L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

lunedì 21 marzo 2022

Suggeriamo alla Bce, ormai disunita e in stato confusionale irreversibile, di guardare il costo delle materie prime, che oggi sono il vero parametro per fare qualsiasi tipo di politica monetaria e cominciare a dire che non ci può essere una politica monetaria ugualitaria per paesi che hanno esigenze diverse e a volte divergenti, sarebbe già un gran passo in avanti

BCE nel pallone: vuole alzare i tassi, ma teme la crisi economica e apre sullo spread
La BCE vorrebbe alzare i tassi, ma a pochi giorni dall'annunciato taglio degli acquisti di bond fa una mezza marcia indietro
di Giuseppe Timpone , pubblicato il 20 Marzo 2022 alle ore 12:05


Solamente una settimana fa, la BCE aveva annunciato il taglio degli acquisti dei bond nel secondo trimestre di quest’anno per complessivi 30 miliardi di euro. Questo giovedì, invece, il governatore Christine Lagarde si rimangia la parola, parlando di un istituto pronto a fare marcia indietro sulla riduzione dello stimolo monetario, se fosse necessario dinnanzi ai rischi posti dalla guerra.

La confusione mentale a Francoforte la fa da padrone in questa fase. Il capo economista, Philip Lane, che ha il compito imbarazzante di spiegare ai mercati cosa intenda dire Lagarde al termine di ogni conferenza stampa, ha spiegato che la BCE procederà sulla riduzione degli stimoli in base ai dati. D’altra parte, l’inflazione è stata stimata per quest’anno in rialzo al 5,1%, mai così alta da quando esiste la moneta unica nell’Eurozona. Ma il rischio avvertito da tutti è che la frenata dell’economia nell’area si faccia pesante a causa della guerra e del conseguente boom dei prezzi delle materie prime.

C’è un’espressione di Lagarde che va presa in considerazione, quasi una sorta di antitesi rispetto all’infausto “non siamo qui a chiudere gli spread” di due anni fa. Il governatore ha rassicurato che, al fine di scongiurare il pericolo di una frammentazione monetaria nell’area che inceppi il meccanismo di trasmissione delle misure adottate, la BCE può studiare strumenti che la contrastino. In soldoni, un piano anti-spread. Parole che riecheggiano la preoccupazione espressa un mese fa niente di meno che dal consigliere esecutivo Isabel Schnabel, di nazionalità tedesca e per questo ancora più interessante nelle sue esternazioni di rottura con l’ortodossia della sua patria.

Di cosa ha paura la BCE? Che tagliando gli acquisti dei bond e iniziando ad alzare i tassi d’interesse successivamente, il costo di emissione del debito cresca in misura molto maggiore in alcuni stati come l’Italia, che hanno già alti livelli di indebitamento e, pertanto, non godono della fiducia piena dei mercati.Per evitare questo scenario, l’unica soluzione efficace sarebbe un piano anti-spread automatico, posto che ne esista già uno condizionato all’adozione di riforme del governo richiedente. Fu varato nell’estate 2012 dall’allora governatore Mario Draghi, si chiama OMT (Outright Monetary Transactions) e non è mai stato attuato proprio per il commissariamento che comporterebbe degli stati che ne facessero richiesta.

Tassi BCE su con piano anti-spread

Un piano anti-spread automatico potrebbe funzionare così: acquisti BCE dedicati ai titoli di stato oggetto di speculazione sui mercati fino a rientrare al di sotto di un certo livello di spread rispetto ai titoli “core” della Germania alle varie scadenze. In alternativa, la BCE potrebbe dichiarare di tollerare solamente fino a determinati livelli di spread massimi (100-200 punti?), toccati i quali agirebbe sui mercati. In questo secondo caso, probabile che gli investitori neppure sfiderebbero la BCE, consapevoli che ne uscirebbero sconfitti.

Tuttavia, meccanismi di questo genere sono mal visti nel Nord Europa, dove sono forti i timori di lassismo fiscale nel Sud. Sarebbero eventualmente accettati in cambio di meccanismi altrettanto automatici nel perseguire politiche di consolidamento dei bilanci statali. Ma questo non sembra l’orizzonte verso cui l’Eurozona stia tendendo. Anzi, il Patto di stabilità così come esisteva fino alla pandemia non sarebbe più riattivato. La stessa Germania riconosce la necessità di investire di più nella transizione energetica e, adesso, anche nelle spese militari.

Del resto, c’è l’urgenza di tenere l’inflazione sotto controllo. I tassi BCE dovranno salire prima o poi, verosimilmente da qui ai prossimi 12 mesi. Per farlo, però, la politica fiscale non potrà diventare restrittiva nel medio termine, altrimenti la recessione economica sarebbe assicurata. Ai tedeschi si pone di fronte un bivio: scegliere di imboccare la strada della lotta all’inflazione o della lotta al debito. Sono due temi cari a Berlino, come si chiedesse loro se vogliano più bene a mamma o papà. Una risposta la dovranno dare ufficiosamente molto presto. Dopo la pandemia, l’Unione Europea reagì eccezionalmente bene con il varo del Recovery Fund. Alla guerra non si sta replicando con altrettanta unità. Gli eurobond restano in forse e la BCE non sa cosa fare.Ma non potrà continuare a balbettare a lungo con Federal Reserve e Banca d’Inghilterra che hanno già iniziato ad alzare i tassi.



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