L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

mercoledì 2 marzo 2022

Gli attacchi hanno risparmiato la maggioranza delle infrastrutture ucraine: centrali elettriche, acquedotti, snodi ferroviari e autostradali, ponti, non sono quasi mai stati colpiti in questa prima fase delle operazioni aeree. Anche gli aeroporti militari e civili non sono stati colpiti in modo sistematico, e quelli colpiti, spesso, hanno visto risparmiata la pista di decollo


2 MARZO 2022

Come da manuale, le operazioni di terra sono state precedute da una serie di attacchi dall’aria volti alla soppressione delle difese ucraine. Nelle prime ore del conflitto, missili da crociera e bombardamenti hanno colpito, a macchia di leopardo, aeroporti, porti, basi militari, postazioni radar fisse e mobili, postazioni di sistemi da difesa aerea, con un’evidente maggiore attenzione al settore geografico ad est del fiume Dnepr, a cui si aggiunge l’area di Kiev e l’importante porto e base navale di Odessa.

Le operazioni aeree

Gli attacchi hanno risparmiato la maggioranza delle infrastrutture ucraine: centrali elettriche, acquedotti, snodi ferroviari e autostradali, ponti, non sono quasi mai stati colpiti in questa prima fase delle operazioni aeree. Anche gli aeroporti militari e civili non sono stati colpiti in modo sistematico, e quelli colpiti, spesso, hanno visto risparmiata la pista di decollo.

Questa scelta risponde a un piano ben preciso: nella mente degli strateghi del Cremlino non si è voluto fare “terra bruciata” dell’Ucraina, perché Mosca accarezzava la possibilità che l’esercito e la popolazione ucraina potessero rovesciare il governo Zelensky, onde evitare di impegnarsi in un conflitto molto più incisivo con la quasi sicura possibilità di andare incontro a scontri in ambiente urbano, che rappresentano un vero incubo per chi attacca. Torneremo su questo punto più avanti. Questa possibilità, non concretizzatasi, si è potuta dedurre anche dal discorso del presidente Vladimir Putin in occasione del riconoscimento delle repubbliche separatiste del Donbass: il leader del Cremlino ha infatti posto l’accento sulla fratellanza tra russi e ucraini, oltre che sulla “anomalia” rappresentata da un’Ucraina separata dalla “Madre Russia” come conseguenza del “più grande sbaglio di Lenin”. Successivamente, Putin ha fatto direttamente appello all’esercito ucraino di ribellarsi al “nazista” Zelensky, a riconferma di quanto detto sopra.

La Russia dal primo giorno di guerra sino al momento in cui scriviamo (siamo al giorno D+6), non ha mai ottenuto la superiorità aerea se non sporadicamente e localmente. Prima di addentrarci occorre spiegare meglio l’Aerial Warfare. Esistono, da manuale, cinque “livelli” su cui si sviluppa il controllo dei cieli in un conflitto: incapability, denial, parity, superiority, supremacy. A ciascun livello ne corrisponde uno uguale ma contrario: alla supremazia aerea (supremacy) detenuta da uno dei due contendenti corrisponde l’incapacità aerea (incapability) dell’altro.

In questa prima fase del conflitto, che è ancora in corso sebbene si possa già fare un primo distinguo che vedremo a breve, le Vks (Vozdusno-Kosmiceskie Sily), le forze aerospaziali russe, il più delle volte – quindi non sempre – non hanno mai potuto operare liberamente, ovvero al riparo dalla reazione antiaerea ucraina (da terra) nonostante le forze aree di Kiev non siano quasi mai intervenute direttamente nel contrasto ai cacciabombardieri russi (venendo però impiegate in modo sporadico nel contrasto all’avanzata terrestre come vedremo). La stessa Aeronautica Militare Ucraina non è stata completamente distrutta, e, sebbene menomata, ha potuto reagire: questo grazie alla dispersione messa in atto prima e durante le primissime ore del conflitto che le ha permesso di trovare riparo in quegli aeroporti risparmiati dagli attacchi dall’aria russi delle prime ore della guerra.

Le 24 ore a cavallo tra lunedì e martedì, hanno visto un leggero cambiamento delle operazioni aeree russe a causa delle perdite – soprattutto di velivoli ad ala rotante – subite da Manpads, artiglieria, e altri sistemi antiaerei a corto raggio mobili in possesso agli ucraini (ad esempio gli Strela-10). La maggior parte degli attacchi aerei ha infatti cominciato ad essere effettuata di notte di concerto con le operazioni terrestri, sottolineando, ancora una volta, come la Russia non abbia ottenuto la supremazia aerea e soltanto una parziale e incostante superiorità aerea.

I velivoli impiegati per lanciare missili da crociera e bombe – della famiglia RBK – sono principalmente Su-34 e Su-30SM, cacciabombardieri la cui progettazione risale alla tarda Guerra Fredda e che risentono pertanto della dottrina sovietica, che affidava a questi velivoli l’attacco al suolo da effettuare con la copertura dei caccia pesanti Su-27/35. Non si può infatti dire che i Su-34 e 30 russi siano velivoli multiruolo in senso occidentale (ad esempio come i Typhoon, i Rafale, gli F-18 o gli F-16): sebbene possano montare missili per autodifesa anche di lungo raggio come gli R-27 e gli R-77 a guida attiva, i loro piloti non vengono addestrati per la difesa aerea o per le operazioni relative all’ottenimento della superiorità aerea sul campo di battaglia al pari dei loro colleghi occidentali.

In generale, l’addestramento dei piloti russi nonostante la riforma delle Forze Armate voluta da Anatoly Serdyukov (la “New Look” del 2008), è ancora inferiore per numero di ore volate rispetto agli standard occidentali: nel 2018 Mosca comunicava di aver raggiunto circa 100/120 ore volo/pilota, che appare poco rispetto alla media di 200 in occidente (la Nato pone un limite di 140 ore, indicativamente, per la prontezza al combattimento di un pilota). Le operazioni militari in Siria, sebbene abbiano dato modo ai piloti russi di fare esperienza in un ambiente di combattimento grazie alla rotazione dei reparti effettuata, non hanno riguardato il combattimento aria-aria o l’attività di soppressione delle difese in un ambiente contestato, trattandosi di un’operazione di counterinsurgency e non un conflitto simmetrico come quello in Ucraina.

Le operazioni terrestri

Dopo le prime ore in cui le forze aeree russe hanno colpito le difese aeree ucraine e i principali obiettivi militari, sono cominciate le vere e proprie operazioni terrestri. La Russia, nei mesi precedenti, ha ammassato i suoi gruppi tattici composti da reparti corazzati, di fanteria meccanizzata, di artiglieria campale trainata e semovente, del genio, logistici nonché alcuni battaglioni di sistemi da difesa aerea S-400 e di missili balistici a corto raggio Iskander-M, lungo tutto il confine con l’Ucraina: dalla Crimea all’oblast di Kursk. Mosca ha potuto contare anche su truppe e mezzi presenti in Bielorussia per l’esercitazione Allied Resolve 2022: si stima che siano stati mobilitati tra i 150 e i 190mila uomini su un esercito che può contare circa 280mila effettivi.

L’attacco si è mosso su tre direttrici principali: dalla Crimea verso Nova Kachovka e lungo le due fasce costiere del Mar Nero sino alla foce dello Dnepr e del Mare d’Azov verso Melitopol, nel settore centro orientale del Paese dall’oblast di Belgorod verso Kharkiv e da quello di Kursk verso Sumy, dalla zona di Gomel, in Bielorussia, verso Kiev.

Durante la giornata di giovedì 24 una grossa operazione eliportata è stata avviata per cercare di conquistare e mettere in sicurezza, con un colpo di mano, l’aeroporto di Gostomel, a circa 35 chilometri a nordovest della capitale ucraina. Elicotteri da attacco Mil Mi-24, Mi-8 insieme a qualche Kamov Ka-52 sono piombati sullo scalo aereo scaricando truppe, che avrebbero dovuto impossessarsi della pista di atterraggio e stabilire un ragionevole perimetro di sicurezza per poter far arrivare gli aerei da trasporti Il-72 carichi di equipaggiamento più pesante da inviare in breve tempo verso la capitale, in modo da sorprendere l’esercito ucraino e costringere il governo Zelensky a una rapida resa. Questa operazione, però, è fallita per la reazione ucraina, da subito vivace: tra i 5 e i 7 elicotteri russi sono stati immediatamente colpiti e abbattuti, menomando così la capacità di fuoco russa. Nei lunghi combattimenti che ne sono seguiti, che hanno visto presenti anche le forze speciali di Kiev, è intervenuta anche l’aviazione ucraina con (almeno) un Su-24 e un MiG-29 che hanno colpito le truppe russe: il decentramento messo in atto da Kiev e il fatto che le operazioni aeree russe non abbiano colpito tutti gli aeroporti, è stato decisivo per il buon esito della reazione ucraina.

Si calcola che la Russia abbia impiegato, almeno sino a lunedì 28, circa il 30% del suo potenziale bellico mobilitato per il conflitto. Occorre anche ricordare che l’esercito russo non è composto totalmente da professionisti, ma ha un’aliquota pari al 30% di coscritti, che sono stati impiegati direttamente nell’operazione. Mosca non ha impiegato tutti i suoi reparti di punta, meglio addestrati ed equipaggiati, in più sembra che abbia dato ordine di avanzare con cautela, forse per cercare, almeno nei primi giorni, il rovesciamento del governo ucraino da parte dell’esercito e del popolo. In questa fase le operazioni su Kiev, Sumy, Kharkiv e dalla Crimea verso il Dnepr e Melitopol, hanno avuto la precedenza.

L’attacco verso Mariupol, importante città portuale sul Mare d’Azov, è stato invece bloccato dagli ucraini, che ancora oggi resistono. Per quanto possibile le forze russe hanno cercato di evitare di entrare nei grossi centri abitati, preferendo inglobarli nella loro avanzata per evitare di impantanarsi in pesanti e sanguinosi combattimenti urbani: in città, infatti, chi difende ha la superiorità tattica perché in grado di azzerare il vantaggio numerico e tecnologico del nemico con tecniche di guerriglia che sfruttano il reticolo stradale, quello fognario e i palazzi. Anche il supporto aereo risulta difficoltoso per la difficoltà di individuare i bersagli.

L’avanzata russa ha proceduto a rilento rispetto a quanto preventivato per la crescente resistenza ucraina, organizzata su reparti mobili con tattiche più simili alla guerriglia, che hanno utilizzato Atgm (Anti Tank Ground Missile) di nuova generazione forniti dall’occidente come gli NLAW e i Javelin, e anche per le difficoltà date dalla scarsa preparazione logistica, dalla preparazione insufficiente di alcuni reparti (presumibilmente anche per via dei coscritti), e dalla corruzione dei comandanti: diversi mezzi sono stati visti abbandonati perché “in panne” per guasti o addirittura per mancanza di carburante. Del resto i problemi meccanici di alcuni veicoli di origine sovietica, come i Btr-80, sono ben noti.

Le colonne russe dirette verso Sumy, oltrepassata la città, hanno quindi deviato verso occidente tra sabato 26 e domenica 27, per cercare di unirsi a quelle che, passando per l’area di esclusione di Chernobyl, hanno cercato di raggiungere la capitale. Parallelamente, data la resistenza a Mariupol, le truppe dalla Crimea hanno puntato decisamente su Melitopol, in cui sono già entrate il 26 febbraio. Unendosi ai fanti di marina sbarcati sulla costa poco distante, hanno poi decisamente puntato verso Mariupol per circondarla.

Sempre dalla Crimea, i corazzati e la fanteria meccanizzata russa hanno iniziato a puntare verso la città di Kherson, che è stata conquistata nella mattina del 2 marzo. Tra domenica 27 e lunedì 28 la Russia ha leggermente rimodulato il suo dispositivo militare facendo affluire più truppe (ad esempio i ceceni che sono stati visti di rinforzo sul fronte di Kiev) e aprendo l’avanzata a nord della repubblica separatista di Luhansk. Stimiamo che, al 2 marzo, Mosca abbia impiegato all’incirca il 45% delle truppe disponibili.

Nelle ore in cui stiamo scrivendo sembra che un’offensiva sia in corso dalla repubblica di Luhansk verso nordovest per cercare di collegarsi alle truppe che scendono dalla direttrice di Kharkiv, che è attualmente circondata e sotto pensati bombardamenti che durano dalla notte tra domenica e lunedì. Bombardamenti sono stati effettuati anche nella regione di Zhytomyr, e sembra che le truppe russe siano penetrate in territorio ucraino più a ovest della regione di Kiev, probabilmente per cercare di bloccare i rifornimenti diretti verso la capitale.

Quanto vi avevamo anticipato prima del conflitto in merito al possibile obiettivo di un attacco russo, si sta sempre più concretizzando nel corso del conflitto: lo scopo di Mosca è attestarsi lungo la linea del fiume Dnepr, puntare su Kiev per rovesciare il governo, chiudere il Mare d’Azov in modo da avere continuità territoriale tra la Crimea e la Federazione, e assicurarsi una fascia di sicurezza costiera lungo tutto il Mar Nero sino alla Romania.

Dall’Hybrid Warfare al conflitto aperto

Il conflitto che sta avendo luogo in Ucraina è stato accuratamente preparato nel corso di mesi, ma sarebbe meglio dire anni se si guarda alla costante e meticolosa militarizzazione della penisola di Crimea. Giova ricordare che sebbene durante un conflitto armato ci possano essere operazioni rientranti nel concetto più grande di guerra ibrida (Hybrid Warfare), il conflitto in sé non può essere definito “guerra ibrida”.

L’Hybrid Warfare prevede l’uso delle risorse militari convenzionali solo come ultima ratio, e solo quando tutte le operazioni diverse da quelle paramilitari e non militari non hanno ottenuto il risultato sperato. La guerra ibrida, infatti, prevede tutta una serie di provvedimenti di carattere economico, propagandistico, sociale, cibernetico e in alcuni casi, ma non sempre, l’utilizzo di formazioni irregolari, paramilitari, o proxy per cercare di sovvertire l’ordine costituito di un altro Paese. L’Hybrid Warfare moderna si attua, possiamo dire, a 360 gradi ma le operazioni militari convenzionali, ovvero come quella a cui stiamo assistendo, sono già oltre la guerra ibrida, se pur possano vedere, come accennato, altri elementi che vi rientrano: un attacco ai sistemi informatici avversari durante il conflitto (o prima), ovvero di Cyber Warfare, è parte della Hybrid Warfare ma non è Hybrid Warfare.

La stessa considerazione vale per le operazioni di disinformazione, mascheramento, Psyop che vengono effettuate sia in tempo di pace che in guerra. Troppo facilmente si utilizza “guerra ibrida” per qualsiasi operazione messa in atto dai russi, ma come detto così non è, e gli stessi russi hanno solo personalizzato e attualizzato i concetti di Hybrid Warfare che erano già presenti da decenni.

Nessun commento:

Posta un commento