L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

martedì 15 marzo 2022

Un servo non può diventare un politico

IL PARADOSSO ITALIANO
Guerra e leadership: l’Italia di Draghi non c’è

Non a caso l’Italia è stata esclusa dai vertici internazionali per una soluzione negoziata del conflitto in Ucraina. Il paradosso è che, nonostante le credenziali di Draghi (o forse proprio a causa di queste), il Paese è senza autentica leadership politica. Platone lo aveva previsto

di Antonella Grippo
13 marzo 2022 5:00

Il premier Draghi

Platone la definì "scienza regia" perché in grado di raccordarle tutte: è la politica a decidere se e per quale ragione le cose vanno fatte. La tecnica, al massimo, può stabilire come. A quest'ultima, infatti, non spetta dischiudere orizzonti di senso né tracciare scenari. Non a caso, in greco antico, "téchne" significa perizia, abilità, padronanza delle regole di un mestiere. Arte del fare. Ergo, il fine vanta una sua sovrana irriducibilità al mezzo. La politica detiene un inderogabile primato: è esercizio di Visione. Disegno. Non può negoziare la sua "aura" a vantaggio di questo o quel sapere specifico. Di questo o di quel mestiere.

Non ce ne voglia Mario Draghi se - da insolenti epigoni della più grande grecità filosofica - ci permettiamo di avanzare qualche dubbio circa il suo "salvifico" avvento sulla scena del governo italico, in qualità di Divino Contabile della finanza internazionale. Non ce ne voglia se osiamo "attentare" alla mistica dello specialismo più raffinato: l'efficienza di marca iperazionalistica. Del resto, per chi non ha mai coltivato l'ossequio dei Ciampi e dei Monti, si tratta di cosa già edita.

Si potrebbe obiettare che le tecnocrazie hanno ridotto la politica al rango di periferia del Potere. Parrebbe di sì. A maggior ragione, occorre rivalutarne le prerogative. Del resto, quando ci sorprendiamo a bordo di una struggente nostalgia per l'avveduta "attenzione estera" di Aldo Moro verso il Mediterraneo o per il bagliore della potente notte craxiana di Sigonella, è chiaro che qualcosa non va. Se ci riscopriamo avvinti - nel bene e nel male - all'immaginario desueto delle Frattocchie togliattiane o della Scuola democrista della Camilluccia, vuol dire che stiamo mobilitando tutti gli anticorpi per non finire stritolati dentro le fauci dell'onnivoro Homo Technicus. Nell'accezione più ampia del termine.

In verità, SuperMario - quale eminente rappresentante della suddetta specie - ha fatto il suo ingresso a Chigi grazie all'insipienza del peggiore ceto politico dell'intera vicenda repubblicana: fuochisti, macchinisti, ausiliari e uomini di fatica. Con tre anni di militare a Cuneo (Totò dixit). Ex salvinici di No euro e di disdetti sovranismi; grillettini dalla smarrita illibatezza, della serie "mai con Rocco Siffredi e con Juan El Caballo Loco". Un Pd in rigor mortis e Fiacca Italia fu Forza. Detto ciò, occorre salvaguardare un punto di vista laico, non genuflesso -per intenderci - al feticcio del Ragioniere Universale che dilania partiti e appartenenze di bandiera, in nome di una presunta superiorità antropologica rispetto al cucuzzaro.

Draghi - di fatto- a furia di tirarsela più del dovuto, rischia di andare incontro alla vendetta postuma di Platone, Machiavelli, Locke, Hobbes, Montesquieu e Kant. Tanto è vero che, in questo tragico frangente storico e con la terribile guerra in corso, non è che stia facendo un figurone. L'Italia è fuori dai giochi della diplomazia internazionale. Non tocchiamo palla. Quando Biden parla di Europa, cita solo Francia e Germania o, in alternativa, i Paesi del fronte orientale della Nato: Polonia, Repubbliche Baltiche, Romanìa. Il segretario di Stato americano, Anthony Blinken, ha concluso il suo viaggio in Europa con un bilaterale all'Eliseo al cospetto di Le Drian e Macron. Come se non bastasse, il capo di Stato transalpino era già stato convocato per una cosa a tre con il cancelliere tedesco Scholz e il Presidente cinese Xi jinping. L'Italia non se la sono filata di pezza.

Di Draghi si sono smarrite le tracce. Versailles, di certo, non ci ha consolato granché. Il Bel Paese, sul proscenio globale, appare orfano di autorevole leadership politica. Contiamo al pari del due di coppe quando la briscola è a bastone. A dispetto del fatto che il Sublime Mario, stanti le ottimistiche previsioni del recente passato, avrebbe dovuto orientare i destini dell'Europa dopo l'uscita di scena di Angela Merkel. C'è poco da fare: è la "scienza regia", bellezza! Qualcuno lo aveva intuito già nel IV secolo avanti Cristo.

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