L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

lunedì 28 marzo 2022

Da quando Mancini ha iniziato a fare pubblicità per i farmaci sperimentali con modificazioni genetiche, gli azzurri hanno iniziato il declino

Il brusco risveglio di Mario Draghi e Roberto Mancini: Italia dalle stelle alle stalle


Carlantonio Solimene 26 marzo 2022

Simul stabunt, simul cadent. Ecco, magari non andrà proprio così. Magari non cadrà né l'uno né l'altro o non lo faranno insieme. Ma è inevitabile tracciare un parallelo tra i destini di Roberto Mancini e Mario Draghi. E, più in generale, con la parabola crudele di un Paese che, per qualche mese, si era sentito davvero diverso, migliore, cool, rinato.

Persino il Financial Times, mai tenero con l’Italia, si era spinto a definirci modello per il mondo. Non tanto - o non solo - per i successi sportivi. Ma anche per la capacità di rialzarsi dal dramma del Covid affidandosi all’autorevolezza del concittadino migliore, promettendo riforme e apprestandosi, per una volta, persino a realizzarle.

Sembra passato un secolo, era un anno fa. L’Italia del Mancio dava una lezione di calcio agli inglesi in casa loro. Marcell Jacobs era l’uomo più veloce del mondo. I Maneskin vincevano l’Eurovision e andavano alla conquista degli Usa. La campagna vaccinale volava e ci permetteva di vivere un’estate (quasi) normale. Il Pil italiano cresceva più di quello tedesco. Angela Merkel diceva di invidiarci.

Ora ci accorgiamo che non era un miracolo duraturo ma solo un sogno. Un sogno dolcissimo di una notte di piena estate. La nazionale di calcio è tornata un'«Italietta» che fa rimpiangere quella scalcinata di Ventura. L'economia rallenta sotto il peso dell'inflazione e ci si accorge che anche il tanto celebrato Recovery Plan più che un aiuto è una palla al piede. Gli autotrasportatori incrociano le braccia contro il caro benzina. La guerra ci restituisce la politica dei dispettucci e le minacce di crisi di governo.

In mezzo a tutto questo, loro due: Draghi e Mancini. Entrambi reduci da successi in casa (la guida di Bankitalia per il primo, gli scudetti all'Inter per il secondo) e da trionfi all'estero (il «whatever it takes» di Supermario, la premier vinta con il City per il ct).

Entrambi chiamati al capezzale di un'Italia disastrata. Dal Covid, quella reale. Dalla mancata qualificazione ai Mondiali del 2018 quella del calcio. Entrambi capaci di restituire l'orgoglio al Paese, il record della crescita per il premier (e pazienza se era in gran parte dovuto al tonfo dell'anno prima) e l'apoteosi di Wembley per il Mancio. È stato bello finché è durato. Certo, sarebbe stato meglio fosse durato di più.

Oggi, a distanza di otto mesi da quell'indimenticabile vittoria, si può persino trovare una traccia dell'inizio della caduta quando l'ascesa era arrivata al punto più alto. Dodici luglio 2021. Il prefetto vuole vietare alla Nazionale la sfilata in bus scoperto per le vie di Roma. Il capitano Bonucci si impunta. «Se non ce lo fate fare, salta l'incontro con Draghi». Là dove non avrebbero potuto le ferree norme anti-Covid, potè la vanità dei protagonisti. E così, per salvare una «photo opportunity», tornò all'improvviso l'Italia dello strappo alla regola, del «chissenefrega» della legge, dell'«io so' io e voi non siete un...».

Da allora, da una parte e dall'altra, non se ne è più azzeccata una. La Nazionale di calcio si incartava tra pareggi deludenti, record interrotti e rigori sbagliati. Fino al patatrac con la Macedonia. E gli inglesi, presi in giro a luglio (il loro «it' s coming home» era diventato «it' s coming Rome») ora si vendicano perfidamente: «You' re staying home», restate a casa.

Il premier, dal canto suo, dopo la marcia senza macchia dei primi mesi si fissava con un green pass che scontentava tutti e neanche preveniva i contagi. Le file alle farmacie il 24 dicembre per i tamponi «pre-cenone» erano la foto migliore di un Paese che, di fronte alla minaccia Omicron, non sapeva bene che pesci prendere. Forse perché Supermario era più concentrato sul sogno Quirinale, ovviamente sfumato.

E allora: fu vera gloria o solo un enorme abbaglio? Qualche giorno fa, in un'intervista al Corriere della sera, al mitico chitarrista del Rolling Stones, Keith Richards, è stato chiesto se i Maneskin, che avevano aperto il loro concerto di Las Vegas, rappresentassero il nuovo rock. Ha risposto candidamente: «Non vedo mai le band che aprono i nostri show, ma se fanno rock and roll, gli auguro buona fortuna». Ecco, forse il rinascimento italiano è stato questo: solo una favola ben raccontata. Un po' come Babbo Natale. Che non esiste, lo sappiamo. Ma è stato bello crederci, da bambini. Il punto è che poi ci si risveglia.

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