L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

domenica 27 marzo 2022

Draghi il vile affarista diventa un fedele servitore della guerra mentre l'Italia cade a pezzi e la distruzione del tessuto industriale continua senza sosta. Svegliamoci è una parte del suo mandato che viene svolto senza colpo ferire facendosi beffa di noi italiani attaccati alla televisione a berci la solita narrazione incrostata di melma putrida

SPY FINANZA/ La battaglia sulle sanzioni alla Russia che stiamo continuando a perdere
Pubblicazione: 26.03.2022 Ultimo aggiornamento: 08:05 - Mauro Bottarelli
Quella delle sanzioni appare una partita a tris in cui i due antagonisti si preoccupano unicamente di bloccare le mosse dell’avversario piuttosto che di vincere

Joe Biden e Mario Draghi all'ultimo G7 (LaPresse, 2021)

Proviamo a grattare via un po’ di ideologia russofoba da quanto accaduto nelle ultime 48 ore. Primo, la Nato ha ribadito le sue minacce a vuoto: se infatti l’Alleanza ben si guarda da istituire una no-fly zone che comporterebbe in omaggio il rischio di uno scontro diretto con i Mig russi (Top gun è un classico, ma nella realtà si muore davvero), ecco che ora la moda del momento pare quella dell’attacco chimico. Forse per spostare un po’ l’attenzione dal vero motivo di riflessione al riguardo: l’appello dell’Oms alle autorità ucraine perché svuotino in fretta i loro bio-labs e le dure accuse cinesi agli Stati Uniti rispetto alle ricerche che ivi vengono condotte. E guarda caso, l’altro giorno fonti governative russe citate dall’agenzia Tass svelavano l’esistenza e l’ubicazione di ben 14 di quelle strutture su territorio ucraino.

Ovviamente, falsità e disinformazione. Per la verità, leggete La Stampa. In compenso, verranno forniti missili e droni armati all’Ucraina e rafforzati i contingenti Nato sui confini a Est: praticamente, un invito a Mosca per scatenare il casus belli. Ma attenzione, il tutto senza che gli Usa mettano a repentaglio la vita di un solo loro soldato.

Secondo, in sede Onu la Cina si è astenuta dalla mozione di condanna dell’azione militare russa. Di fatto, l’unica vera notizia. Perché mostra la reale impostazione di Pechino e, soprattutto, svela il carattere di pericolosità estrema della fase che stiamo vivendo. Se infatti la Cina si è chiamata fuori da un ruolo diretto di mediazione, è perché attualmente ritiene troppo alto il rischio di fallimento della stessa, stante l’abisso che divide le due parti. E le troppe agende parallele che le animano.

Terzo, prima ancora che il Consiglio Ue avesse inizio, Ungheria, Olanda, Belgio e Austria hanno bloccato sul nascere ogni ipotesi di ampliamento delle sanzioni al comparto energetico, ritenendole un boomerang inaccettabile per le proprie economie. Insomma, nel delirio generale c’è ancora qualcuno che si ricorda di essere stato eletto nel collegio di Vienna o Liegi o Budapest e non di Kiev o Mariupol.

Quarto, questo non perché occorra festeggiare il trionfo dell’egoismo di parte, quanto per mero amore di realismo. Le sanzioni, tolto l’impatto dei primi giorni, stanno facendo il solletico a Mosca. Semplicemente perché impostate ipocritamente più per evitare gli effetti collaterali che per garantirne l’efficacia. È come una partita a tris in cui i due antagonisti si preoccupino unicamente di bloccare le mosse dell’avversario, piuttosto che di vincere. Detto fatto, è bastato che Mosca comunicasse la decisione di non accettare più euro e dollari per il pagamento del proprio gas per far saltare il bluff. Mario Draghi, infatti, ha parlato con un malcelato nervosismo di violazione delle condizioni contrattuali: forse intende citare Mosca per danni? Vuole portare Putin a Forum dalla Palombelli? Perché non più tardi di dieci giorni fa, il nostro presidente del Consiglio operava in tandem con il ministro Di Maio in modalità commesso viaggiatore e sprizzava entusiasmo e ottimismo da ogni poro, rispetto alle alternative già presenti sul mercato al gas russo. Tutte sparite? Altrimenti non si spiega questo richiamo ai contratti: si rescinde e con enorme spocchia si elencano i nuovi fornitori, più democratici dell’impero del Male dello Zar. Come il Qatar ad esempio, dove le infrastrutture dei Mondiali sono costruite da veri e proprio schiavi in arrivo da mezza Africa con tratte da far impallidire il trasporto in catene di King Kong.

E il richiamo ai Campionati del mondo di calcio non è casuale: per chi crede nei simbolismi, la patetica uscita di scena di Mancini e soci potrebbe rappresentare la metafora perfetta anche per la fine della favola dei Migliori. Esattamente come quegli Europei vinti in qualche modo e con parecchio culo sacchiano, ora il Governo che doveva far tremare il mondo e prendere la guida dell’Europa non è neppure in grado di ricondurre alla disciplina atlantica quattro staterelli come Olanda, Belgio, Austria e Ungheria. Ma non è in grado o non vuole? O meglio ancora, forse non può permetterselo, stante proprio quell'abuso di autostima e mitomania da 6% del Pil che ora si scontra con la realtà? Perché i tecnici Ue sono stati chiari: prima di tre anni, la dipendenza energetica dalla Russia non può essere superata. E per favore evitiamo di pensare davvero che il gas naturale di Usa e Canada possa rappresentare un’alternativa: ricordate quando vi mostrai il giochino dell’arbitraggio sui prezzi con cui fondi e grandi trading houses energetiche fecero miliardi, tanto da ritenere conveniente far invertire la rotta alle navi cariche di LNG dirette in Asia? Ecco, ora pensate che quella dinamica diventi strutturale: quanto ci costerebbe quel gas rispetto a quello di Gazprom? Perché non pensiate che gli Stati Uniti ci garantiscano valutazioni di favore in nome della partnership atlantica. Al netto dei costi di trasporto e dei potenziali rischi di criticità sulla supply chain, magari un’altra ondata di Covid che blocchi i terminal.

In compenso, il Presidente del Comitato energetico nazionale russo, Pavel Zavalny, ha reso noto che «nei confronti dei Paesi amici come Cina e Turchia, le transazioni riguardanti il gas potranno essere effettuate in moneta locale come yuan e rubli. O, nel caso della Turchia, in lira o Bitcoin, se preferisce». Ma non basta: «Mentre i Paesi occidentali devono pagarci in hard currency, quindi o in una valuta che attualmente ci conviene come il rublo o anche in oro». Tradotto, o sostengono il cross della nostra moneta senza che noi si debba impazzire per eludere il congelamento delle riserve oppure attraverso oro fisico che noi metteremo a ulteriore garanzia del rublo, dopo averlo legato direttamente a una commodity come il gas. Gold standard di guerra gentilmente offerto dai nemici e alla faccia della minaccia di congelamento delle riserve auree già evocata da Washington. Come vi dicevo, una partita a tris dove tutti vogliono mettere subito la croce nel quadratino centrale.

Sarebbero questi i danni inferti dalle sanzioni all’economia russa? O forse lo spettro del default sulle cedole, di fatto rinviato a giugno per il sommarsi di grace periods? Perché continuare a non voler guardare in faccia la realtà e, apparentemente, cercare sempre di più lo scontro a livello militare? Cosa passa per la testa della Nato e, spiace dirlo, del nostro presidente del Consiglio, il cui grado di bellicismo comincia a stupire anche gli alleati di governo più naturalmente predisposti alla postura dello scendiletto? La situazione economica italiana, giorno dopo giorno, sta precipitando. Lo dicono gli stessi operatori, costretti a fare i conti con numeri che rendono totalmente improponibile produrre e restare sul mercato.

Forse in vista del 2023, qualcuno pensa di farsi candidare nel collegio di Kiev o Mariupol? Perché se la solidarietà è una bella cosa, altrettanto importante sarebbe ricordare il primo dovere di un politico: servire l’interesse del proprio Paese e il proprio popolo. Formula quest’ultima esplicitamente presente nel giuramento fatto da Mario Draghi e dai suoi ministri nelle mani del presidente della Repubblica, totalmente muto da quando è stato rieletto, nonostante sia capo delle Forze armate e presieda il Consiglio supremo di Difesa.

Noi, da almeno due settimane, stiamo lavorando solo per creare le condizioni di un salto nel vuoto e garantire fondi comunitari all’Ucraina e alla sua economia. Sono i fatti, messi in fila, a confermarlo.

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