L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

lunedì 28 marzo 2022

Il clero televisivo, il Circo mediatico è riuscito da febbraio del 2020 a creare una fitta rete in cui esiste solo il Pensiero Unico, guai a dissentire a cercare di mettere un pensiero logico, una idea, un ragionamento che si discosta anche un pochino dalla narrazione ufficiale. L'influenza covid prima, l'Ucraina adesso hanno portato al massimo del tecnicismo quello che possono fare e hanno creato una schiera, una massa amorfa che per continuare nel loro quieto vivere si è schierata apertamente e convintamente sulle posizioni ufficiali, anzi i più zelanti sono diventati cattivi e protagonisti diventando attori e guardiani del credo

Libertà di obbedire, obbligo di essere gradit*
di Elisabetta Teghil
23 marzo 2022


[…] La gerarchia, che si basava sul dare ordini, diventa ora una gerarchia di responsabilità […] La delega di responsabilità non comporta quindi una dissoluzione della gerarchia, ma un cambiamento della sua funzione e del suo significato.
J.Chapoutot, Nazismo e management

Il fratello di mia nonna costruiva case. Non ha voluto prendere la tessera del fascio e non ha più potuto lavorare fino alla fine della guerra. I miei zii erano partigiani sulle montagne della Carnia e siccome i tedeschi non li trovavano sono andati a casa e hanno trascinato via mio nonno e mia zia. Nessuno ha saputo dove fossero finiti fino a quando i tedeschi sono scappati e i partigiani li hanno liberati. Erano nel carcere di Palmanova e sono stati fortunati perché la guarnigione tedesca se n’è andata lasciando tutti i prigionieri chiusi dentro. In altre prigioni li hanno tutti ammazzati prima di scappare. Mia madre si alterava sempre quando mi raccontava che alla liberazione tutto il paese era in piazza con il fazzoletto rosso al collo mentre i partigiani e chi si era opposto al fascismo si contavano sulle dita di una mano e mi diceva che alle sue rimostranze le rispondevano <non sapevo, non credevo, non pensavo>. E invece sapevano tutto. Erano stati indifferenti, avevano coltivato i loro orticelli, i loro interessi o erano stati pavidi o erano convinti che tutto sommato il fascismo era ordine e legalità e andava bene e chi si opponeva era un mestatore, un sobillatore o, peggio, un comunista.

La storia non si ripresenta mai allo stesso modo, ma ci sono dei campanelli d’allarme che dovrebbero risuonare nella testa delle persone quando si percepiscono dei segnali riguardanti la possibilità stessa di vivere degnamente. Come diceva Sartre a proposito della guerra d’Algeria <anche noi sappiamo tutto…Oseremo ancora assolverci?>

L’ideologia neoliberista ha tirato fuori ed esaltato i lati peggiori degli esseri umani. Il nuovo assetto ideologico del lavoro impostato sulla meritocrazia ha scatenato una concorrenzialità spietata in cui tutto è lecito, dalle pugnalate alle spalle alle lettere anonime, dalla maldicenza alla vera e propria menzogna, dall’esaltazione della capacità di servire all’acquiescenza rispettosa della gerarchia. La lode della delazione contrabbandata come essenza del buon cittadino/a e quindi come componente quotidiana del vivere ha creato individui pronti a denunciare chiunque a qualunque titolo e per qualunque cosa possa essere percepita come fuori dalla norma. Almeno un tempo la spia era malvista anche da chi se ne serviva ed era un comportamento stigmatizzato in tutti le classi sociali e in tutti gli ambiti. Ora no, fare la spia, chiamare le forze di polizia a ogni piè sospinto è un< lodevole> comportamento. L’esaltazione della legalità, questo feticcio creato ad arte per rinchiudere in reti dalle maglie sempre più fitte qualsiasi comportamento anche solamente critico nei confronti del potere, ha condotto le persone a chiedere continuamente leggi contro questo o quello in un delirio di affidamento e di richiesta continua di controllo sociale. Il darwinismo sociale ha insegnato che si salvano solo i <migliori> e i migliori sono quelli che obbediscono e spingono gli altri ad obbedire in un riconoscimento del proprio ruolo di suddito che si dà da fare per il signore e ne ottiene il riconoscimento e la benevolenza. La costruzione del paradigma securitario ha inculcato nei cittadini la paura di tutto ciò che è nuovo (a meno che non sia <scientifico>), diverso, altro da noi, o meglio, da quello che di noi ha fatto il potere e quindi la gente si scatena contro i poveri, contro chi la pensa diversamente, contro i non vaccinati, contro i migranti, contro i giovani della movida…aleggia una cattiveria in questa società che è una filiazione diretta della cattiveria del potere. La cattiveria non costituisce una categoria politica ma una caratteristica in più e non necessaria anzi addirittura gratuita dell’esercizio del potere, una sorta di sadismo che esula dagli interessi concreti della stessa classe dominante che non avrebbe bisogno di metterlo in atto per perseguire gli obiettivi che si propone e che ha praticamente raggiunto data la larga percentuale dei cittadini che nello specifico dell’emergenza pandemica hanno aderito alle imposizioni più svariate. Non ci sarebbe infatti nessuna necessità di punire e perseguitare un’esigua minoranza di non vaccinati, non ci sarebbe nessuna necessità effettiva, né sanitaria, né economica, né di sicurezza di allontanare dal lavoro quelli che non si sono allineati privandoli dei mezzi di sussistenza, non ci sarebbe nessuna necessità di infierire impedendo di riscuotere la pensione alle poste, o di entrare nei negozi a chi non si è adeguato alle imposizioni previste.

In una recente pubblicazione intitolata <Nazismo e management/ Liberi di obbedire> Johann Chapoutot mette in luce interessanti correlazioni tra il nazismo e le concezioni manageriali della nostra società. Ci dice analizzando un testo di Herbert Backe, ministro, generale delle SS, responsabile degli approvvigionamenti nell’Est,

[…] in questo testo ci sono anche degli elementi familiari, cose che ci sembra di aver sentito o letto altrove, in altri contesti. Herbert Backe esige <efficienza> dai suoi agenti < L’importante è agire>,<prendere le decisioni rapidamente><senza perdersi in scrupoli burocratici>…<non parlate, agite> senza <protestare o lagnarvi nei confronti degli organi direttivi>…Gli organi direttivi stabiliscono un< obiettivo>…che gli agenti devono raggiungere senza perdite di tempo, senza richieste di strumenti supplementari, senza affliggersi o abbattersi di fronte alla difficoltà del compito. Quel che conta è che la missione sia compiuta, poco importa il modo. Backe raccomanda la <massima elasticità dei metodi> adottati. Questi <metodi sono lasciati alla valutazione di ciascuno>[…] <elasticità> (si sarebbe potuto dire anche <flessibilità> <iniziativa> o <agilità>), <efficienza>, <obiettivo>, <missione>: eccoci su un terreno conosciuto. L’allosauro Backe quel mostro arcaico e distante in uniforme da SS, torna a far parte del nostro tempo e dei nostri luoghi: ne usa infatti i vocaboli, ne adotta le categorie, ne elabora e ne applica le nozioni[…]. Come tutti i suoi colleghi di lavoro e compagni di partito, anche lui era un darwinista sociale che equiparava il mondo ad un’arena[…]

[…]Le lenti biologiche naziste deformano così non solo gli allogeni, gli estranei alla razza, percepiti come inferiori o pericolosi, ma anche la stessa umanità tedesca, che deve dimostrare la propria eccellenza […] L’ingegneria sociale, biologica e medica si scaglia brutalmente contro gli <esseri inefficienti> e le<entità indegne di vivere> ma anche contro gli <asociali- vagabondi, sognatori, originali di vario tipo o funzionari facili al romanticismo, la cui esistenza continua a non essere <remunerativa> per la <comunità del popolo>. A partire dal 1936 varie operazioni di polizia e delle SS prelevano migliaia di fannulloni o presunti tali per depositarli in campi di lavoro o di concentramento.

Ci vengono immediatamente in mente le aberranti dichiarazioni di alcuni esponenti governativi, riprese da molta parte della popolazione per cui sarebbe stato giusto che chi non si voleva vaccinare fosse escluso dalle cure mediche pubbliche e le altrettanto aberranti scelte di Stato per cui chi non ha <obbedito liberamente> è stato escluso dal consesso sociale con l’allontanamento da qualsiasi luogo di socialità e di servizio e privato di ogni mezzo di sostentamento con la sospensione dal lavoro e dallo stipendio.

Quando Chapoutot ci racconta della carriera fatta da diversi alti funzionari nazisti nella nuova Germania ovest scopriamo che ad esempio Reinhard Hohn, che nel 1945 è generale delle SS, non fugge, magari all’estero, come altri, non cambia identità ma nel 1956 dopo varie vicissitudini riesce a fondare una grande scuola di management in Germania sul modello della Harvard Business School. La <comunità del popolo> dell’ideologia nazista diventa l’azienda con i suoi collaboratori ed è l’unico luogo della libertà, della creatività e del pieno sviluppo.

Sono evidenti i riscontri tra l’impostazione dell’ideologia nazista nei confronti della <comunità> che propaganda come base dell’unità germanica e l’impostazione neoliberista dell’attuale fase capitalistica in cui il richiamo ad una <comunità> composta da coloro che sono <liberi di obbedire> espelle drasticamente tutti/e coloro che scelgono di starne fuori o per incapacità o per decisione personale. Tutti costoro sono dei reietti che non meritano vita e/o assistenza bensì estinzione in quanto dannosi/e per tutta la società.

Questa impostazione è stata evidente nella così detta emergenza pandemica con coloro che non si sono adeguati ed è evidente ora con la gestione dell’emergenza di guerra. Siamo liberi di allinearci, ma se scegliamo il contrario, se la nostra narrazione è critica, ragionata, se si discosta dal pensiero unico…allora siamo degli individui indegni.

La <libertà di obbedire> si fonda su un meccanismo che è molto difficile da scalfire e che rende faticosa qualsiasi attività politica che miri a risvegliare la capacità critica degli individui. E’ incentrata infatti sul concetto che il sistema di potere incarni il giusto e il bene, sia perché detentore di una morale superiore sia perché espressione di una superiore conoscenza tecnico-scientifica, e quindi tutti/e coloro che aderiscono ai suoi principi lo fanno perché si ritengono partecipi del bene e del giusto. Dato che questo posizionamento non è frutto di una disamina critica delle diverse opinioni in campo o dell’analisi e della conseguente scelta tra diversi posizionamenti, ma è una decisione volontaria di far parte di una <schiera di eletti> illuminati, è difficilissimo smontarlo con argomentazioni o spinte alla riflessione. E’, in definitiva, un atto di fede. E tutti quelli che non vogliono o non possono far parte della schiera degli eletti è giusto che vengano ignominiosamente buttati fuori dalla società.

Riconoscere che i principi guida del neoliberismo sono principi nazisti non deve condurre a pensare che ci siano configurazioni <devianti> del capitalismo che si avvicinano al nazismo bensì riconoscere che il nazismo non è qualcosa di aberrante che improvvisamente si è manifestato nella storia come un’anomalia, una scheggia impazzita, ma che del capitalismo è una variante.

La teorizzazione nazista ha ritrovato casa in quella che Adorno e Horkheimer chiamano industria culturale tipica in primis della società americana. Il sogno illuministico di portare la cultura, l’informazione e il sapere al pubblico si capovolge in un incubo, diventa un inganno. E’ diventato la pretesa degli Usa di avere tutto il resto del mondo ai propri piedi, un mondo di <libertà> dove tutti sono <liberi di obbedire>, liberi di firmare il consenso, liberi di firmare un contratto di asservimento volontario pena l’esclusione dal novero delle persone, delle società o degli Stati degni di appartenere al <mondo civile>.

Attraverso lo schermo del televisore, attraverso i social e i mezzi informatici e multimediali la comunicazione raggiunge le masse non già per liberarle ma per assoggettarle. L’industria culturale propaganda il pensiero unico e inculca l’idea di una realtà che eternamente si riproduce e di fronte alla quale ci si dovrebbe solo rassegnare. La cultura e l’informazione neoliberista non sono mai strumento di sapere e quindi di liberazione ma sono l’esaltazione massima di una finzione che serve a rafforzare la sudditanza.

Se questi principi hanno informato ormai da tempo la comunicazione, abbiamo assistito e stiamo assistendo, nel periodo della così detta emergenza pandemica e in quello attuale della ri-dichiarata emergenza per la questione ucraina, al dispiegarsi di una modalità di informazione assolutamente destabilizzante. La comunicazione che è praticamente a reti unificate, compresa quella del vaticano, non può essere definita di parte, cosa che tutto sommato potrebbe avere anche una qualsivoglia dignità, no, è taroccata, distorta, impunemente e sfacciatamente falsa.

Resta il grande problema di come si possa dire il vero in un contesto dove tutto è falso.

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