L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

lunedì 7 marzo 2022

Rimozione di secoli di stragi ai danni dei nativi colonizzati, di aggressioni imperialiste, di appoggio a dittatori sanguinari al fine di imporre lo “stile di vita” occidentale, di campagne di esportazione di quella “democrazia” a Gaza, a Beirut, a Belgrado, a Kabul, a Baghdad, a Tripoli, a Damasco, in America Latina, nella Grecia dei colonnelli e in quella di oggi grazie ai preziosi uffici delle province oltreatlantico.

L’etica pubblica veste l’orbace


Anna Lombroso per il Simplicissimus

Fino a quattro giorni fa il feroce tribunale della maggioranza ha sottoposto a linciaggio chi aveva l’ardire di paragonare il processo che aveva preparato le leggi razziali, le persecuzioni, le deportazioni con lo stato di eccezione introdotto a scopo “sanitario” e declinato in sospensione della democrazia, riduzione dei diritti fondamentali a uno, l’accesso alla vaccinazione resa surrettiziamente obbligatoria, l’adozione di uno strumento che è risultato la principale ragion d’essere della gestione della pandemia, per consolidare un sistema di sorveglianza, controllo e discriminazione ai danni dei disubbidienti, dei critici del sistema, degli eretici della religione del profitto e dello sfruttamento confortato dai dogmi di Scienza e Progresso.

Fino a quattro giorni fa, quando invece gli stessi che reclamavano il Tso per gli incauti autori dell’inappropriato confronto, vantando una superiorità culturale e morale, hanno sfoderato un parallelismo più ardito e suggestivo, tirando fuori dal sepolcro il povero Pertini o il contestato, sempre da loro, Bentivegna a conferma della loro tesi, secondo la quale gli Alleati di un tempo e di oggi non possono che armare l’Ucraina, come allora furono armati i partigiani, in modo da aiutarli a liberarsi dall’empio invasore. Che poi è lo stesso contro il quale si era mobilitata l’alleanza nazifascista ieri e quella euroatlantica liberista oggi, parimenti preoccupate dall’influenza politica, economica e perfino ideologica di una federazione sopravvissuta alla disgregazione del suo impero e alla fine delle ideologie.

A sostegno dell’incauta equiparazione arrivano gli stessi pensatori che per due anni si sono astenuti dalla critica antagonista, convinti della bontà delle misure governative: divisione della popolazione in improduttivi da conferire in discarica, essenziali di esporre a ogni rischio, ceti e corporazioni, a cominciare dalle loro, da tutelare con un avveduto isolamento, lockdown arbitrari stabiliti da imprese e padronato, obbligatorietà del patentino in forma di tessera di adesione al regime. E che oggi aggiungono al repertorio di atti di fede nei confronti della scienza e di obbedienza alle autorità, l’interventismo secondo gli imperativi della Nato, dell’Europa e dell’ideologia dominante che raccomanda a chi è dalla loro parte di perseguire la pace con la guerra, armandosi, armando e incrementando gli utili dell’industria della belligeranza, grazie al doveroso sacrificio umano e economico dei popoli mandati al macello o a macellare.

Ieri il laico Flores d’Arcais è diventato crociato, si è messo l’elmo e ha sguainato la spada contro le mollezze degli Usa e la codardia europea che non assecondano le richieste “legittime” di Zelenskyi, pattugliando con i caccia i cieli ucraini e inviando armamenti, perché “non si può volere la pace senza dare agli ucraini armi e protezione aerea”.

E siccome l’uomo è pratico, invita a far piazza pulita della storia e degli ideologismi che abusano delle responsabilità del passato per giustificare i crimini del presente. Così con una acrobatica manomissione della memoria e una vergognosa manipolazione della realtà ricorda come, giovinetto, ebbe a gridare in piazza “armi al Vietnam” e “Vietcong vince perché spara”, così come oggi grida dalla scrivania davanti agli inutili tomi della sua libreria “armi agli ucraini”, perché, e qui viene il bello, “quello degli Stati Uniti era imperialismo, ma di una democrazia, quello di Putin è l’imperialismo di un’autocrazia”.

Pensate che spreco! anni e anni di università come studente e come accademico, e siamo ancora a Tocqueville e alla rimozione di secoli di stragi ai danni dei nativi colonizzati, di aggressioni imperialiste, di appoggio a dittatori sanguinari al fine di imporre lo “stile di vita” occidentale, di campagne di esportazione di quella “democrazia” a Gaza, a Beirut, a Belgrado, a Kabul, a Baghdad, a Tripoli, a Damasco, in America Latina, nella Grecia dei colonnelli e in quella di oggi grazie ai preziosi uffici delle province oltreatlantico.

Come si sa ormai la vera lezione della storia risiede nella sua incapacità di insegnare qualcosa ai popoli mentre tiranno e despoti apprendono sempre come consolidare la loro potenza con la guerra che ha sempre gli stessi obiettivi e le stesse modalità, accumulazione, sfruttamento, furto e morte, grazie alla creazione di un apparato militare e etico. Quello che che legittima l’Alto rappresentante per la politica estera dell’Ue Josep Borrell a proclamare che l’Ue armerà le forze ucraine per sostenerle “nella loro eroica battaglia”, Draghi a giustificare l’ennesimo affronto alla Costituzione con l’invio di dispositivi bellici letali di offesa, Letta a deplorare la perdita per noi occidentali della “potenza delle armi” per via di un vigliacco disfattismo che non sopporta “ di subire perdite in una guerra convenzionale”, i generali a ricordare che bisogna mostrare i muscoli per non partire da perdenti rinunciatari al tavolo delle trattative.

I pacifisti pelosi e senza disarmo delle piazze riconquistate grazie all’eclissi della pandemia, almeno questo risultato lo varranno riconoscere a Putin, sventolano le bandiere arcobaleno, quelle dell’Ue e quelle del battaglione Azov, capitate là per caso malgrado la vigilanza dello stesso servizio d’ordine che ha concesso o meglio favorito l’irruzione nei locali della Cgil, ci ricordano che tutti i miti, gli slogan, i valori o sono stati demoliti o sono stati espropriati dall’ideologia totalitaria che li ha fatti propri con la complicità della brava gente che se ne libera volentieri perché sono scomodi da tenere sulle spalle e incompatibili con la sopravvivenza garantita dell’assoggettamento, dal conformismo, dall’obbedienza, anche quando è autolesionista.

E si capisce così il successo del disinvolto paragone, che suggerisce di donare generosamente armi al governo golpista del protettore dei neonazisti dichiarati, alla stregua dei lanci notturni ai partigiani.

Vien bene eccome, perché rivela l’accondiscendenza a scelte che fanno della guerra la soluzione dei problemi irrisolti da una pace fittizia e l’opportunità per immaginare i frutti della ricostruzione, non essendo bastate le occasioni offerte dalla pandemia, ora rimossa.

Perché mostra il grande lavoro compiuto per occupare le menti, in modo che venga accettato il principio indicatore che la necessità non permette la libertà nemmeno di pensiero e che saranno premiati quelli che si impegnano a dimostrare virtù e bontà delle decisioni di chi comanda anche quando vanno contro l’interesse generale.

Perché accerta che l’opera di demolizione delle democrazie nate dalla Resistenza compiuta dalla artificiale costruzione sovranazionale europea è andata a buon fine, sollecitando i cittadini a sopportare che le Carte costituzionali vengano stravolte e stracciate.

Lo dimostra il fatto che non a caso si attribuisce agli ucraini e ai partigiani la stessa volontà: liberarsi dell’invasore, secondo un’interpretazione indegna della volontà di riscatto che dimostrammo e della storia.

I partigiani, tutti, combattevano è vero per cacciare l’occupante, ma lottavano per affrancarsi da un regime e da un sistema sociale, economico e culturale che aveva umiliato e impoverito il Paese portandolo in una guerra sciagurata, producendo fratture insanabili tra i cittadini, creando disuguaglianze e generando discriminazioni e persecuzioni scellerate.

Volevano e usavano le armi, a fianco di 5000 partigiani di origine russa, di cui circa 400 persero la vita, somministrate con avarizia e a condizioni umilianti dagli alleati, per riprendersi con la propria terra, il diritto a credere che fossero possibili uguaglianza, libertà, fraternità.

Ed è per questo che c’è una cospirazione orchestrata per farcelo dimenticare.

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