L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

mercoledì 9 marzo 2022

Obiettivo strategico del mio occidente è il fallimento della Russia. L'imbecillità umana è senza fine.


7 MARZO 2022

La guerra russo-ucraina può riportare sul mondo gli spettri della recessione due anni dopo il duro colpo del Covid-19? Ancora presto per dirlo, ma le nubi temporalesche addensatesi negli ultimi mesi sono state rese ancora più cupe dal vento di tempesta scatenato dall’attacco di Vladimir Putin. E così, mentre la Russia programma la resistenza all’assedio economico dell’Occidente portato avanti a mezzo sanzioni e quest’ultimo ha chiaramente indicato il default di Mosca come obiettivo strategico, le borse si riscoprono volatili e nervose e si rafforzano le linee di tendenza che avevano contraddistinto il 2021, anno segnato da un’incerta ripresa post-pandemica.

Inflazione e prezzi delle materie prime in volo sembrano essere i due trend dominanti che ci accompagneranno ancora a lungo in questo 2022. La guerra impatta su un terreno già sconnesso. E i prezzi delle materie prime sono vittima al contempo delle dinamiche geopolitiche, del rafforzamento dei dubbi sulla gestione delle catene del valore, della crescente tensione finanziaria, dei dubbi che attanagliano i grandi piani di rilancio industriale, transizione energetica e ripresa della normalità sviluppati dalle potenze economiche del pianeta. Tutto questo impatta a cascata su costi dei beni finiti, gestione dei redditi delle famiglie, capacità di spesa dei privati e investimenti delle imprese, oltre ovviamente che sulla fiducia, vero carburante di mercati sempre più umorali come quelli contemporanei.

Una crescita così sostenuta e così trasversale delle materie prime di ogni tipo non si era mai vista, interessando ogni sfera del sistema. Per capire l’entità del problema analizziamo innanzitutto tre scenari molto monitorati in questo periodo: petrolio, gas naturale e grano.

L’oro nero in volo

Il petrolio è ai massimi dal 2008. Da quando, cioè, gli investimenti cinesi per trainare la risposta globale alla crisi finanziaria infiammarono i suoi mercati. E questo ci ricorda come l’oro nero sia ancora un volano importante per lo sviluppo dei mercati finanziari. Al centro dell’odierna guerra del petrolio c’è la Russia, la cui azione militare ha infiammato ulteriormente una dinamica che faceva già segnare una crescita costante dei prezzi al barile verso la tripla cifra (in dollari).

Nei dieci giorni seguiti all’invasione, il prezzo segnato dall’indice Brent è passato da 94,49 a 118,11 dollari al barile: un aumento secco del 20% che si è scaricato direttamente sia sui Paesi importatori che su tutte le principali filiere logistiche mondiali. In un anno il prezzo del greggio, che a marzo 2021 si assestava attorno ai 60 dollari al barile, è di fatto raddoppiato e questo ha creato un grande imbarazzo per le capacità di ripresa dell’economia mondiale. L’Agenzia internazionale dell’energia (Iea) ha calcolato che la produzione di petrolio è salita del 4,6% tra settembre 2020 e 2021 e Schroeders prevede che nel 2022 si possa sfondare la quota di 100 milioni di barili di petrolio consumati ogni giorno nel mondo. Di fronte a questi dati una perturbazione delle forniture della Russia, terzo produttore al mondo dopo Stati Uniti e Arabia Saudita, appare assai difficile da riassorbire.

Dopo l’invasione dell’Ucraina circa i due terzi del greggio russo si sono ritrovati in difficoltà di fronte alla possibilità di vedere le fonti di sbocco all’estero compromesse. Gli analisti prevedono che il petrolio possa salire fino a 150 dollari al barile se, dopo British Petroleum, altri attori occidentali decideranno di lasciare la Russia. Al contempo, l’Occidente si trova nell’imbarazzante situazione di poter veramente ferire economicamente la Russia solo tagliando le sue rotte di esportazione dell’oro nero, che contribuiscono al 60% del suo bilancio, ma imponendo, così facendo, un prezzo gravissimo all’intera economia globale già in affanno.

Il gas ai massimi storici

Se il petrolio è al top dal 2008 in termini di prezzo, non c’è invece alcun record passato simile a quello raggiunto in questi giorni dal gas naturale. Nella sola giornata del 4 marzo il prezzo europeo del gas naturale ha fatto segnare un +27% e quel giorno nel mercato di Amsterdam il prezzo ha toccato i 204,15 euro per megawattora di elettricità generata, un aumento del 192,44% dal 22 febbraio, quando il valore era di 69,81 euro. Per fare un raffronto, in termini di costo in relazione alla capacità di generazione “è come se il petrolio costasse 360 dollari al barile”, ha fatto notare l’analista finanziario Eric Packer.

Anche sul fronte finanziario molti sono i problemi in vista, coi mercati pronti a nuovi scoppi rialzisti. Nello stesso giorno i prezzi del gas naturale quotato a New York hanno visto il contratto future a minor durata, con scadenza un mese e che termina ad aprile, venir scambiato a fine seduta a 5,016 dollari, +6,23% in un solo giorno. Segno di un grande timore per le forniture ai mercati strategici.

La guerra del gas vede l’Europa al centro del mirino in una delle partite più strategiche per il futuro del confronto con Mosca. Una prima mossa è venuta dal ministro svizzero dell’Energia, Stefano Sommaruga, che ha dichiarato: “la Svizzera rinuncerà alle norme antitrust per consentire alle compagnie del gas di coordinarsi fra loro, allo scopo di trovare nuova capacità di approvvigionamento e stoccaggio, per aiutare il Paese a far fronte alle incertezze causate dalle ostilità russe in Ucraina”. L’Italia ha annunciato la ricerca di forniture alternative, la Germania ha sospeso Nord Stream 2, l’Europa cerca una strategia: come ha scritto su Lavoce.info l’economista industriale Carlo Stagnaro, in Ue il “consiglio energia straordinario del 28 febbraio ha acceso un faro sugli stoccaggi europei di gas. Secondo quanto ha riferito la commissaria europea per l’energia, Kadri Simson, il livello di riempimento a fine aprile si collocherà attorno al 18 per cento, contro il 30 per cento degli anni precedenti. Se, dunque, non ci si aspettano grandi problemi per superare la stagione invernale, è essenziale prendere tutti i provvedimenti necessari per garantire di arrivare pronti all’inizio del prossimo anno termico”. Il gas è risorsa-ponte fondamentale per alimentare le economie europee e favorire la transizione, ma al centro dell’attuale sfida geopolitica vede il suo mercato sottoposto a gravissime pressioni e una partita per le catene del valore che coinvolgerà altri Stati, dall’Algeria all’Azerbaijan, dagli Usa al Qatar, prossima ad aprirsi.

La battaglia del grano

Sempre venerdì 4 marzo il prezzo del grano sul mercato europeo ha toccato quota 400 euro la tonnellata, al massimo livello storico. Sull’agricoltura si scarica lo tsunami della crisi che si accumula da tempo e che ha nella guerra il suo catalizzatore: non a caso sulla scia della “botta” all’energia a livello internazionale il prezzo dei fertilizzanti a base chimica è aumentato del 130% negli ultimi dieci mesi, e questo stava già causando un effetto a cascata su tutta l’industria alimentare.

La “battaglia del grano” è calda, nota Formiche, perchè la carenza di forniture da Russia, Ucraina e Bielorussia può sconvolgere i mercati alimentari mondiali: in particolare “Russia e Ucraina coprono una parte consistente delle esportazioni globali di grano (35%), orzo (25% e olio di girasole (75%), materie prime vitali per l’industria alimentare europea, prima tra le manifatture alimentari mondiali.”

Il grano è il petrolio del mercato alimentare, un benchmark decisivo per capire i trend. Il combinato disposto tra carenza di materie prime per concimare, crescita dei costi di trasporto e inflazione ne ha già fatto salire di un terzo i prezzi nell’ultimo semestre, e ora la guerra rischia di fare il resto. Mettendo a repentaglio mercati affamati come quello italiano, e potenzialmente in grado di destabilizzare aree inquiete del pianeta. Il caso della Primavera araba del 2011, scatenatasi sulla scia di un boom delle commodities alimentari, è inquietante anticipazione.

Una corsa globale

Petrolio, gas naturale e grano sono le materie prime cui si fa maggior attenzione, ma la corsa delle commodities riguarda ogni ambito, come ha avuto modo di ricordare il Financial Times. L’indice S&P GSCI che monitora l’avanzamento delle materie prime è ai massimi dal 2008, il +16% su base settimanale registrato tra il 28 febbraio e il 4 marzo risulta la più grande crescita dal 1970 ad oggi.

Alluminio, gas e neon sono altri mercati in cui su scala mondiale si sta verificando una crescente criticità per la carenza di forniture dalla Russia che si adombra come prospettiva. In particolare i futures sull’alluminio sono ai massimi storici, a 3849 dollari la tonnellata, +17% dal 24 febbraio. Il nickel ha toccato un prezzo superiore ai 26.400 dollari per tonnellata per la prima volta dal 2011, lo zinco (4.000 dollari a tonnellata) è ai massimi dal 2007, il rame ha toccato valori senza precedenti. Stiamo parlando di una potenziale tempesta perfetta per le economie globali, l’industria, i consumi dei cittadini di tutte le economie più avanzate. Di un processo che rimanderà all’indietro ogni discussione sulla transizione energetica da molti agognata e destinata a scontrarsi con una dura realtà: il fatto che anche il carbone veda i suoi titoli crescere del 100% da inizio anno ad oggi e toccare quota 430 dollari la tonnellata sul benchmark del Newcastle Coal dà l’idea della gravità del momento. La guerra russo-ucraina può aver messo a terra la possibilità che uno shock economico di sistema prenda piede. E la questione più problematica è capire se i governi sapranno farvi fronte.

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