L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

mercoledì 9 marzo 2022

Stagflazione 85


9 MARZO 2022

Fino alla prima metà dello scorso mese, le scelte che la Banca centrale europea avrebbe dovuto prendere in relazione alla politica ei tassi d’interesse apparivano difficili ma non insormontabili. Con una inflazione – al tempo – attesa al di sotto dei due punti percentuali e un caro prezzi di circa quattro, un incremento dei tassi avrebbe parzialmente giovato all’economia, aiutando ad una graduale ripresa del sistema economico dell’Eurozona.
Con lo scoppio della guerra in Ucraina, le sanzioni alla Russia e le incertezze legate al prezzo delle materie prime tale opzione, però, appare difficilmente percorribile, con Francoforte sul Meno che si vedrà probabilmente costretta a lasciare, ancora una volta, invariati gli indici dei tassi di interesse. Uno scenario che, però, potrebbe portare a scenari non necessariamente migliori, tra i quali figura l’incubo di ogni economia di mercato: la stagflazione.

La politica monetaria non basta: il rischio stagflazione è alle porte

Quando si parla di stagflazione, nel gergo si intende quella particolare spirale all’interno della quale una economia cade, trovandosi al tempo stesso a dover affrontare sia una crescita quasi nulla sia una forte inflazione dei prezzi al consumo. Sebbene le stime per l’Eurozona si “limitino” ad aumenti attesi tra i quattro ed i sei punti percentuali, è anche vero che la stabilità monetaria che ha da sempre contraddistinto la valuta comunitaria rende ben più grandi della loro apparenza i numeri legati al caroprezzi.

Analogamente a quanto verosimilmente accadrà anche negli Stati Uniti e nel Regno Unito, dunque, la strada che la Bce intraprenderà sarà quella di posticipare l’aumento dei tassi di interesse. Una scelta non indolore, se si considera come questa manovra significhi di fatto immettere un valore di circa 60 miliardi di Euro nell’economia del Vecchio continente.

L’economia europea non cammina sulle proprie gambe

Come sottolineato già in precedenza, non si tratta del primo rimando dell’aumento dei tassi di interesse. Dapprima la crisi dei Debiti Sovrani, quindi la pandemia di coronavirus e, adesso, anche la guerra in Ucraina. In sintesi, procrastinare l’aumento dei tassi significa accettare e riconoscere che l’economia d’Europa, così come è strutturata, non è assolutamente in grado di sorreggersi da sola.

L’assenza però di una vera natura di confederazione, però, rende anche meno efficaci le stesse misure della Bce, le quali si trovano nella condizione di doversi adattare alle esigenze di ogni singolo Stato membro. E come si può facilmente dedurre, le esigenze di un Paese come l’Ungheria non possono essere le stesse di un Paese come la Grecia, o Come la Germania, o come la Francia.

Anche i governi dovrebbero intervenire

Nello scenario evidenziato, dunque, appare chiaro come, oltre alla Bce, anche i singoli governi nazionali dovrebbero rendersi disponibili a scendere in campo per sostenere l’economia. In modo particolare, per scongiurare le conseguenze peggiori relative al rincaro dei prezzi dell’energia, del gas e dei combustibili fossili, i quali rischiano di essere gravosi sia sulle famiglie sia sulle imprese.

Una nuova serie di manovre accurate, più che i “bazooka” dell’era pandemica, dovrebbe essere la strada da seguire, col fine di evitare che le incertezze del periodo attuale minino ulteriormente le speranze di crescita dell’Eurozona. E, soprattutto, dovranno rivelarsi in grado di limitare gli impatti che le sanzioni imposte a Mosca, al fine di evitare che l’arma utilizzata nei confronti della Russia si riveli essere in realtà a doppio taglio.

La Bce teme il default di Mosca e di Kiev

Come sottolineato nel passaggio precedente, i rischi che le sanzioni imposte a Mosca si riversino anche sulle economie europee sono molteplici. Esse, però, non si limitano “solamente” alle conseguenze commerciali ed all’aumento dei prezzi delle materie prime, ma si estendono anche a quelle legate più strettamente all’Economia politica.

Con i costi militari legati alla guerra per Kiev e con il blocco ben più che parziale delle esportazioni per Mosca, infatti, il rischio per i due Paesi è quello di dover dichiarare il default anche in tempi brevissimi. E se ciò si verificasse, purtroppo, le conseguenze sarebbero purtroppo percepite in modo netto anche in Europa.
Con l’Ucraina di fatto distrutta e con la Russia senza possibilità di movimentare denaro, la stabilità del sistema economico europeo rischia di subire un contraccolpo che necessiterà di anni prima di essere completamente assorbito. E questa situazione, purtroppo, si tradurrebbe in uno scenario assai grigio dal quale sarà complicato uscirne.

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