L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

mercoledì 9 marzo 2022

Più che un articolo, questo è un appello. Il paese sull'orlo del burrone, con Draghi, il lupo mannaro, che non conta un caz.o, un ministro degli esteri che non sa neanche l'abc dell'arte diplomatica, un fisco che affonda 500.000 legasi cinquecentomila piccole e medie aziende. Il mandato del vile affarista si approssima al raggiungimento

SPY FINANZA/ Italia, l’ultima occasione per evitare il commissariamento via Mes
Pubblicazione: 09.03.2022 - Mauro Bottarelli
Staccare la spina al Governo oggi è ancora possibile e con costi che l’Europa – Bce in testa – non può permettersi che Roma si sobbarchi da sola

Palazzo Chigi (Lapresse)

Più che un articolo, questo è un appello. Quantomeno, una riflessione. O un’ultima chiamata prima del precipizio. Destinatario, la componente di centrodestra che regge l’esecutivo Draghi: staccate la spina, subito. Prima di gridare alla proposta irresponsabile, lasciate che metta in fila qualche fatto. Poi giudicherete.

Primo, per quanto possa apparire strano, il super-atlantista e interventista Boris Johnson, quello che a parole è più preoccupato per il popolo ucraino che per i propri figli, ha appena respinto 300 profughi a Calais. Nemmeno a Dover: la sua Guardia costiera ha intercettato l’arrivo e bloccato l’approdo su suolo britannico. Onde evitare che facessero richiesta d’asilo. Accoglienza stile Ricucci. La Germania, la stessa che fino alla scorsa settimana sembrava pronta a lanciare una nuova Operazione Barbarossa contro Vladimir Putin, ha di fatto bloccato l’ampliamento delle sanzioni europee al comparto energetico: tradotto, il nostro Pil vale più di Kiev. La Francia, dal canto suo, strepita ma di certo non si strappa le vesti per mettere ulteriormente in difficoltà Mosca. Con la quale ha un filo diretto quotidiano. L’Ungheria non solo ha bloccato l’export di grano e fertilizzanti ma anche vietato il transito di armi verso l’Ucraina dalla Polonia. La quale, a sua volta, non volendo finire nella lista dei Paesi direttamente coinvolti nel conflitto, ha detto no ai jet per l’Ucraina sul suo suolo. Spagna e Portogallo, fin dall’inizio, se ne stanno in disparte. Evitando di far arrabbiare troppo il Cremlino.

Chi resta sulla barricata dell’oltranzismo? Il Paese che dipende di più in assoluto dal gas russo: noi. Abbiamo un ministro degli Esteri che apostrofa Vladimir Putin come farebbe uno scaricatore di porto ubriaco, dimenticando persino l’ABC della diplomazia e un presidente del Consiglio che in sede europea è l’unico a tenere bordone alle folli iniziative di Ursula von der Leyen. Masochismo? O forse frustrazione? Perché signori, parliamoci chiaro: Mario Draghi è stato estromesso da tutti i tavoli di trattativa che contano. Dopo l’offerta di mediazione cinese, chi parlerà infatti con Xi Jinping? Macron e Scholz. Roma non pervenuta. In tal senso, chiedete pure conto anche a chi – su queste pagine – millantava mirabolanti assi Italia-Francia che mettessero finalmente nell’angolo l’austerity tedesca. E chiedetevi a cosa (e a chi) sia realmente servito il Patto del Quirinale, alla luce della nostra marginalizzazione politica in sede europea (maledetto Pd che l'ha voluto e cercato fin dai tempi di Gentiloni).

Ed eccoci al punto, quello vero. Più la situazione si drammatizza, più è probabile ottenere deroghe. E l’Italia ha immediatamente bisogno di una sospensione del Patto di stabilità e di una Bce che domani dica una parola chiara. Non tanto sui tassi, ovviamente fermi almeno fino all’autunno, ma sulla prosecuzione degli acquisti. In tal senso, a Bruxelles e Francoforte si vocifera già su un morphing del Pepp in Uepp, dove al posto di Pandemic comparirà Ukraine.

C’è però un problema. Il Paese sta inabissandosi. Letteralmente. E se delle 500.000 imprese che a giorni rischiano la chiusura per l’intervento forzoso del Fisco sui conti correnti, sarebbe il caso di dare una bella occhiata anche in Borsa: Unicredit e Tim stanno letteralmente precipitando. Ben oltre il livello di tensione che si potrebbe attribuire al momento. Tradotto in maniera molto brutale: sono sotto attacco speculativo. E la Consob cosa fa? Dorme. E il Governo cosa fa? Si occupa dei profughi. Gli stessi che Boris Johnson respinge sulla Manica. E attenzione, perché – di colpo – i contagi da Covid sarebbero tornati a salire nel nostro Paese. Casualmente, proprio mentre il fronte dell’abolizione del Green pass stava allargandosi a dismisura e rischiava di travolgere le resistenze autolesioniste del ministro Speranza e dei suoi consulenti. Tradotto, forte rischio di prosecuzione di uno status che non ha eguali al mondo: fino al 31 marzo, doppio stato di emergenza. Cui seguirà quello singolo da operazione bellica abbinato comunque a restrizioni sanitarie che sono, di fatto, solo politiche.

Faccio notare come nessuno Stato europeo – nessuno – abbia proclamato lo stato di emergenza per la situazione in Ucraina. Solo noi. Noi che, in un mondo che si chiama fuori, ci vantiamo di armare l’Ucraina e sostenerla in ogni modo. Persino per un ingresso rapido dell’Ue, di fatto bocciato da tutti gli altri. Non a caso, il Copasir deve apporre il sigillo segretissimo sul contenuto delle nostre forniture belliche a Kiev. E Mosca ci mette dritti dritti nella lista nera, quando soltanto un mese fa i nostri imprenditori erano ricevuti con tutti gli onori al Cremlino e Mosca ci offriva gas a costo privilegiato.

Cosa stiamo combinando, sottobanco? Meglio chiederselo subito, perché qui non abbiamo a che fare con la Bce o con la Bundesbank: scherzare con il fuoco, quando l’interlocutore è il Cremlino, non appare postura salutare. E le ultime uscite di un maestro di diplomazia come Sergej Lavrov, decisamente esplicite nel loro irrituale tono di minaccia, dovrebbero far riflettere. E poi, com’è possibile che nel turbinio di eventi che il mondo sta vivendo, il Governo abbia però avuto la lucidità di porre un aut aut sullo stralcio della riforma del catasto dalla Delega fiscale? Sembriamo totalmente imbambolati dalle emozioni, incollati H24 alle lacrimevoli dirette dai confini ucraini e poi, di colpo, ritroviamo una freddezza e un pragmatismo riformista a dir poco teutonico? Qualcosa non torna. E poi, perché vendere la favola della diminuzione dell’80% della dipendenza da gas russo entro fine anno, girovagando a vuoto fra Qatar e Algeria, se i tecnici e i gestori del mercato energetico parlano onestamente e chiaramente di un periodo di transizione di almeno 5 anni? Forse, è meglio fare tana a qualcuno. E farlo subito.

Direte voi, una crisi di governo nel pieno di questo bailamme sarebbe una follia, un disastro. Perché mai? Il Governo in carica non sta facendo assolutamente nulla per l’economia reale e le famiglie. Nulla. Se non pensare al catasto. In compenso, in questo momento l’Europa può permettersi tutto tranne che un elefante nella stanza come l’Italia che vada in crisi strutturale. Perché trascinerebbe tutti con sé. I 280 miliardi di Btp nella pancia delle banche francesi in testa. E la Germania, pensate che reggerebbe l’onda d’urto di un altro 2011 con il prezzo del gas a 250-300 euro per megawatt/ora, il petrolio a 130 dollari al barile e il nickel che ha toccato i 100.000 dollari a tonnellata? Nemmeno per sogno. Se oggi si specula su Unicredit e Tim, paradossalmente, è proprio perché c’è questo Governo in carica. Dovevano migliorare il Paese, lo stanno portando al tracollo totale. Il Pnrr è carta straccia, certificato da un’organizzazione mai come oggi filo-governativa come Confindustria. Il Pil ha goduto del doping del superbonus, ma ora sta precipitando e appare quantomeno folle sperare che siano le spese militari di Leonardo e Finmeccanica a risollevarlo. Se non oggi, quando?

Perché attenzione, quando sarà passata la fase critica del conflitto, quando si stabilirà un cessate il fuoco e magari si aprirà un tavolo negoziale internazionale, allora torneranno alla carica con la ratifica parlamentare della riforma del Mes. A quel punto, altro ricatto sulla caduta del Governo. Altra fiducia. Ma se passa senza discussione quell’atto, poi non c’è più ritorno. Perché il nuovo Mes vincola i fondi per gli Stati che ne facciano richiesta non solo a un crono-programma di riforme che è diretta imposizione di un commissariamento de facto, ma anche alla presentazione di collaterale a garanzia di ciò che si ottiene dalle emissioni comuni di Mes-bond. A quel punto, il Governo Draghi diverrà esso stesso la clausola che l’Ue impone al nostro Paese per evitare che lo spread esploda. Scordatevi il voto nel 2023. Scordatevi la possibilità di negoziare. E preparatevi alla prosecuzione sine die dello status politico attuale. Sarà per questo che, unici in Europa, ci siamo garantiti un nuovo stato di emergenza fino al 31 dicembre?

Riflettete. Sono fatti, messi in fila. Non opinioni. Staccare la spina oggi è ancora possibile e con costi che l’Europa – Bce in testa – non può permettersi che Roma si sobbarchi da sola. Già domani sarà tardi.

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