L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

mercoledì 9 marzo 2022

Ma con questo clero giornalistico sclerotizzato non possiamo neanche perdere tempo a leggerli in quanto lontani luci dalla realtà. Paragonare la Russia del 1998 a quella del 2022 è sintomo chiaro di malafede e di sviare i lettori dandogli un contentino, un buffetto sulla guancia. Bah!

Falchi e colombe
Russia, una economia indifesa davanti al boomerang di Putin

di Donato Masciandaro
7 marzo 2022

(EPA)

Dopo un evento destabilizzante, il primo passo è il crollo della valuta, il secondo la corsa al contante, il terzo è una politica monetaria sbagliata, basata su alti tassi di interesse e controlli sui capitali. L’effetto finale è una crisi finanziaria, seguita da una recessione economica. È quello che è successo in Russia nel 1998. Nella settimana trascorsa dall’invasione dell’Ucraina, la Russia ha già fatto i primi tre passi.

Ricordare il passato può essere utile, se ci insegna qualcosa sul presente. Oggi allora può essere interessante tornare alla Russia degli anni a cavallo tra 1997 e il 1998. Allora, dal punto di vista politico, c’era un Paese con una democrazia acerba, ma a cui le istituzioni internazionali e i mercati finanziari davano credito. Dal punto di vista economico, erano tre le caratteristiche salienti: una economia basata sui ricavi da materie prime, uno Stato indebitato, e un Paese dollarizzato, nel senso che i cittadini russi percepivano il rublo come una valuta debole, a cui preferire quella americana. La conseguenza è che per la banca centrale russa la difesa del tasso di cambio del rublo era una priorità.

Nell’autunno del 1997 accadde un evento destabilizzante: la crisi finanziaria nei Paesi del Sud Est Asiatico (più la Corea del Sud). In Russia l’evento fu inizialmente minimizzato; in ottobre l’allora vice primo ministro, Anatoly Chubais, dichiarò che per i capitali che fuggivano dai mercati asiatici la Russia poteva essere un porto sicuro. E invece i marosi si alzarono anche in Russia. L’incertezza colpì il tasso di cambio del rublo. Allora come oggi. La sfiducia iniziò a modificare i comportamenti della cittadinanza. Quando c’è incertezza, famiglie e imprese cercano di accumulare contante, possibilmente in una valuta affidabile. Accade sempre, accadde allora, come sta accadendo ora in Russia.

La banca centrale reagì con l’obiettivo di difendere il valore del rublo, innalzando bruscamente e sensibilmente i tassi di interesse. I tassi raggiunsero il 150% nel maggio del 1998, con un’inflazione al livello del 10 per cento. Inoltre furono introdotti pervasivi controlli ai movimenti di capitali. Anche in questi giorni la banca centrale russa sta provando a utilizzare l’arma dei tassi di interesse e dei controlli dei capitali. Lo scorso 28 febbraio, di fronte a una caduta del rublo pari al 29%, la presidentessa della Banca di Russia Elvira Nabiullina ha fatto raddoppiare i tassi di interesse al 20%, introducendo contestualmente controlli sui capitali.

Ma quando c’è una crisi di fiducia, la salita dei tassi di interesse e l’introduzione di controlli ai capitali sono armi spuntate, che possono causare il più classico degli effetti boomerang: invece di sopire gli effetti dell’incertezza sulle scelte di famiglie e imprese, diventano un acceleratore di inquietudine, aggravando la crisi. È quello che accadde nel 1998. La banca centrale, nell’inutile tentativo di difendere il rublo, dissanguò le sue riserve ufficiali. Va inoltre sottolineato che oggi, a differenza di allora, l’atteggiamento delle istituzioni internazionali e delle cancellerie occidentali non è affatto benevolo, anzi è decisamente ostile.

Allora, nel giugno del 1998, il Fondo monetario internazionale offrì immediatamente un prestito di 23 milioni di dollari. Oggi, il congelamento delle attività della banca centrale all’estero rende l’azione di politica monetaria ancor più ardua. Allora la Banca di Russia, a metà di agosto, gettò la spugna: la politica monetaria da restrittiva divento espansiva, nel tentativo di arginare l’effetto depressivo che stava colpendo il sistema finanziario, per poi raggiungere l’economia reale. Fu inutile: arrivò la recessione, con una caduta del Pil del 9%, e un’inflazione che schizzò al 100% agli inizi del 1999.

L’economia russa non si riprese per due anni, e ci riuscì solo grazie a una crescita dei prezzi delle materie prime. Allora, l’evento destabilizzante fu esterno. Oggi a scatenarlo è stato lo stesso Vladimir Putin.

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