L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

martedì 22 marzo 2022

Trattare con Mosca è facile ma Gli Stati Uniti, la Nato, Euroimbecilandia non vogliono. Prendere in considerazione il Principio dell'indivisibilità della sicurezza, crisi del 1962 con Cuba, demilitarizzazione e denazificazione dell'Ucraina sono i temi lanciati, a livello diplomatico, a dicembre del 2021 dalla Russia e con termine 30 gennaio 2022 che sono stati ignorati. I rapporti sul campo dovrebbero consigliare di trattare questi temi invece si continua a gettare benzina sul fuoco e anche il Vaticano vuole che il falò non smetta


21 MARZO 2022

Trattare con Vladimir Putin per il futuro dell’Ucraina potrebbe essere molto più complicato del previsto. E non solo per la distanza, ancora piuttosto marcata, tra le richieste di Mosca e le concessioni di Kiev, ma anche e soprattutto per il comportamento del presidente russo: criptico, enigmatico e difficile da decifrare.

Secondo una delle opinioni più diffuse, basterebbe un incontro tra Volodymyr Zelensky e il capo del Cremlino per partorire seduta stante un accordo di pace o, se non altro, una tregua che consenta ai civili di rifiatare.

Lo stesso Zelensky, nel corso di una recente intervista, era sembrato quasi rassegnato quando ha dichiarato che l’unico modo per evitare lo scoppio della Terza Guerra Mondiale consisteva nel “parlare con Putin”. “Dobbiamo usare qualsiasi formato, qualsiasi chance di poter parlare con Putin. Se questi tentativi falliscono, allora vuol dire che questa è la Terza Guerra Mondiale. Sono pronto a negoziare. Sono stato pronto negli ultimi due anni. Senza i negoziati non si può mettere fine a questa guerra”, ha sottolineato il leader ucraino.

I “compiti a casa”

La risposta della Russia è arrivata nel giro di circa 24 ore. Giusto il tempo di prendere nota e rilasciare l’annuncio nell’ormai consueto briefing del Cremlino con la stampa. Dmitry Peskov, portavoce della presidenza russa, ha avuto l’occasione per fornire il feedback ufficiale di Mosca.

È impossibile, al momento, organizzare l’incontro Putin-Zelensky perché non è ancora stato trovato un accordo sui possibili risultati dei colloqui e, dunque, le parti non avrebbero nulla da mettere sul tavolo: questa la sintesi dell’intervento di Peskov, che ha poi lanciato una frecciatina velata all’indirizzo del governo ucraino.

Prima di un eventuale trattativa “c’è la necessità di fare i compiti a casa“, e cioè “tenere i colloqui e concordare i loro risultati”; soltanto a quel punto avrebbe senso sedersi attorno ad un tavolo e trattare. Ad oggi, Zelensky e Putin “non avrebbero nulla da documentare, non ci sono accordi da documentare”. Ma quali i compiti di cui parla Peskov? È probabile che il portavoce si riferisca alle condizioni richieste da Mosca e non accettate da Kiev, chiamata dallo stesso portavoce, non a caso, ad essere “più disponibile”.

Trattare con Putin

In un certo senso possiamo suddividere i negoziati in due livelli distinti. Da una parte troviamo quanto spiegato nel paragrafo precedente, ovvero la trattativa nuda e cruda da intavolare su punti e tematiche, dalla neutralità dell’Ucraina al ritiro dell’esercito russo e via dicendo. Questa dimensione rappresenta un nodo spinoso, ma comunque più facile da sciogliere rispetto al secondo livello, prettamente psicologico, che chiama in causa Putin in persona.

Immaginiamo la scena: Zelensky e Putin seduti, faccia a faccia, per discutere in merito al destino ucraino. Senza prima un’accurata preparazione, difficilmente il presidente ucraino riuscirà ad ottenere la fumata bianca. Neppure Angela Merkel, nel 2014, fu in grado di fare il miracolo.

A Milano, in occasione del vertice eurasiatico, la Cancelliera cercò, assieme agli altri leader europei, di trovare un’intesa con il capo del Cremlino chiedendogli un contributo decisivo per disinnescare le tensioni con l’Ucraina e, più nello specifico, il ritiro delle forze armate russe dalla Crimea. Niente da fare: Putin, di fatto, voleva che l’Ue riconoscesse il “golpe nazista” avvenuto a Kiev e che smettesse di dire che la Crimea era stata invasa dai soldati russi. Impossibile trattare con Putin, fu il verdetto di Angela Merkel, non certo l’ultima arrivata.

Questo precedente ci ricorda che, per negoziare con il presidente russo, è necessario calarsi a 360 gradi nella sua mente piena di richieste apparentemente inaccettabili per l’Occidente. Soltanto a quel punto, dimostrando fermezza su alcuni punti ma concedendo anche qualcosa su altro, forse potremo assistere alla fumata bianca. L’importante, per il capo del Cremlino, è che la exit strategy russa in Ucraina possa rendere la sua immagine vincente agli occhi del mondo.

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