. La stessa risposta economica che certi “opinionisti” o “economisti” vorrebbero dare alla Russia, come abbassare il termostato (Fubini del Corriere) per fermare Putin o boicottare i prodotti cinesi per far schierare la Cina (Tito Boeri), danno il senso dello smarrimento di una certa intellighenzia sinistra. Prima metteremo in soffitta i dogmi del Green New Deal o delle norme “anti-aiuti di Stato”, anche a livello europeo, e prima potremo definire una strategia per rispondere alle nuove sfide e minacce geopolitiche.

Serve un’Europa più connessa agli Stati Uniti, più autonoma nell’approvvigionamento energetico, alimentare e delle catene produttive. L’avevamo già visto durante la fase più acuta dell’emergenza Covid, con la difficoltà di recuperare mascherine, respiratori e medicinali; ma si è preferito far finta di niente e solo al Mise si sono mossi per favorire operazioni di reshoring, che però l’attuale normativa europea rende troppo difficili ed onerose. Ora anche dal mondo economico italiano si moltiplicano le voci e la necessità del ritorno ad una produzione nazionale, Luigi Scordamaglia di Filiera Italiana denuncia il troppo sbilanciamento della nostra industria agroalimentare verso la Cina, con la necessità di una e vera propria “sovranità alimentare”.

Ora dovrà essere bravo tutto il centrodestra ad intercettare il nuovo “Zeitgeist”, anche quell’ala più centrista, che oramai (vedi il caso Lupi sul catasto) sembra totalmente orientata verso una sudditanza verso il Pd nelle scelte economiche (e non solo). Consideriamo pure che abbiamo un economista come presidente del Consiglio, con la capacità e lo standing per “accompagnare” la stessa sinistra verso una necessaria maggiore “sovranità economica”.

L’alternativa? Fra massimo 12 mesi si ritornerà al voto e questa sfida storica dovrà essere fatta comprendere a quel 41 per cento di indecisi che al momento sembrano orientati verso il non voto. Nei prossimi mesi si deciderà il destino dell’Italia come potenza economica.

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