L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

mercoledì 30 marzo 2022

Gli ucraini ospitati, a gratis per loro, paghiamo noi, negli alberghi di Rimini non vogliono spostarsi in altre località. Pane e pasta aumentano in maniera sproporzionata e siamo solo all'inizio, vogliamo parlare delle bollette? Andiamo incontro alla ripresa dell'immigrazione di rimpiazzo, caos garantito

Né spesa per la difesa, né Pnrr: il governo cadrà sui rifugiati. E non sarà indolore

28 Marzo 2022 - 20:10

I dati Onu parlano chiaro: l’Ucraina ha creato 5 volte i profughi della ex-Jugoslavia e 3 volte quelli siriani. Il tutto a fronte di un’Ue che si lava le mani e una situazione economica che precipita


Apparentemente, il governo Draghi non rischia. Il distanziamento di M5S sull’aumento della spesa per la difesa appare più strategico che reale, non fosse altro per la contemporaneità fra minaccia ah hoc e rassicurazione generale sulla tenuta dell’esecutivo scelta da Giuseppe Conte come posizione ufficiale. Insomma, niente più che una marcatura del territorio. Forse tardiva. Comunque sia, il fin troppo esplicito appoggio a un investimento sul warfare reso noto da Fratelli d’Italia garantirebbe Palazzo Chigi anche in caso di ricorso alla fiducia. Anzi, paradossalmente indebolirebbe l’ala più insofferente di M5S e la stessa leadership dell’ex premier.

E anche sulla rimodulazione del PNRR a fronte del caro-energia e del netto rallentamento della crescita economica, i partiti della coalizione appaiono pronti a tutto tranne che a una crisi. Apparentemente, solo Confindustria pare realmente preoccupata delle prospettive. E questo la dice lunga sull’impatto che il combinato di inflazione e guerra avrà nel secondo e terzo trimestre, quando il rischio è quello prospettato dal Cremlino di uno stop totale alla fornitura di gas in caso di mancato pagamento in rubli dal 1 aprile. Oggi la Spagna ha ufficialmente annunciato l’arrivo di altri 18 miliardi dall’Europa entro il 30 giugno, nuova tranche dei fondi stanziati in seno al piano anti-pandemia. Il governo ne attende tra i 21 e i 25 entro il medesimo arco temporale, a fronte di un DEF che quest’anno dovrà essere elaborato e ottenere il via libera dal Parlamento entro l’autunno e non il 31 dicembre.

Nessuno vuole farsi male. Ma il rischio c’è. Anzi, alcuni ambienti finanziari più attenti di altri a certe dinamiche poco ortodosse cominciano a scommettere su una crisi di governo balneare, un distacco della spina tanto traumatico quanto calcolato: ovvero, subito dopo aver incassato la seconda rata di soldi europei. Il motivo? La crisi dei profughi cui con l’arrivo definitivo della bella stagione andrà a unirsi un ampliamento a dismisura del fronte del caos globale che l’ex ministro Tremonti ha evocato in una recente intervista. Occorre prendere atto di almeno tre punti fermi. Il primo è il rischio di una replica dell’effetto Wuhan, ovvero il passaggio a tempo di record dell’opinione pubblica dalla fase abbraccia un cinese a untori globali. Un morphing nel sentire dell’opinione pubblica che potrebbe rivelarsi tutt’altro che indolore, visto che i nervi scontano due anni e mezzo di pandemia e la situazione economica pare in via di precipizio.

Già oggi, quando ancora le bombe piovono quotidianamente, la notizia giunta da Rimini del no dei rifugiati ospitati negli hotel della città balneare al trasferimento in altra località ha visto i social cominciare ad animarsi di pensieri tutt’altro che nobili o solidali. Toni compresi. E dall’Europa, esattamente come accade ciclicamente a ogni crisi umanitaria, è giunto finora poco più che il nulla. Di fatto, gestione e costi dell’accoglienza non saranno condivisi fra Stati membri o finanziati da fondi comuni. Ogni nazione fa per sé, tanto che a tempo di record il primo ministro danese, Mette Frederiksen, ha salutato l’arrivo dei primi rifugiati ricordando loro come lo status di profugo è da considerarsi temporaneo. Insomma, a fronte di sempre più famiglie italiane in difficoltà nel mantenere fede alle spese non dilazionabili come cibo, bollette, affitti o mutui e alle prese con rincari sempre più generalizzati di energia e alimentari, il rischio è quello classico della guerra fra poveri. E la stessa Onu oggi ha reso noti numeri che aprono qualche interrogativo rispetto ai flussi e alla loro rapidità: si parla di 5 volte i rifugiati della ex-Jugoslavia e 3 volte quelli della crisi siriana.

Ed ecco il secondo punto fermo, plasticamente evidenziato da questi grafici:

Andamento dell’indice Fao dell’inflazione alimentare Fonte: Bloomberg
Classifica dei Paesi maggiormente dipendenti dal grano ucraino Fonte: Bloomberg
Correlazione fra aumento dei prezzi del cibo e instabilità politica Fonte: Statista

a fronte di un indice Fao dell’inflazione alimentare ai massimo record, i precedenti delle primavere arabe sembrano delineare prospettive decisamente poco confortanti in vista della stagione degli sbarchi dalle rotte del Nord Africa e dalla Turchia. La crisi ucraina rischia infatti di esacerbare situazione di indigenza e carenza di cibo pressoché croniche e di fornire carburante al motore delle rivolte in Paesi che spesso e volentieri si affacciano sul Mediterraneo o che vedono comunque quest’ultimo come punti di sbocco finale per migrazioni di massa. E sempre la storia recente ci insegna che dove non arrivano fame e disperazione, spesso ci si mettono agende di destabilizzazione di aree calde per scopi meramente geopolitici o economici da parte dei grandi players.

Ed ecco il terzo punto. Al netto di una Turchia che potrebbe voler risolvere il problema delle riserve monetarie al minimo storico con il solito refrain estivo dell’inondare la rotta balcanica, scucendo ulteriori fondi all’Ue, giova ricordare come ben 17 Paesi africani si siano astenuti all’ultimo voto dell’Onu di condanna dell’azione militare russa. Il tutto con una Cina che ormai da un decennio abbondante sta colonizzando il Continente nero a colpi di prestiti miliardari, i cui interessi sono spesso e volentieri pagati in diritti di sfruttamento delle materie prime e posizionamenti strategici, ad esempio la base militare che Pechino ha aperto a Djobouti, proprio di fronte a quella Usa di Camp Lemmonier. Insomma, se la crisi delle sanzioni dovesse proseguire o addirittura trasformarsi in un muro contro muro, Russia (e Cina) potrebbero utilizzare anche l’arma dell’immigrazione di massa dall’Africa per mettere in crisi terminale un’Europa che ha ampiamente dimostrato totale incapacità operativa e assoluta riluttanza alla condivisione dei costi.

Andrà così? Ovviamente, oggi tutti negano e anzi tacciano chi solo avanza qualche dubbio al riguardo di impietoso cinismo di fronte alla tragedia della guerra. Resta il fatto che la stagione degli sbarchi sia ormai alle porte e con un mondo che appare in ebollizione generale, già incapace di contenere un solo hot spot. Se al fronte Est dovesse unirsi quello del Nord Africa, il caos apparirebbe garantito. E quel punto, né Lega né M5S potrebbero correre il rischio di vedersi bollati contemporaneamente come esecutori materiali di un DEF lacrime e sangue (a fronte di investimenti e profitti d’oro per il comparto della difesa) e disertore nella poco onorevole ma quasi certa guerra fra poveri che esploderà a fronte della crisi economica. Sarà per questo che la voce di un Draghi ormai concentrato unicamente sulla successione a Stoltenberg comincia a circolare con insistenza sospetta?

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