L'albero della storia è sempre verde

L'albero della storia è sempre verde

"Teniamo ben ferma la comprensione del fatto che, di regola, le classi dominanti vincono sempre perché sempre in possesso della comprensione della totalità concettuale della riproduzione sociale, e le classi dominate perdono sempre per la loro stupidità strategica, dovuta all’impossibilità materiale di accedere a questa comprensione intellettuale. Nella storia universale comparata non vi sono assolutamente eccezioni. La prima e l’unica eccezione è il 1917 russo. Per questo, sul piano storico-mondiale, Lenin è molto più grande di Marx. Marx è soltanto il coronamento del grande pensiero idealistico ed umanistico tedesco, ed il fondatore del metodo della comprensione della storia attraverso i modi di produzione. Ma Lenin è molto di più. Lenin è il primo esempio storico in assoluto in cui le classi dominate, sia pure purtroppo soltanto per pochi decenni, hanno potuto vincere contro le classi dominanti. Bisogna dunque studiare con attenzione sia le ragioni della vittoria che le ragioni della sconfitta. Ma esse stanno in un solo complesso di problemi, la natura del partito comunista ed il suo rovesciamento posteriore classistico, individualistico e soprattutto anti- comunitario" Costanzo Preve da "Il modo di produzione comunitario. Il problema del comunismo rimesso sui piedi"

mercoledì 20 aprile 2022

“I neo-Nazi imperversano in Ucraina, ma il Nazismo non è più il male assoluto (per l’Occidente)”, 30 novembre del 2014 articolo della Stampa

Crisi ucraina: i punti qualificanti per una pace possibile
di Bruno Steri
10 aprile 2022


Fatti rimossi e sentimenti a corrente alternata

«(…) Questa guerra, come ha detto Lucio Caracciolo sulla rivista di geopolitica Limes, sarà ricordata come un “collasso dell’informazione”, intrisa com’è di bugie e omissioni. (…) Lo scorso 23 febbraio, la tivù satellitare Al Arabyia denuncia via Twitter un massacro: “10mila morti e 50mila feriti in Libia”, con bombardamenti aerei su Tripoli e Bengasi e fosse comuni. La fonte è Sayed Al Shanuka, che parla da Parigi come membro libico della Corte penale internazionale. La “notizia” fa il giro del mondo e offre la principale giustificazione all’intervento del Consiglio di Sicurezza e poi della Nato: per “proteggere i civili”. Non fa il giro del mondo invece la smentita da parte della stessa Corte Penale internazionale. (…) E la “fossa comune” in riva al mare? E’ il cimitero (con fosse individuali!) di Sidi Hamed, dove lo scorso agosto si è svolta una normale opera di spostamento dei resti. (…) I soldati libici sono sempre definiti “mercenari”, “miliziani”, “cecchini”. “I mercenari, i miliziani e i cecchini di Gheddafi violentano con il Viagra”: è stata l’accusa della rappresentante Usa all’Onu Susan Rice. Ma Fred Abrahams, dell’organizzazione internazionale Human Rights Watch, afferma che ci sono alcuni casi credibili di aggressioni sessuali (del resto il Governo libico e alcuni migranti muovono le stesse accuse ai ribelli) ma non vi è la prova che si tratti di un ordine sistematico da parte del regime».

Questo è ciò che scriveva il 14 giugno 2011 Famiglia Cristiana nel Dossier ‘Libia: e se fosse tutto falso?’, a proposito dell’attacco Nato alla Libia di Gheddafi. Potremmo aggiungere alla galleria dei ricordi più raccapriccianti la fialetta che Colin Powell agitò davanti al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite nel 2003, a suo dire contenente antrace “iracheno”, per giustificare l’aggressione ad un Iraq additato come produttore di armi di distruzione di massa: una menzogna costata centinaia di migliaia di vittime civili.

Tali precedenti, oggi dimenticati dall’informazione mediatica, ci inducono oggi a mantenere un atteggiamento di grande cautela davanti alle notizie di fosse comuni rinvenute nei dintorni di Kiev e di stupri, le cui responsabilità sono stavolta poste a carico dei soldati russi. Beninteso, nessuno può restare insensibile davanti agli orrori di un conflitto bellico. Quel che invece non è tollerabile è una sensibilità a comando, lacrime a corrente alternata versate a seconda degli orientamenti geopolitici in campo: un bambino piangente non è tale solo se è ucraino; nonostante lo strabismo di lorsignori, resta tale anche se è iracheno, afghano, libico, siriano, ucraino del Donbass.

In ogni caso, la mozione degli affetti non può essere usata per annichilire il pensiero.

E, in effetti, è compito davvero improbo contrastare l’ondata propagandistica filo-Nato che quotidianamente ha invaso giornali e teleschermi. In particolare il nostro Paese con il suo Presidente del Consiglio e la sua maggioranza di governo a guida Pd, davanti al precipitare della crisi ucraina, anziché provare a porsi come soggetto indipendente e in grado di proporre alle parti in causa soluzioni credibili, si è confermato guardiano dell’ordineatlantico. A commento di una crisi che è pluriennale, al cui culmine è sopraggiunta l’azione militare di Vladimir Putin, hanno continuato a predominare falsificazioni (o quantomeno mezze verità) e clamorose omissioni di fatti.

Cause strutturali minimizzate

Così, abbiamo dovuto leggere editoriali che se la prendono con «chi, invocando pace, rifiuta di mandare armi alla resistenza di Kiev e prende per buone le motivazioni del tiranno di Mosca quando dichiara che ‘la Nato ci minaccia’» (Goffredo Buccini, La Stampa, 2 aprile 2022). In tre righe viene qui liquidata la più strutturale delle cause che spiegano l’attuale crisi: l’espansionismo verso Est dell’alleanza militare atlantica, un’alleanza che si è dimostrata tutt’altro che difensiva. In modo mistificatorio si omette di dire che l’iniziativa militare di Putin non è arrivata come un fulmine a ciel sereno. Tutt’al contrario, è stata l’intera storia dal secondo dopoguerra del secolo scorso in poi a prepararla. All’indomani della caduta del muro di Berlino, in più occasioni furono date formali rassicurazioni all’Unione Sovietica, come quella del rappresentante Usa Raymond Seitz citata su questo stesso sito da un documentato editoriale di Fausto Sorini: "Abbiamo promesso ufficialmente all’Unione sovietica (…) che la Nato non dovrà espandersi al di là dei confini della nuova Germania, né formalmente né informalmente" (Perché la crisi ucraina e come uscirne).

Analogamente, una giornalista lucida e onesta come Barbara Spinelli si guarda bene dall’oscurare la profondità storica degli eventi: «L’impegno occidentale non fu scritto, ma i documenti desecretati nel 2017 (sito del National Security Archive) confermano che i leader occidentali– da Bush padre a Kohl, da Mitterrand alla Thatcher a Manfred Wörner Segretario generale Nato – furono espliciti con Gorbaciov, nel 1990: l’Alleanza non si sarebbe estesa a Est ‘nemmeno di un pollice’ (assicurò il Segretario di Stato Baker)» (Una guerra nata dalle troppe bugie, ‘Il Fatto Quotidiano’, 26 febbraio 2022). E la stessa aggiunge: «E’ dall’11 febbraio 2007 che oltre i confini sempre più agguerriti dell’Est Europa l’incendio era annunciato. Quel giorno Putin intervenne alla conferenza sulla sicurezza di Monaco e invitò gli occidentali a costruire un ordine mondiale più equo (…). L’allargamento a Est della Nato era divenuto il punto dolente per il Cremlino e lo era tanto più dopo la guerra in Jugoslavia» (ibidem).

Un impegno, quello dell’establishment occidentale, che purtroppo è stato completamente capovolto dai successivi avvenimenti. Nei decenni trascorsi infatti sono progressivamente entrati a far parte della Nato ben 14 Paesi dell’ex Patto di Varsavia, oltre a quelli dell’ex Urss (Estonia, Lituania e Lettonia) e a quelli scaturiti dall’ex Jugoslavia, finendo così per cingere di basi militari coi relativi armamenti atomici i confini russi. In questo modo, editoriali come quello anzidetto non fanno che soffiare sconsideratamente sul fuoco, minimizzando quello che al contrario dovrebbe essere riconosciuto come uno dei punti essenziali alla base di una cessazione delle ostilità: la neutralità dell’Ucraina e, più in generale, un’inversione della suddetta tendenza occidentale (statunitense) alla minaccia bellica.

Tra l’altro, è sempre bene ribadire che escalations belliche convenzionali si producono in un mondo che vede le principali potenze in possesso dell’arma nucleare. Sento ripetere che il ricorso a quest’ultima non è nell’ordine delle cose o che comunque “è poco probabile”. Lo spero. Ma nello stesso tempo ricordo che tale arma è stata già usata dagli Stati Uniti nel secondo conflitto mondiale per piegare definitivamente le capacità offensive del Giappone. E che sempre un presidente Usa, il “pacifista” John Fitzgerald Kennedy, con un secco ultimatum minacciò lo scoppio di una Terza guerra mondiale nell’ottobre 1962 se le navi sovietiche, dirette a Cuba per installarvi missili balistici, non avessero fatto un immediato dietrofront. Per un’intera nottata l’umanità restò col fiato sospeso; e, se siamo ancora qui a scrivere e discutere, lo dobbiamo al fatto che l’allora Segretario generale del Pcus e capo dell’Unione Sovietica, Nikita Chruščëv, ordinò la retromarcia. Oggi non c’è più l’Unione Sovietica e non ci sono basi russe a Cuba, come non ce ne sono in Messico o in un qualsiasi altro sito che disti a qualche minuto da New York; ma il cosiddetto “equilibrio del terrore” mantiene il suo peso. E, a parti invertite, è stato evidentemente violato: dagli Stati Uniti. Non mi pare affatto si tratti di argomenti da trattare con disgustosa leggerezza.

Democrazia e nazifascismo

Ma veniamo a un’ulteriore significativo capovolgimento dei fatti. Sempre sul quotidiano La Stampa (2 aprile 2022), Aldo Cazzullo risponde ad un lettore che, pur condividendo la risoluta critica a Vladimir Putin, ritiene che si dovrebbe esprimere un’analoga critica a Bush junior per l’aggressione all’Iraq. Cazzullo riconosce il “gravissimo errore” commesso in quel caso dall’America di Bush; ma aggiunge che comunque «il raffronto con Putin non regge: l’Iraq era una dittatura (…). L’Ucraina è una democrazia», ancorchè "imperfetta" (specificazione ridondante, in quanto vale sempre quando si tratta di vicende umane). Ma è proprio così? E’ questa una differenza suffragata dai fatti? Certo non la vede così lo stesso Putin, visto che motiva il suo intervento militare anche con la necessità di “denazificare” l’Ucraina: il suo giudizio può essere tuttavia ritenuto privo di valore oggettivo dal momento che egli è parte in causa nella vicenda.

Più significativo ci pare invece quel che si sostiene in un articolo che il medesimo quotidiano torinese pubblicò il 30 novembre 2014, un articolo dal titolo inequivocabile: “I neo-Nazi imperversano in Ucraina, ma il Nazismo non è più il male assoluto (per l’Occidente)”. Si tratta di un’impietosa descrizione della nazificazione dell’Ucraina, avvenuta sotto gli occhi dell’Occidente, all’indomani del colpo di stato di EuroMaidan: un articolo sorprendentemente rimosso in data 11 marzo 2022 dal riferimento in rete del suddetto quotidiano, ma ancora reperibile grazie alla funzione ‘Wayback Machine’ di Internet Archive. L’articolo in questione prende le mosse dal voto espresso una settimana prima in sede ONU, con cui è stata approvata una mozione presentata dalla Russia contro “i tentativi di glorificazione dell’ideologia nazista e la conseguente negazione dei crimini di guerra nazisti, compreso l’Olocausto”. I voti favorevoli erano stati 115, gli astenuti 55 e 3 i contrari (Usa, Ucraina e Canada). In proposito l’articolo lamenta il fatto che «i media italiani hanno quasi del tutto ignorato la notizia (..) Del resto parlano poco anche delle atrocità che continuano ad essere compiute in Ucraina, come testimonia anche l’ultimo rapporto ONU». Ma soprattutto esso denuncia che la mancata unanimità del voto ONU sarebbe il minor problema «se non fosse che Neo-Nazisti in carne e ossa vengono non solo tollerati ma addirittura utilizzati, finanziati, premiati con cariche parlamentari, ministeriali e non solo». A riprova di tali giudizi, segue un dettagliato elenco di nominativi con i relativi alti incarichi istituzionali da questi occupati. Risparmiando la menzione dei nomi, vale la pena ricordare le cariche indicate: vice Primo Ministro, Segretario del Consiglio Ucraino di Difesa e Sicurezza Nazionale, vice Segretario del medesimo Consiglio, Ministro dell’Ecologia. A questi si aggiungono fondatori e capi dei battaglioni Shaktar, Aydar, Myotvorets, Donbass, Dniépr1, Azov ("responsabili di rapimenti, stupri, torture e assassinii di civili nella regione del Donbass ma anche a Mariupol" precisa l’articolo). In definitiva, stiamo parlando di alti rappresentanti istituzionali e capi militari, tutti leaders o ideologi di Svoboda e Pravy Sector (Settore Destro), formazioni dichiaratamente neonaziste. Il pezzo si conclude segnalando anche «l’apparente processo di ‘nazificazione’ in corso nelle scuole, come testimoniato dal tweet del presidente Poroshenko sull’addestramento militare a lezione e dall’immagine dei simboli nazisti in questa classe». Questo è ciò che scriveva non Putin ma il quotidiano La Stampa nel novembre 2014: il fatto che un mese fa l’articolo sia stato censurato e rimosso la dice lunga su certi proclami a favore di democrazia e libertà di informazione. Quanto alla “democrazia” dell’Ucraina, ci sarebbe da chiedere a Cazzullo: che opinione avrebbe di un’Italia che avesse all’interno delle sue forze armate, accanto ad alpini e carabinieri, battaglioni dichiaratamente nazisti con tanto di svastiche e croci celtiche?

Profondità storica della crisi ucraina

Per una reale comprensione degli avvenimenti odierni, è necessario mantenersi all’altezza di una giusta profondità storica. In effetti, il 2014 è stato un anno cruciale per la “democratica” Ucraina: un anno in cui, tra l’altro, un presidente regolarmente eletto è stato deposto da un colpo di stato, in un contesto socialmente e politicamente drammatico. Un istruttivo film documentario del pluripremiato regista statunitense Oliver Stone (Ucraina in fiamme, del 2016) ne fornisce un interessante resoconto. Testo e immagini ricostruiscono le vicende di un’Ucraina divisa, politicamente e geograficamente, tra un Est filo-russo e un Ovest filo-Usa. Dal 1991 in poi, con la scomparsa dell’Urss, l’avvento del libero mercato, la nascita di un gruppo ristretto di ricchi (i primi oligarchi) e l’impoverimento della maggioranza della popolazione, il suddetto contrasto si approfondiva e prendevano quota le proteste di piazza. Le elezioni presidenziali rappresentavano il culmine istituzionale di tale conflitto, con i voti che si spartivano pressoché a metà tra i due orientamenti. Dal 2004, la presidenza di Victor Yuschenko, sostenuta da tutta la stampa occidentale, aveva retto nonostante il crescere di un generale scontento, ma non fu confermata da un secondo mandato. Nel 2010 subentrò il filo-russo Victor Yanukovich, il cui primo atto istituzionale fu quello di togliere lo status di eroe dell’Ucraina (conferito dal suo predecessore) a Stepan Banderas, già fondatore dell’Organizzazione dei Nazionalisti Ucraini (OUN), antisemita e anticomunista (“Gloria agli eroi che hanno purgato l’Ucraina da russi ed ebrei!”). Il clima interno purtroppo non migliorò; anzi, tra novembre e dicembre del 2013 si concretizzarono gli scontri di EuroMaidan, con Settore Destro che era parte organizzata della protesta e dell’incipiente clima di violenza; e con scontri che causarono decine di morti tra i manifestanti. La Vicesegretaria di Stato Usa per gli Affari Europei, Mrs Nuland, così come il senatore ungherese naturalizzato statunitense John McCain ufficializzarono a più riprese il loro appoggio alle proteste; un altro senatore Usa Chris Murphy addirittura arringò la folla di piazza Maidan. La stessa ambasciata Usa era divenuta un riferimento organizzativo dei manifestanti.

A febbraio del 2014 era ormai raggiunto un punto di non ritorno, così sintetizzato nel video di Stone: "Scomparvero 67 ufficiali, morirono 14 agenti di polizia, 43 furono feriti. Vi fu un incontro tra Yanukovich e l’opposizione, ma la parte più radicale di quest’ultima non aveva intenzione di rispettare alcun patto". La sede del governo e la residenza di Yanukovich furono assalite da persone armate costringendo quest’ultimo a riparare in Russia: così "Il 23 febbraio 2014 Kiev dava il benvenuto al nuovo governo. (…) Il referendum della Crimea (16 marzo 2014) fu la risposta popolare al cambio di regime e non c’è da stupirsi di dichiarazioni come questa: ‘Noi non daremo la Crimea ai nazisti, a costo di versare il nostro sangue’ ". Nel referendum, il 96,77% dei partecipanti votò il ricongiungimento con la Federazione Russa. Commenta il video: «La stampa occidentale presentò ciò come se fosse stato prodotto da un’invasione russa, provocando una dura replica di Putin: “Non si può manipolare il diritto internazionale a seconda dei propri interessi geopolitici. Noi non vogliamo alcuna guerra, in Crimea non c’è stato un solo sparo”» . Non dunque spari, ma (a proposito di democrazia) un responso dato dalla quasi totalità della popolazione.

Così prosegue il resoconto di quell’anno: «Nella primavera del 2014 l’Ucraina dell’Est ribolliva di proteste contro le nuove autorità di Kiev. Questa regione, con una popolazione russofona, geograficamente e culturalmente vicina alla Russia, temeva le inclinazioni di ultradestra del nuovo governo, il suo nazionalismo. E aveva ragione. (…) Il giorno dopo il cambio di regime il nuovo governo approvava l’annullamento dello status ufficiale della lingua russa, che fu vietata dappertutto». Nel Donbass si intensificarono gli scontri e le proteste contro il governo; i gruppi proMaidan fecero a loro volta manifestazioni a favore del provvedimento. Così anche nell’Ucraina dell’Est si ripeteva lo scenario della Crimea: il 7 aprile Donetsk fu proclamata repubblica popolare e il governo di Kiev decise un intervento militare, definito “antiterroristico”. Ma i massacri durarono per tutti gli anni successivi. In quel tristemente fatidico 2014, vi furono eventi che lasciarono il segno nella storia dell’Ucraina, come l’eccidio del 2 maggio a Odessa, dove un gran numero di aderenti a formazioni di estrema destra lanciarono molotov contro la locale Casa del Sindacato, in quel momento occupata da membri del movimento antiMaidan, incendiandola e causando la morte di 43 persone.

Concludendo

Per la comprensione della crisi ucraina e per ragionare di una sua possibile ricomposizione, i fatti sin qui esposti non costituiscono un optional: ometterli equivale a non capire nulla degli avvenimenti in corso o, in ogni caso, significa imbrogliare le carte. Ed esporli non fa diventare amici di Putin, come invece vorrebbe una soffocante cappa propagandistica: da comunisti, guardiamo casomai al Partito Comunista della Federazione Russa, la cui risoluzione per il riconoscimento delle repubbliche del Donbass non a caso era stata votata il 15 febbraio scorso a grande maggioranza dallla Duma.

Risulta evidente che la neutralità dell’Ucraina, con il connesso stop all’allargamento verso Est dell’Alleanza atlantica, così come lo status della Crimea e dei territori del Donbass siano altrettanti punti qualificanti per un qualunque negoziato di pace. Ciurla nel manico chi sostiene che Putin abbia interesse all’annientamento dell’Ucraina. Come ha osservato il generale Fabio Mini, le bombe di Putin potrebbero devastare quel Paese, ma questo non è il suo reale obiettivo. Tale convinzione viene ribadita da William Arkin, «giornalista specializzato in sicurezza nazionale e con ottimi contatti nei Servizi, il quale cita fonti di intelligence Usa: “Per quanto distruttiva sia la guerra in Ucraina, la Russia sta causando meno danni e uccidendo meno civili di quanto potrebbe” (…) Il motivo? Se la Russia colpisse con tutta la sua forza, Putin si troverebbe senza via di uscita. Invece il suo obiettivo è conquistare abbastanza territorio da avere qualcosa da portare ai negoziati e contemporaneamente costringere il governo ucraino a negoziare”» (‘Il Fatto Quotidiano’, 2 aprile 2022).

C’è invece chi mostra di avere tutto l’interesse a che il conflitto prosegua: non certo la popolazione civile ucraina e nemmeno l’Europa; bensì gli Stati Uniti. Sono infatti gli Usa – al netto dell’incipiente rintronamento del suo Presidente e delle sue informali esternazioni – ad avere tutto l’interesse a scavare un fossato quanto più incolmabile tra Europa e Russia. Non hanno granché da perdere in una guerra che li vede lontani dalla prima linea; al contrario, hanno tutto da guadagnare. Il nostro Paese appare come uno dei servitori più fedeli di sua maestà la Nato. Il Presidente del Consiglio in carica, supportato dai partiti della sua maggioranza, sta ragionando su come fare ameno del gas russo a partire dal prossimo anno: si tratta di 28 miliardi di metri cubi di gas all’anno importati, che vanno a coprire più del 40 % dei nostri consumi. A sostituirli, almeno per una parte del nostro fabbisogno, c’è il gas naturale liquefatto statunitense. Peccato (per noi, non certo per gli Usa) che quest’ultimo abbia un costo superiore del 25/30% rispetto ai costi attuali. Dopo il covid sta arrivando l’aumento delle spese militari, come prescritto da Washington: il soldatino Draghi, sull’attenti, obbedisce. Secondo calcoli dell’Associazione dei Consumatori, ciò comporterebbe un aumento delle spese per ogni famiglia che sta attorno ai 2.700 euro l’anno. Ma i sondaggi dicono che i 2/3 degli italiani sono per trattare con Putin, non per ricevere ordini dagli Usa: bene, se è così sarebbe l’ora di mandare a casa Draghi e la sua ridicola corte di sostenitori.

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