L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

lunedì 7 marzo 2022

Un governo di criminali

QUANDO LA POLITICA ESTERA ITALIANA È MIOPE E SENZA VISIONE STRATEGICA


06/03/22

Potremmo essere sull'orlo di una guerra nucleare in Ucraina (anche se io credo che nessuno degli attori coinvolti sia interessato a farla) e come spesso accade, nonostante la situazione stesse degenerando da anni, si ricorre ai "tapulli" come l'invio frettoloso di armi o sanzioni come se non ci fosse un domani (ha senso escludere gli atleti russi dalle paralimpiadi invernali...?).

Lavoro e mi interesso di argomenti della difesa da tanti anni, e potrebbero esserci dozzine di riflessioni sulla crisi in corso su cui dibattere. Non mi piace il tifo da stadio, ma purtroppo negli ultimi decenni sembra essere diventato impossibile discutere di fenomeni complessi in modo articolato e tenendo in considerazione la storia, la geopolitica, l'economia e i tanti (diversi) interessi coinvolti; e si ricorre più semplicemente alla ben consolidata divisione tra "buoni e cattivi" (lo facciamo dal '43).

Mi concentrerò su un punto che al momento non è stato preso in considerazione da nessun analista e partirò dal vecchio (e quanto mai attuale) adagio "Si vis pacem, parabellum".

La deterrenza è da sempre un'arma che ha garantito una pseudo-pace, o quanto meno il degenerare in un conflitto nucleare tra grandi potenze. Non si attacca un paese che ha delle FF.AA. strutturate, credibili e ben armate. Sarebbe semplicemente un atto suicida.

Dal golpe del 2014 era chiaro che la Russia non avrebbe permesso di avere un altro paese confinante filo occidentale o addirittura membro della Nato.

Mandare armi ora per equilibrare una guerra in corso è in questo caso doveroso per supportare l'aggredito, ma causerà il prolungamento del conflitto e maggiori vittime per entrambi gli schieramenti. Tuttavia se fossero stati armati prima a sufficienza, rendendo un'eventuale invasione dei russi più rischiosa, costosa ed incerta, questi ultimi ci avrebbero riflettuto molto di più. Ma l'Italia, attraverso l'ufficio incaricato di rilasciare le licenze d'esportazione, ha ben pensato di negare qualsiasi autorizzazione all'esportazioni di materiale bellico all'Ucraina negli ultimi anni, che invero avrebbero potuto contribuire in maniera strutturata all'aumento della deterrenza verso la Russia.

Quindi, se non avessimo vietato all'Ucraina il diritto all'autodifesa, vietando l'esportazione di materiale di armamento, l'Ucraina avrebbe potuto creare una maggiore deterrenza rendendo (forse) improbabile l'aggressione Russa.

Ora invece, a guerra scatenata, le armi mandate in tutta fretta contribuiranno a esacerbare il conflitto e renderlo più sanguinoso. Forse bisognava pensarci prima, e incominciare a fare più "realpolitik" nell'interesse dell'Italia.

C. Saltamonte

Fotogramma: RAI

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