L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

giovedì 3 marzo 2022

Mentre il clero televisivo ci da la sua dose quotidiana di dottrina ideologica, i nostri soldi valgono sempre di meno, i nostri risparmi si svalutano e noi diventiamo sempre più poveri. E siamo solo all'inizio. In guerra in prima linea ci dovrebbero andare tutti i giornalisti e politicanti nostrani altro che chiacchiere. E i governi criminali sono confusi ed incerti, si salvi chi può

L’inflazione italiana a febbraio esplode e con la guerra russo-ucraina siamo solo agli inizi
L'inflazione italiana a febbraio è salita sopra il 6%, mai così alta dal 1995. E la guerra in Ucraina accentuerà il boom dei prezzi
di Giuseppe Timpone , pubblicato il 01 Marzo 2022 alle ore 13:28


Sono dati nettamente peggiori delle previsioni quelli pubblicati oggi dall’ISTAT sul tasso d’inflazione italiana a febbraio: passiamo dal 4,8% al 5,7% su base annua, vale a dire ai massimi dal mese di agosto del lontano 1995. Rispetto a gennaio, la crescita dei prezzi è stata dello 0,9%. Il dato armonizzato con il resto dell’Eurozona, poi, risulta ancora più alto: +6,2% annuo e +0,8% mensile. Ancora una volta, il boom è stato trainato dai prodotti energetici, i cui prezzi hanno segnato una variazione positiva del 45,9% dal 38,6% di gennaio.

La guerra tra Russa e Ucraina non farà che accentuare il trend esplosivo dei prezzi in corso ormai da quasi un anno. All’eredità della pandemia, che si è palesata con l’interruzione delle catene di produzione e la conseguente carenza diffusa di beni, si aggiungerà l’ulteriore rincaro delle materie prime principali, petrolio e gas in testa. Mentre scriviamo, un barile di Brent costa più di 103 dollari e un megawatt-ora di gas in Europa è salito sopra 110 euro. A questi prezzi, il costo extra per l’acquisto delle due “commodities” energetiche ammonterebbe solo per l’Italia a circa 100 miliardi di euro all’anno, qualcosa come sei punti di PIL.

Cosa farà la BCE? Mai come in questi giorni, a Francoforte regna l’incertezza. Da un lato, la guerra in Europa significa rallentamento della crescita economica, dall’altro aumento dei prezzi. In teoria, l’istituto dovrebbe tenere fede al mandato sul target d’inflazione al 2% nell’Eurozona, praticamente oramai triplicato nei fatti. D’altra parte, la linea ufficiale con cui sinora Christine Lagarde e i suoi funzionari hanno giustificato il mantenimento dell’apparato degli stimoli monetari è la seguente: il tasso d’inflazione “core” resta contenuto – al 2,5% a gennaio – segno che il rialzo dei prezzi sia trainato dalle componenti volatili, energia in testa.

Inflazione italiana al test BCE

L’effetto sarebbe “transitorio”, sebbene nelle ultime settimane aleggi più di un dubbio anche nelle dichiarazioni ufficiali circa tale natura dell’inflazione attuale nell’area. Non solo: già con Mario Draghi al timone della BCE, abbiamo imparato che l’istituto ritiene che solamente la crescita economica possa contribuire ad alimentare aspettative d’inflazione più robuste. E ancora oggi, stando a quanto afferma Lagarde, la crescita dei salari nell’area non segnala alcun disancoramento rispetto al target.

Venendo alla pratica, l’Eurozona non può permettersi tassi d’inflazione così alti, a fronte di una crescita della sua economia che starebbe spegnendosi. Per contro, un rialzo dei tassi d’interesse in questa congiuntura rischierebbe di mandare il PIL in recessione, quando forse già lo è. Come uscirne? Attraverso il “divorzio” tra politica monetaria e fiscale: la prima diverrebbe più restrittiva per combattere l’inflazione, mentre la seconda resterebbe espansiva per sostenere la crescita. Tuttavia, fino alla pandemia funzionava esattamente al contrario: gli stimoli monetari non causavano inflazione fintantoché i governi mantenevano i bilanci in ordine. E la BCE riusciva così a centrare la stabilità dei prezzi, pur al ribasso rispetto al suo target ufficiale, senza urtare la crescita nell’area.

La verità è che regna la confusione tra gli stessi governi. La corsa al riarmo della stessa Germania per la prima volta dal Secondo Dopoguerra crea i presupposti per una politica fiscale (di guerra) espansiva, specie se teniamo conto che serve anche sostenere più che mai la transizione energetica non solo a fini ambientali, bensì anche e, soprattutto, per allentare la dipendenza europea dalla Russia. Tuttavia, è anche vero che, se i governi spendono e la BCE alza i tassi, non tutti saranno in grado di farlo. Il costo per indebitarsi diverrebbe insostenibile per paesi come l’Italia e la frammentazione monetaria renderebbe anche meno efficace la politica di Francoforte, che non a caso oggi è tornata a garantire che contrasterà il fenomeno. Al board di marzo ne sapremo di più. Ad oggi, tra bombe a Kiev e aria di stagflazione in Eurolandia, sappiamo solo che siamo nei guai.

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